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EPIFANIA A GAZA. Conto alla rovescia per attacco di terra...

"Gaza", "Israele" e "Palestina". Bush ed Ehud Barak, il ministro israeliano della guerra, continuano a "parlare"!!! E Barack Obama e Hillary Clinton continuano a tacere!!! Una nota di Mario Calabresi

Ehud Barak lo ha detto senza mezzi termini davanti alla Knesset: quella contro Hamas è una guerra all’ultimo sangue.
martedì 30 dicembre 2008 di Federico La Sala
[...] Il presidente degli Stati Uniti George W. Bush, esprimendosi per la prima volta sulla crisi nella Striscia di Gaza, ha accusato Hamas di terrorismo e ha respinto l’ipotesi di una nuova tregua "unilaterale" che permetterebbe agli estremisti palestinesi di continuare i loro attacchi contro Israele. «Un altro cessate-il-fuoco unilaterale che condurrebbe a attacchi con i razzi contro Israele non è accettabile» ha dichiarato il presidente statunitense nel suo discorso radiofonico (...)

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> "Gaza", "Israele" e "Palestina". --- La politica dello struzzo stavolta non funzionerà. «Il Medio Oriente è cambiato. Se soffre Gaza, soffrirà Tel Aviv». La tregua non basta, bisogna che riparta la trattativa

domenica 18 novembre 2012

La politica dello struzzo stavolta non funzionerà

di Antonio Badini (l’Unità, 18.11.2012)

ORA CHE LA TENSIONE A GAZA RISCHIA DI TRADURSI IN UN NUOVO CONFLITTO CON ISRAELE, le Cancellerie vanno in allerta e tutti fanno appello ad un cessate-il-fuoco; ma stavolta la tregua, se ci sarà, non potrà più essere ottenuta con vaghe promesse, come ai tempi in cui il compianto Soleiman, sotto ferree istruzioni di Mubarak, incantava tutti con il gioco delle tre carte. Quei tempi sono tramontati per sempre. Non solo é mutato radicalmente il contesto regionale ma la posta in gioco questa volta é assai più alta per tutte le parti coinvolte. E l’epilogo é tutt’altro che scontato.

Nessuno può perdere senza rischiare di uscire di scena. Non può cedere Netanyahu che ha puntato, senza apparenti rivali, sulle elezioni anticipate, appena il 22 gennaio, per rafforzare il suo potere al Governo; non può passare la mano Hamas, ormai diplomaticamente al foto-finish con Abu Abbas per la guida del movimento palestinese, e tanto meno può sfilarsi quest’ultimo che si gioca le sue residue riserve di credibilità con la battaglia alle Nazioni Unite per elevare lo status dell’Autorità Palestinese.

Insomma il dado é tratto; con i razzi delle milizie palestinesi, tecnologicamente perfezionati, che arrivano ormai a sfiorare Gerusalemme, con l’autorevole avallo al Governo di Hamas da parte del Qatar, il cui Emiro ha recentemente recato in persona il suo appoggio, anche economico a Haniyeh, capo del governo, così come ha fatto, quando la ritorsione israeliana era già cominciata, il Primo Ministro Qandil, che sembra abbia promesso che l’Egitto potrebbe essere pronto a rompere l’embargo a Gaza.

Difficile intuire quale possa essere la via di uscita: quella militare, se Netanyahu la tentasse, come sembra, gli potrebbe costare il suo futuro politico, con l’Egitto che rimetterebbe in discussione gli accordi di Camp David; quella diplomatica, se non ben condotta dall’Occidente rischierebbe di consegnare a Hamas il destino del popolo palestinese con conseguenze non facilmente calcolabili. E dire che più di un avventato osservatore era arrivato a diagnosticare la marginalizzazione della causa palestinese dopo i più recenti sviluppi della «Primavera Araba», leggi la «guerra civile in Siria».

E tuttavia la recente uccisione per mano verosimilmente siriana di Wissam al Hassan, capo dei servizi di informazione della polizia libanese, avrebbe dovuto aprire gli occhi soprattutto agli americani, che debbono ormai decidersi ad affrontare seriamente il nodo palestinese. Non basta più ammettere il diritto di risposta di Israele, per giunta spesso sproporzionata in spregio alle norme del diritto internazionale, come ha nuovamente fatto Obama.

