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CINEMA E FILOSOFIA. 26° TORINO FILM FESTIVAL

COME SI DIVENTA NAZISTI : "DIE WELLE", "L’ONDA". L’esperimento del professor Ron Jones nel liceo Cubberley di Palo Alto - il film di Dennis Gansel. Una nota di Curzio Maltese - a cura di Federico La Sala

mercredi 26 novembre 2008 par Maria Paola Falchinelli
[...] Ron Jones, la cui vita è stata sconvolta per sempre dal gioco dell’Onda, ha scritto : « L’esperimento ha funzionato perché molti di quei ragazzi erano smarriti, non avevano una famiglia, non avevano una comunità, non avevano un senso di appartenenza. E a un certo punto è arrivato qualcuno a dirgli : io posso darvi tutto questo » [...]
FASCISMO E LEGGI PER LA DIFESA DELLA RAZZA (1938).
PIANETA TERRA. DEMOCRAZIA E TOTALITARISMI....
L’interdipendenza delle civiltà e la grammatica di una (...)

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jeudi 27 novembre 2008

RASSEGNA

Tff, chi ha paura oggi del documentario ?

In gara, « L’onda » del tedesco Gansel e « Demain » del canadese Giroux

Molti festival non separano più i generi, ma qui accade ancora. Così, Tonino De Bernardi traveste un doc da fiction, Guadagnino affronta Pippo Delbono e « L’onda » sfiora l’omaggio ai movimenti degli anni ’70 per poi deviare sul nazismo

di Roberto Silvestri (il manifesto, 26.11.2008)

TORINO.

Anche i festival internazionali di prima fascia ormai non separano più nettamente la documentazione analogica o digitale di una storia inventata, di un cartone animato e di una cronaca vera. Quel che conta infatti oggi è la guerra di guerriglia che si combatte tra l’immagine (libertà, polisenso, apertura) e il « visuale » (l’embedded, aa parola d’ordine trasmessa dai media in flusso autoritario, il soffocamento dell’immaginazione, la semplificazione demagogica). Ma il Torino Film Festival, rigido come il granito dei marciapiedi cittadini, separa ancora nettamente i generi. Niente promiscuità, niente contaminazioni infettive, niente virus pericolosi e antisistemici. Per esempio. Grande successo del « Torino FilmLab », appuntamento internazionale di produttori, agenti e distributori internazionali per sostenere i nuovi talenti. Con 1 milione di euro di budget si invitano i cineasti emergenti, dal Portogallo alla Cekia, a presentare e discutere le loro sceneggiature, e poi se ne premiano sei. Questi progetti, in collegamento con l’ufficio Script&Pitch del programma Media dell’Unione Europea, saranno « ottimizzati » nel corso dell’anno dal Tff. Diventeranno opere indipendenti, perché catalizzano intanto l’interesse dei produttori invitati e poi, come avviene da anni a Rotterdam e Berlino, rappresenteranno il marchio Tff, lo stile di questo festival nel mondo. Oltre a allevare in anticipo cineasti che potrebbero, una volta famosi, lasciare in esclusiva le loro opere proprio a Torino, innalzando la competitività del concorso. Solo che i progetti richiesti e presentati sono tutti ed esclusivamente per film di finzione. Perché ?

Saranno però allora, ironia della sorte, i doc a travestirsi da fiction (come succede in Pane/Piazza delle Camelie di Tonino De Bernardi, che infatti è stato presentato nella sezione più indecifrabile e dark, La Zona) o viceversa, non c’è più un solo film « inventato » che non abbia nel suo motorino d’avviamento una cospicua professione di fede documentaristica, con annessi e connessi stilistici (camera ubriaca, bassa definizione, messa a fuoco « improvvisata ») e contenutistici (l’occhio puntato verso la realtà per spezzare una serie di lance a favore di).

***

In gara L’onda (Die Welle) di Dennis Gansel, che già dal titolo si presenta avvincente e d’attualità. Se poi si parte con i Ramones sparati, e precisamente con l’hit fine anni ’70 Rock’n’roll High School, citazione del più rivoluzionario film liceale del secolo scorso (regia Alan Arkush, star Paul Bartel e Mary Woronov) la promessa è di stare al cospetto di un omaggio dedicato al primo movimento studentesco di questo secolo. Invece no. Si parte da un corso di storia moderna per terze liceo bavaresi. Tema, il nazismo. I ragazzi sono esasperati. Basta. Che palle. Tanto ormai in Germania il nazismo è storia passata. Invece il professore, che è di estrema sinistra, ha fatto le occupazioni di case, ne sa una più del diavolo, vuole primeggiare tra i colleghi come il più cool, si inventa uno stratagemma facile facile che qualunque maestro potrebbe utilizzare e se non lo fa e solo perché conosce la pericolosità pedagogica di abusare del proprio carisma. Mette in scena con i ragazzi la rappresentazione del nazismo, ma di nuovo tipo, in una aula sola. Con tanto di führer (lui) ordine, disciplina, divisa (camicia bianca, come le « giovani italiane »), marce, postura, respiro, uguaglianza dentro il gruppo (tra donne e uomini, per esempio, ma c’è anche un turco), forte sospetto dell’altro, del diverso, del traditore, del ragazzo dell’aula accanto...

