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BARICCO E L’ANALISI DEL BERLUSCONISMO. LA CULTURA ITALIANA NELL’EPOCA DI BARACK OBAMA E DELLA CRISI ECONOMICA GLOBALE ....

TEATRO, DEMOCRAZIA, E REGIME A "MUSICA LEGGERA". PERSO L’ESSENZIALE, BARICCO FA UN "ESEMPIETTO" TAROCCATO E, IN PIENO "STATO" SONNAMBOLICO, GRIDA: FORZA ITALIA!!! L’articolo di Baricco e le reazioni alla sua proposta (di Anna Bandettini).

mercoledì 25 febbraio 2009 di Federico La Sala
[...] Circola la convinzione che quell’uomo, con tre televisioni, più altre tre a traino o episodicamente controllate, abbia dissestato la caratura morale e la statura culturale di questo Paese dalle fondamenta: col risultato di generare, quasi come un effetto meccanico, una certa inadeguatezza collettiva alle regole impegnative della democrazia. Nel modo più chiaro e sintetico ho visto enunciata questa idea da Nanni Moretti, nel suo lavoro e nelle sue parole. Non è una posizione che mi (...)

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> TEATRO, DEMOCRAZIA, E REGIME A "MUSICA LEGGERA". ---- Lo schema del ritornello è più o meno sempre lo stesso, Brunetta o Baricco che sia (di Nicola Piovani).

lunedì 2 marzo 2009


-  Che fastidio il teatro? Ma mi faccia il piacere!
-  Chi detesta jazz e opera sarà presto accontentato dal governo

di Nicola Piovani (l’Unità, 02.03.2009)

Gli intellettuali italiani non amano il Teatro, non è una novità. Questa considerazione antica è sempre più attuale. Le ultime polemiche sui fondi alla cultura hanno ancora una volta evidenziato questa nostra bella lacuna: la cultura italiana, a differenza di quella anglosassone, ma anche francese, tedesca, statunitense, considera il Teatro non lo spazio principe e imprescindibile di ogni civiltà nazionale, ma una specie di soffitta dove relegare i nostalgici amanti della prosa: un pubblico anzianotto e impellicciato che va a sbadigliare davanti all’ennesimo Tartufo o Zio Vania o Enrico terzo, quarto, quinto che sia.

Solo nostalgici?

In certi ambiti dichiarare «Io a teatro non ci vado mai» è un vanto anziché una confessione, è una frase che suona bene; mentre magari dire «Io non leggo mai libri» suona male, come «Non sento mai concerti classici», «Mi annoio davanti a Caravaggio», «Mai visto Kaurismaki».

Leggendo quello che gira in questi giorni, avverto l’espandersi di questo fastidio diffuso dei pensatori italiani verso il lavoro e la ritualità teatrale. E penso che sia proprio questa la causa dei tanti equivoci che girano in questi giorni sul tema delle sovvenzioni alla cultura. Lo schema del ritornello è più o meno sempre lo stesso, Brunetta o Baricco che sia: «I teatri stabili non funzionano, quindi chiudiamoli». «Gli enti lirici sperperano, quindi chiudiamoli». «Il paziente ha la febbre quindi sopprimiamolo» anziché cercare dei buoni antibiotici. E per spararla più grossa si dice anche: «Siccome i teatri funzionano male, spostiamo quei fondi dedicati allo spettacolo sulla televisione pubblica», che come tutti sanno funziona benissimo culturalmente, senza sprechi e disfunzioni.

Alla Totò

Certo, ha ragione Lucarelli a dire che il tema è serio e merita un dibattito approfondito - che peraltro non è del tutto mancato -, ma ci perdonerà se ogni tanto, di fronte a certe enormità ci scappa una risposta leggera, alla Totò, un sorridente «ma mi faccia il piacere!» Chi ha girato il territorio italiano sa quanta vitalità civile, sociale e perciò culturale si sviluppi attorno agli spettacoli dal vivo, alle attività delle piccole compagnie locali, agli eventi di prosa e di musica. Tante persone entusiaste, dal Veneto alla Sicilia, escono di casa la sera, affrontano anche disagi, spese, freddo, per ritrovarsi in una sala a condividere uno Zio Vania, un Paolo Rossi, una Bohème o anche un Paese dei Campanelli...

Se questa vitalità collettiva vogliamo spegnerla e rimandare questi uomini di buona volontà tutti a casa a vedere la televisione, si fa presto: basta tagliare quel po’ di fondi che ancora l’Italia dedica allo spettacolo dal vivo. Ricordo che sono somme incresciosamente piccole rispetto agli investimenti degli altri paesi europei (le cifre, per chi non le sapesse, sono ufficiali e facilmente consultabili).

La prospettiva

Comunque, quelli che la pensano così, quelli che detestano e vogliono veder scomparire i teatri d’opera o di prosa, i concerti classici o jazz, i musical e i cabaret, possono stare tranquilli: a breve saranno accontentati dal nostro governo.


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