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BARICCO E L’ANALISI DEL BERLUSCONISMO. LA CULTURA ITALIANA NELL’EPOCA DI BARACK OBAMA E DELLA CRISI ECONOMICA GLOBALE ....

TEATRO, DEMOCRAZIA, E REGIME A "MUSICA LEGGERA". PERSO L’ESSENZIALE, BARICCO FA UN "ESEMPIETTO" TAROCCATO E, IN PIENO "STATO" SONNAMBOLICO, GRIDA: FORZA ITALIA!!! L’articolo di Baricco e le reazioni alla sua proposta (di Anna Bandettini).

mercoledì 25 febbraio 2009 di Federico La Sala
[...] Circola la convinzione che quell’uomo, con tre televisioni, più altre tre a traino o episodicamente controllate, abbia dissestato la caratura morale e la statura culturale di questo Paese dalle fondamenta: col risultato di generare, quasi come un effetto meccanico, una certa inadeguatezza collettiva alle regole impegnative della democrazia. Nel modo più chiaro e sintetico ho visto enunciata questa idea da Nanni Moretti, nel suo lavoro e nelle sue parole. Non è una posizione che mi (...)

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>DEMOCRAZIA, E REGIME A "MUSICA LEGGERA". --- Pennac, Baricco e la scuola (di Alain Goussot) - I cantori della Videoscuola: Alessandro Baricco e lo "storytelling" di Renzi (di Anna Angelucci)

giovedì 11 giugno 2015

Pennac, Baricco e la scuola

di Alain Goussot*

Interessante paragonare le recenti riflessioni dello scrittore francese Daniel Pennac (leggi l’intervista di lejdd.fr) con quelle dello scrittore italiano Alessandro Baricco sulla scuola (tra i diversi interventi recenti leggi qui): il primo punta sull’importanza del desiderio di apprendere, anzi sul piacere di apprendere, addirittura consiglia di non fare entrare gli alunni in classe con ipad, cellulare e pc poiché questi mezzi (da non demomizzare) favoriscono la fuga dall’esperienza relazionale che costituisce il fondamento dell’esperienza educativa, invece Baricco propone quasi il contrario con una scuola che dovrebbe rinnovarsi partendo dal digitale. Pennac si preoccupa della formazione come cittadino consapevole e autonomo, dell’apprendimento possibilità di fare emergere una soggettività critica per combattere la trasformazione dell’alunno in consumatore asservito ad un sistema alienante che uccide ogni capacità di essere per davvero libero.

Baricco afferma che digitale e linguaggio scolastico non s’incontrano evitando tuttavia di ragionare, come fa Pennac, sugli effetti del digitale sullo sviluppo psico-emozionale e neuro-cerebrale del bambino. Non si pone minimamente la questione del rapporto da consumatore che ha il bambino con questi oggetti. Pennac, dalla sua esperienza d’insegnante e anche di alunno “difficile” (vedi Chagrin d’école), vede nella relazione l’essenza del processo educativo - in questo la presenza pervasiva dell’oggetto digitale rappresenta un ostacolo che spinga all’autoisolamento e non all’apertura all’altro -, considera anche l’importanza dell’incontro con l’adulto consapevole e attento pedagogicamente.

Questioni che non sembrano preoccupare Baricco che sembra, alla differenza di Pennac, ignorare i lavori dei neuroscienziati come Lamberto Maffei e Nicholas Carr sull’impatto dell’invasione del digitale nella vita dell’infanzia e della pre-dolescenza: impoverimento emotivo e relazionale, restringimento della sfera cerebrale che gestisce le funzioni del linguaggio e del pensiero, quindi di tutta la sfera cognitiva, una perdita progressiva della capacità di fantasticare e, come hanno scritto il filosofo Bernard Stiegler sui fenomeni di “captazione mentale” e il pedagogista Philippe Meirieu sull’emergere di “nuovi poteri ascendenti” quali sono i media informatici, una incapacità di sublimare e una ipertrofia del volere tutto subito senza riuscire a gestire il tempo dell’attesa e quindi a strutturare quel linguaggio intrapsichico che permette di fornire un senso e un significato a quello che si prova nella relazione con l’altro.

Ci sembra che l’approccio di Daniel Pennac sia molto più profondo e attento all’importanza dell’esperienza relazionale come spazio della crescita soggettiva e come base della formazione di un cittadino consapevole, Baricco affronta una questione importante come quella della presenza del digitale senza tuttavia porsi veramente la domanda del come educare all’uso di questa tecnologia e del come la ricerca di senso, rispetto alla condizione umana e alla propria esistenza in un mondo fatto di diseguaglianze, non possa avvenire a scapito del senso di appartenenza al genere umano e quindi dell’importanza di vivere questa dimensione nel rapporto con l’altro e l’esperienza educativa reale e non virtuale.

Per di più mentre Pennac assume esplicitamente una posizione critica verso i progetti neoliberisti di riforma della scuola che emergono in Francia, sembra che quest’aspetto non interessi più di tanto lo scrittore italiano. Sono due modi di concepire la funzione dello scrittore e dell’intellettuale nella società: quella di Pennac che prende posizione sul piano etico-politico e quella di Baricco che rimane nella sua funzione di specialista della letteratura e basta.

Come lo sappiamo sono due visioni che storicamente (come l’ha ben descritta Gramsci nei suoi scritti sugli intellettuali) caratterizzano l’atteggiamento degli intellettuali francesi che intervengono nella sfera pubblica rispetto alla gestione della polis e gli intellettuali italiani che curano la propria estetica senza sporcarsi più di tanto le mani.