I teenager si divertono un sacco al gioco inedito e spregiudicato, quasi bizzarro, dell’essere educati, anzi arrivano allievi dagli altri corsi, due abbandonano perfino quello, « noiosissimo » sull’anarchia, ma tenuto da un prof all’antica. È meglio di un acido. Il problema del docente di successo è che non è un « maestro unico » (fa anche ginnastica, anzi dirige parallelamente una poco concentrata squadra di pallanuoto, scene che devono aver inebriato Moretti) e si sente molto frustrato. Naturalmente questa frustrazione, sommata al successo del suo metodo, lo porta troppo in là. Inizia la violenza, la prevaricazione, il mobbing nei confronti di chi pensa con la sua testa (esattamente tutto ciò che accade nelle autocrazie, siano essere democratiche o autoritarie, o tutte e due contemporaneamente, come succede in Italia oggi), la tragedia.

Curiosamente quando in classe si discute il nome da dare a questo movimento-setta di purificazione dall’egoismo e dai difetti del neoliberismo sterminatore dei deboli, spunta perfino il nome di « La Base ». Al Qaeda. Per fortuna il prof non usa quel nome. Se no, in manette, lo avrebbero portato via subito per abuso di potere su minori. Le leggi che in Baviera proteggono la dittatura della maggioranza dalle provocazioni dei minoritari, comunisti, come questo prof, sono infatti antiche. Che ci sia dietro questo film lo zampino del « Berufverbot », e della sua vitalità, non mi stupirebbe. I cattivi maestri sono solo « comunisti », soprattutto quando fingono di mettere in scena gli orrori delle dittature. Perché sono loro, e non gli almeno patriottici nazisti, una vera azienda leader.

Demain, esordio grigio perla del canadese del Québec Maxime Giroux, che viene dal corto, e adora la secchezza della narrazione documentaristica (ambienti operai, cantieri, lavoro nero, morti bianche...) è stato scelto per la gara ed è una specie di cupo In cerca di mister Goodbar, con Sophie, donna tutta sola, che si butta sempre solo sugli uomini che lei crede sbagliati perché è più che altro occupata a curare il vecchio ricco padre diabetico che, pericolosamente anche ubriacone, sbanda sia alla guida delle auto che del suo yacht, perché sta perdendo anche la vista e dunque il piacere del suo salotto con vista (sul lago). E la figlia, impiegata, ha come un processo di irreversibile simbiosi emozionale « paterna », trovando goduria negli inutili e barbosi giri in barca con papà, e assolutamente sconvenienti gli amplessi del suo amante vigoroso ma, come si dice a Genova « Pittafiga », dall’ossessione sessuale unica, solitaria e incantata.

A proposito di Genova e di Pittafiga. Luca Guadagnino torna critico d’arte e body artist in Bisogna morire, 61 minuti con, mai su, Pippo Delbono, attore e regista di teatro e di cinema, che si definisce « anarchico comunista marxista buddista », e che dialoga ipnoticamente di vita, teatro, nirvana, amore, cinema, mega Pc, ricchi e barboni, Thyssen Krupp, droga, terroristi&santi (equiparando ovviamente questi ultimi in intensità desiderante), uccelli, sesso, viaggi... cantando, infine, una melodia sulla morte vitalissima. Intanto la camera digitale corrode via via quelle rughe mobili, la barba ispida, l’occhio autoironico, la bocca perfino buffa, rendendo il quadro sempre più giallo, in una decomposizione elettronica che sarebbe piaciuto a un monaco tibetano. È la terza parte di The Love Factory (dopo gli episodi dedicati a Tilda Swinton e Arto Lindsay). La lunga (ma non sembra) intervista in primissimo piano, anzi in primissimo semi-piano, è intervallata da frammenti meno che digitali, quasi « cellulari », di un diario di viaggio di Delbono, il tutto per arrivare a 61’, tentare la via di Venezia e arrivare al Tff.


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