Ci sono colpe assai gravi di Israele che ha in pratica congelato il processo di pace continuando a permettere gli insediamenti ai coloni in Cisgiordania. Il cumulo della rabbia e dell’umiliazione subita negli ultimi quattro anni porta oggi non solo i palestinesi ma larga parte del mondo arabo a chiedersi se vi sia veramente una soluzione negoziata per dare sostanza e prospettiva politico-istituzionale alla visione dei «due Stati» preconizzata da George W. Bush ad Annapolis nel 2007.

Né va dimenticato che Hamas é una creaura dei «Fratelli Musulmani» la cui espressione politica, il Partito della libertà e della giustizia, é oggi al potere per effetto di una libera scelta del popolo egiziano. Si può immaginare che l’Egitto di oggi può accontentarsi degli espedienti tattici cui ricorreva colpevolmente il vecchio regime per salvare capra e cavoli? Si può immaginare che Teheran resti impassibile ed immobile ad attendere che arrivi per Netanyhau il momento propizio per bombardare gli impianti nucleari in Iran?

Si può immaginare che Damasco accetti l’agonia di una difesa strenua ma contata nei mesi se non nei giorni, senza tentare di trasferire l’epicentro delle tensioni in altri teatri di guerra? Si sono già dimenticati i moti di protesta della popolazione sciita nel Bahrain che per sedarli hanno richiesto l’invio di carri armati da parte dei Paersi del Golfo? E ci si é dimenticati delle minacce di Nasrallah che a più riprese ha dichiarato che Hezbollah non avrebbe lasciato Hamas solo nell’eventuale conflitto con Israele? La tattica dello struzzo cui sinora é ricorsa la Ue e gli stessi Stati Uniti non tiene più. È ora di prendere il toro per le corna e mettere attorno ad un tavolo israeliani e palestinesi (inclusi quelli di Al Fatah) per riannodare le fila di un negoziato che é la sola credibile azione che i veri amici di Israele possono consigliare a Netanyhau, per permettere ai cittadini di Israele di vivere senza l’incubo dei razzi e alla stessa Israele il diritto non solo di esistere pacificamente ma di prosperare accanto al mondo arabo. *ex ambasciatore italiano in Egitto, presidente della Fondazione Italia-Egitto


-  Ghazi Hamad
-  Vice-ministro degli Esteri di Hamas, è nella lista delle «eliminazioni mirate»
-  «È finito il tempo in cui ci potevano colpire impunemente»
-  «Il Medio Oriente è cambiato. Se soffre Gaza, soffrirà Tel Aviv»

di Umberto De Giovannangeli (l’Unità, 18.11.2012)

«L’equazione cambia, perché il Medio Oriente è cambiato. Sono finiti per sempre i tempi in cui Israele poteva colpire impunemente Gaza. Se non c’è più pace a Gaza non ci sarà nemmeno a Tel Aviv». A sostenerlo è una delle figure di primissimo piano di Hamas: Ghazi Hamad, 48 anni, vice ministro degli Esteri nel governo di Ismail Haniyeh, più volte incarcerato da Israele. Assieme ad Haniyeh e Mahmud al Zahar, Hamad è nella lista delle «eliminazioni mirate» di Tsahal. «Quello messo in atto dagli israeliani dice Hamad a l’Unità è terrorismo di Stato. Possono eliminare molti di noi, ma altri sono già pronti a prendere il nostro posto. Hamas è parte vitale della resistenza palestinese; una resistenza popolare, ed è per questo che i sionisti non l’avranno mai vinta. Perché non possono cancellare un popolo intero».

Hamad, considerato il capofila dell’ala pragmatica di Hamas, rivela un particolare che inquadra in una luce nuova l’eliminazione da parte israeliana di Ahmed Jabaari, il comandante delle Brigate Ezzedin al Qassam, il braccio armato di Hamas: «Jaabari dice era stato coinvolto dall’Egitto nella trattativa per giungere ad una tregua con gli israeliani». Ed è forse per questo che andava eliminato. «Netanyahu aggiunge vuole vincere le elezioni col sangue dei palestinesi».

Per Israele le operazioni militari a Gaza sono un atto di difesa per i ripetuti lanci di razzi contro le sue città.