* Comune.Info, 6 giugno 2015 (ripresa parziale)


Scuola

Se a scuola non sei Baricco sei out

Videoscuola. Epifenomenologia dei cantori della Videoscuola: Alessandro Baricco e lo "storytelling" di Renzi

di Anna Angelucci (il manifesto, 11.06.2015)

Intel­let­tuale à la page, affa­bu­la­tore mul­ti­me­diale, varia­mente scrittore-saggista-critico musicale-conduttore televisivo-pianista-sceneggiatore-regista, pro­prie­ta­rio, ani­ma­tore e docente di una scuola pri­vata per aspi­ranti neo Salin­ger 2.0: non man­cano le cre­den­ziali ad Ales­san­dro Baricco - teo­rico del bar­ba­rico che avanza - per par­lare di scuola, inse­gnanti e dise­gno di legge del suo amico Mat­teo Renzi. Dal pul­pito radi­cal chic di Repub­blica delle Idee 2015, ça va sans dire.

La pre­messa epi­ste­mo­lo­gica del ragio­na­mento di Baricco è que­sta: essendo i para­digmi dell’esperienza pro­fon­da­mente mutati - mul­ti­ta­sking e sur­fing i nuovi modelli - i gio­vani pri­vi­le­giano gesti e moda­lità cono­sci­tive in con­ti­nuo movi­mento e affa­stel­la­mento, il cui fine non è una meta da rag­giun­gere, den­tro o fuori di noi, ma il movi­mento stesso.

E la scuola pub­blica ita­liana con­tem­po­ra­nea, lungi dall’essere capace di caval­care in super­fi­cie l’onda della bar­ba­rica moder­nità - gover­nan­dola - si ostina a voler infi­lare gli stu­denti nella pro­fon­dità del lavoro di scavo e della ricerca di senso, poco utile e per nulla dilettevole.

Meta­fo­ri­ca­mente, ci dice, un cre­pac­cio. Mor­ti­fero. Che va evi­tato per­cor­rendo nuove strade. Più oriz­zon­tali che ver­ti­cali, più acces­si­bili che pro­fonde, più facili, sti­mo­lanti, ori­gi­nali, veloci, diver­tenti che fati­cose e complesse.

Lo stru­mento per­fetto cui la scuola dovrebbe ispi­rarsi, sug­ge­ri­sce il pro­fes­sor Baricco, è il video­gioco, più util­mente arti­co­lato e impe­gna­tivo sotto il pro­filo for­ma­tivo delle tra­di­zio­nali ope­ra­zioni con mele e con pere, come sa per espe­rienza di padre.

Il modello è quello anglo­sas­sone in cui, ci spiega, il docente regi­stra una lezione per­fetta, che i ragazzi guar­dano a casa. L’esempio, aggiun­ge­rei per com­ple­tezza del ragio­na­mento, potrebbe essere quello di Renzi e Orfini ine­be­titi davanti a un video­game con il pad della play­sta­tion in mano, nell’attesa dei risul­tati delle ultime ele­zioni regionali.

La scuola ideale, secondo Baricco e i can­tori delle magni­fi­che sorti e pro­gres­sive del digi­tale, è quella che eli­mina l’insegnante e, insieme, altre cose inu­tili e supe­rate, come la divi­sione in mate­rie e classi. Baricco è in buona com­pa­gnia: anche la sena­trice Puglisi, respon­sa­bile Istru­zione del Pd, dal suo blog invoca il supe­ra­mento della logica addi­tiva delle disci­pline al grido di basta lamen­ti­smo, e addi­rit­tura Luigi Ber­lin­guer, meri­to­cra­ti­ca­mente tito­lato a discet­tare vita natu­ral durante di teo­ria e prassi dell’istruzione in Ita­lia pro­prio in virtù delle sue leggi, respon­sa­bili del declino di scuola e uni­ver­sità nell’ultimo quin­di­cen­nio, ci rim­pro­vera per le nostre lezioni ex cathe­dra, i pro­grammi, le mate­rie, i per­corsi, e finan­che, dalle pagine del Cor­riere, per l’arcaicità della moti­va­zione educativa.

Che dire? Da Gram­sci, Cala­man­drei, don Milani e dall’idea di una scuola in cui pro­prio attra­verso la fatica dell’impegno col­let­tivo e coo­pe­ra­tivo si diventa cit­ta­dini istruiti, a Baricco, Ber­lin­guer, Puglisi, por­ta­tori di un’idea di scuola che pro­muove - diver­tendo benin­teso - l’autismo.

Gli epi­fe­no­meni della società dello spet­ta­colo col­pi­scono anche qui, a scuola, ultima trin­cea delle forme di sapere logico-critiche com­plesse che si stanno per­dendo, estrema difesa dall’iperstimolazione sine­ste­tica super­fi­ciale digi­tale assurta a totem dei nostri tempi, che aggrega infor­ma­zione e nega la cono­scenza, la pro­fon­dità, l’empatia, la com­pas­sione, la con­tem­pla­zione, il tempo.

Se fai una lezione in cor­pore vili ma non pro­poni un ‘evento’ sei out. Se parli e leggi un libro ma non sfo­deri un tablet o un iPad sei out. Se guardi negli occhi e ascolti i tuoi stu­denti ma non sei con­nesso sei out. Se stai in classe ma non sei sui social sei out. Per­ché, come ci spie­gano gli epi­fe­no­meni, se hai gli attri­buti ma non hai l’accessorio sei out.


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