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EV-ANGELO = BUONA NOVELLA. DIO E’ AMORE (Charitas) non MAMMONA (Benedetto XVI, "Deus CARITAS est", 2006) ED "EU-*CARESTIA*"!!!

MONSIGNOR RAVASI, MA NON E’ POSSIBILE FARE CHIAREZZA? SI TRATTA DELLA PAROLA FONDANTE E DISTINTIVA DELLA FEDE CRISTIANA!!! DIO E’ AMORE ("Charitas") O MAMMONA ("Caritas")?! - Una nota di Federico La Sala

Ha dimenticato l’esortazione di Papa Wojtyla ("Se mi sbalio, mi corigerete")?!
mercoledì 5 novembre 2008 di Maria Paola Falchinelli
IL NOME DI DIO, SENZA GRAZIA ("CHARIS")! L’ERRORE FILOLOGICO E TEOLOGICO DI PAPA BENEDETTO XVI, NEL TITOLO DELLA SUA PRIMA ENCICLICA. Nel nome della "Tradizione"
KANT E SAN PAOLO. COME IL BUON GIUDIZIO ("SECUNDA PETRI") VIENE (E VENNE) RIDOTTO IN STATO DI MINORITA’ DAL GIUDIZIO FALSO E BUGIARDO ("SECUNDA PAULI").


CHARISSIMI, NOLITE OMNI SPIRITUI CREDERE (...)
DEUS CHARITAS EST
(1Gv 4. 1-8). (...)

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> MONSIGNOR RAVASI, MA NON E’ POSSIBILE FARE CHIAREZZA? --- Dove sta l’originalità del commento del docente dell’Università milanese Vita-Salute San Raffaele? )di Gianfranco Ravasi - La pietà rovesciata)

martedì 7 agosto 2012


La pietà rovesciata

di Gianfranco Ravasi (Il Sole 24 Ore, 5 agosto 2012)

«Tu, o Compassione, sei la sola virtù! Tutte le altre sono virtù usuraie»: così enfaticamente scriveva lo Jacopo Ortis foscoliano. Ed è proprio da questa esclamazione che parte il noto storico della medicina Giorgio Cosmacini, intrecciandola con l’analoga e altrettanto appassionata dichiarazione del l’Idiota dostoevskijano secondo cui «la compassione è la più importante e forse l’unica legge di vita dell’umanità intera». Ma come declinare oggi questa virtù che può degenerare nella più distaccata commiserazione o compatimento, ma anche allargarsi a ventaglio in un arcobaleno di iridescenze "filantropiche" come la pietà, la misericordia, la pena, la comprensione, la solidarietà, per ascendere sino alla carità, virtù teologale suprema?

Cosmacini ha optato per un antico tracciato di matrice catechetica cristiana, scandito dal celebre settenario delle cosiddette «opere di misericordia corporale», modulate sostanzialmente su un’altrettanto celebre pagina del Vangelo di Matteo ove Cristo si identifica coi miseri della terra: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» e l’elenco comprende affamati, assetati, stranieri, nudi, malati, carcerati (25,31-46). È assente da questa lista solo l’ultima opera misericordiosa o compassionevole, il "seppellire i morti" che naturalmente in questo saggio appare a coronamento del settenario. Dove sta l’originalità del commento del docente dell’Università milanese Vita-Salute San Raffaele?

La singolarità della sua analisi sta nel l’aver adottato quello che l’autore chiama «il rovescio della medaglia» che paradossalmente attualizza le "opere" secondo le coordinate della cultura e della società contemporanea, soffiando via da esse la polvere della retorica morale tradizionale e mostrandone la drammatica necessità anche per quest’era tecnologica. Così il «dar da mangiare agli affamati» non è più soltanto il pur sempre angosciante contrasto - come scriveva nel Settecento Chamfort - tra «quelli che hanno più cibo da mangiare che appetito e quelli che hanno più appetito che cibo da mangiare», ma diventa anche attenzione alla devastazione che l’obesità introduce e, se si vuole, la discesa negli inferi della bulimia (o del suo antipodo speculare, l’anoressia).

Il «dar da bere agli assetati» può trasformarsi nella lotta all’etilismo, nella consapevolezza di quanto scriveva l’alcolizzato Fitzgerald con un irresistibile calembour inglese che non necessita di traduzione: «First you take a drink, then the drink takes a drink, then the drink takes you». E «vestire gli ignudi», come si diceva nell’obsoleto linguaggio del catechismo, che cosa ha nel suo rovescio? È facile pensare a quella moda così invadente e provocante che - per ricorrere ancora a un’auctoritas del passato come l’autore inglese William Hazlitt - conferma sempre più un esito sconcertante: «Coloro per i quali il vestito è la parte più importante della persona finiscono in generale per valere tanto quanto il loro vestito» (così nei suoi Political Essays).

Insomma, sotto il vestito, niente. E talora è già il vestito ad essere un niente anche tessile. Come si vede, nella nostra elencazione abbiamo adottato una costante, il ricorso alla citazione tematica. Lo abbiamo fatto anche per evocare il taglio che rende godibile il testo di Cosmacini. Egli, infatti, intarsia le sue analisi con un caleidoscopio di rimandi storici, letterari, folclorici, documentari, naturalmente approdando anche al registro dell’attualità, convinto comunque che, per dirla con Carlo Levi, «il futuro ha un cuore antico». Proponiamo, allora, gli altri suoi «rovesci della medaglia» relativi alle ultime componenti del settenario delle opere compassionevoli.

«Ospitare i pellegrini» ha la sua rovente immediatezza nel «non respingere gli immigrati». A questo proposito merita di ricordare che non è un comma di una legislazione scandinava questa norma: «Quando uno straniero sarà residente nella vostra terra, non lo opprimerete. Il forestiero residente tra voi lo tratterete come il nativo. Anzi, l’amerai come te stesso». Si tratta, invece, di un asserto del codice ebraico biblico presente nel libro del Levitico (19,33-34). «Visitare gli ammalati» è riproposto non più secondo una tabella di orari o di imbarazzati discorsi al capezzale dell’infermo, bensì secondo la modalità del dialogo, in particolare quello tra medico e paziente, attraverso un’alleanza nella quale tecnica e umanità s’incrocino.

Per finire, le ultime due opere di misericordia o compassione suscitano oggi complesse questioni sociali, giuridiche e morali. I carcerati diventano un appello a «non aggiungere pena a punizione», come purtroppo accade in molte prigioni ove l’affollamento quasi bestiale toglie ogni residuo di dignità al condannato. E «seppellire i morti» oggi apre il capitolo delicatissimo e lacerante del «rispettare la dignità dei morenti». Proprio dall’elenco che abbiamo stilato si evince quanto sia tutt’altro che superata la lezione catechetica antica. Certo, Cosmacini fa intuire in filigrana la sua opzione cristiana, ma il suo discorso conserva il respiro di un’umanità e di una sapienza universale.

In un mondo inginocchiato davanti al gelido idolo della tecnica, un supplemento di pietas, che è calda come la carne umana sofferente, è ancor più necessario. Il ritorno alla compassione è un antidoto all’indifferenza, è un vaccino al morbo dell’isolamento egoistico, è la riscoperta di quella virtù senza la quale non si è né Dio né persona umana, cioè l’amore. Proprio come vantava nell’emblematica The Pity of Love (1922) Yeats: «Una pietà ineffabile si nasconde nel cuore dell’Amore» («A pity beyond any telling / is hid in the heart of Love»).


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