«Quella d’Israele è un’aggressione, è terrorismo di Stato. Oggi i riflettori internazionali si riaccendono su Gaza, ma nessuno ha denunciato che Gaza, la sua gente, un milione e mezzo di persone in maggioranza sotto i 18 anni, vive assedia da anni. Questa si chiama occupazione contro la quale rivendichiamo il diritto di resistenza. I governanti israeliani si sono macchiati di crimini contro l’umanità ma nessuno ne ha chiesto il processo davanti alla Corte di Giustizia dell’Aja. Chi è stato complice di una aggressione permanente non può dare lezione di democrazia e di moderazione».

Ma come potete ritenere di poter battere uno dei più agguerriti eserciti al mondo? Il vostro non è un azzardo il cui prezzo viene pagato dalla popolazione palestinese?

«Cosa ci si aspetta da noi? Che alziamo bandiera bianca in segno di resa? Questo non accadrà mai, mai. In questa guerra c’è un carnefice e una vittima, solo che la vittima non si consegna al carnefice. Chi si illude è Israele: Hamas non è un corpo estraneo alla società palestinese, ma ne è parte fondamentale. Si possono assassinare dirigenti e militanti, ma non si può annientare un popolo. Chi è fuori dalla storia oggi non siamo noi ma è Israele».

Fuori dalla storia?

«Il Medio Oriente è cambiato, ma Israele si comporta come se nulla fosse accaduto. A Gaza c’è stata la visita del primo ministro egiziano, del ministro degli Esteri tunisino, qualche settimana fa dell’emiro del Qatar. Abbiamo avuto il sostegno di tutti i Paesi arabi e musulmani, tra cui la Turchia. Le chiedo: chi è oggi isolato?».

«È il momento dell’unità con Hamas»: ad affermarlo è il presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Mahmud Abbas (Abu Mazen). Qual è la risposta di Hamas?

«L’unità non è un regalo ad Hamas, ma è ciò che si aspetta il popolo palestinese di fronte all’aggressione israeliana. Nessun negoziato è possibile con chi vuole annientarti. L’unità si costruisce nella resistenza».

La parola “dialogo” è bandita dal vocabolario di Hamas?

«No, se dialogo non è sinonimo di resa. In passato ci siamo dichiarati disponibili a una “hudna” (tregua, ndr) prolungata, a condizione che Israele ponesse fine all’assedio di Gaza e liberasse i prigionieri palestinesi detenuti nelle sue carceri. La risposta è sotto gli occhi di tutti».

Gli Usa sono tornati a chiedere ad Hamas di riconoscere lo Stato d’Israele.

«Possiamo negoziare una tregua, ma non riconoscere uno Stato che nega ai palestinesi il diritto di esistere come Nazione, che porta avanti la pulizia etnica ad Al Quds (Gerusalemme, ndr), che espropria le nostre terre, affama la nostra gente, colonizza la Cisgiordania e si prepara di nuovo ad invadere Gaza. All’origine di tutto c’è l’occupazione della Palestina. Obama ponga fine a tutto questo, e poi ne riparleremo. Finora, al di là delle belle parole, Obama non ha fatto nulla per impedire a Israele di portare avanti la sua politica colonizzatrice. Al presidente Usa il popolo palestinese chiedeva un segnale di discontinuità con le precedenti amministrazioni. Quel segnale non c’è stato».

Lei ha avuto l’incarico dal primo ministro Haniyeh di formare una leva di “ambasciatori” di Hamas. Qual è il segno di questa iniziativa?

«A muoverci è la consapevolezza che le “primavere arabe” hanno modificato profondamente il corso degli eventi nel mondo arabo. Abbiamo stabilito relazioni con diversi Paesi e dobbiamo ora formare diplomatici in grado di avviare e seguire progetti con quei Paesi Hamas intende essere parte di questo cambiamento lanciando un’offensiva diplomatica che riporti la causa palestinese al centro dell’attenzione internazionale. Sappiamo, vogliamo fare politica. La resistenza armata è uno strumento non il fine di Hamas».


La tregua non basta, bisogna che riparta la trattativa

«Si è formata sul campo una sciagurata alleanza tra Hamas e il Likud»

di Giorgio Gomel
-  Esponente di «Jcall», movimento pacifista ebraico europeo
-  l’Unità 18.11.12

I nemici peggiori possono diventare i migliori alleati. La storia travagliata del conflitto israelo-palestinese lo dimostra una volta di più. Una sciagurata alleanza si è formata sul campo, incurante delle vittime provocate fra la gente inerme, fra Hamas, il movimento integralista palestinese e il Likud, il partito principale di governo in Israele condizionato dalle correnti nazional-religiose e dal movimento dei coloni che lo spingono verso le posizioni più oltranziste. Due nemici irriducibili, ma uniti nel rigettare gli accordi di Oslo del 1993 e nel sabotare poi, anno dopo anno, ogni tentativo di trattativa volta a giungere a un compromesso che comporti la spartizione di quella terra contesa in due Stati sovrani di pari dignità.

Così la formula di «due Stati per due popoli», l’unica che possa fornire una soluzione dignitosa al conflitto appare sempre più messa in forse, come una irraggiungibile utopia. Eppure la sostiene l’Anp di Abu Mazen anche in un’intervista rilasciata di recente ad una TV israeliana con il tentativo di ottenere dalle Nazioni Unite il riconoscimento per il futuro stato di Palestina dello status di osservatore. La sostiene l’opposizione in Israele non solo il movimento che si batte per la pace e i diritti nazionali dei palestinesi, ma buona parte del centro pragmatico del paese.

I sondaggi mostrano in modo persistente che circa 2/3 degli israeliani e dei palestinesi intervistati la desiderano come soluzione, pur ritenendola difficile da conseguire. La sostiene da anni la comunità internazionale, nella forma concreta dei «parametri di Clinton» del 2000 e dei reiterati tentativi del Quartetto di promuovere una seria trattativa fra le due parti assistite da mediatori internazionali.

La sosteniamo noi di Jcall (www.jcall.eu), un movimento d’opinione di ebrei europei costituitosi nel 2010 sulla base di un «Appello alla ragione», sottoscritto da oltre 8000 persone, e formatosi di recente anche in Italia (jcall.italia@gmail.com).

Dibatteremo di questi temi martedì 20 novembre alla Casa della cultura di Milano (dalle ore 21) con Shaul Ariely israeliano, esperto di questioni di sicurezza e tra i negoziatori degli accordi di Ginevra del 2003 -, Gad Lerner e Stefano Levi della Torre.

Siamo solidali con il popolo d’Israele, di cui affermiamo il diritto a un’esistenza in condizioni di pace e sicurezza e soprattutto con gli abitanti del sud e del centro del paese costretti nei rifugi, privati di una vita normale, e siamo vicini ai civili palestinesi di Gaza che subiscono il costo di una guerra inutile scatenata da Hamas che esercita un potere tirannico nella Striscia e mira a provocare una deflagrazione nella regione, già scossa dalla guerra in Siria e dalle minaccia nucleare dell’Iran, fino all’incrudirsi dei rapporti fra Egitto e Israele, al sovvertimento della monarchia giordana e forse a un intervento armato di Hezbollah contro il fronte nord di Israele.

Israele ha diritto all’autodifesa, ma è illusorio perseguire una soluzione puramente militare del conflitto. Lo ha dimostrato l’offensiva contro Gaza del 2008 e l’embargo imposto all’economia della Striscia prima e dopo quell’episodio. La gente di Gaza non si è piegata, malgrado la durezza del vivere quotidiano, della guerra intermittente e della penuria di beni, e non è insorta contro il regime di Hamas.

Ma come mostrare a quella gente che un accordo di pace può produrre benefici tangibili rispetto al perdurare della violenza? Sharon decise nel 2005 un ritiro unilaterale dalla Striscia, non negoziò un accordo di mutua sicurezza con la leadership palestinese di allora. Ne scaturì un embrione di Stato che poteva essere un inizio di progresso economico e civile, pur con i limiti territoriali di Gaza separata dalla Cisgiordania, ma finì soffocato dall’estremismo di Hamas da una parte e dal blocco imposto da Israele dall’altra. Oggi è compito urgente anche dell’Unione europea, non solo di concorrere con gli Stati Uniti, l’Egitto, la Turchia, il Qatar a negoziare una tregua sul campo ed impedire l’allargarsi del conflitto, ma anche di premere sulle parti perché riprenda una seria trattativa fra Israele e l’Anp paralizzata ormai dal 2008.


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