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STORIA E MEMORIA : LAVORO, DIRITTI, COSTITUZIONE.... E PAROLA.

GIUSEPPE DI VITTORIO, LA STORIA DEL PRIMO SEGRETARIO DELLA CGIL DEL DOPOGUERRA. Su Rai Uno, questa sera e domani, "Pane e Libertà" - il film di Alberto Negrin.

dimanche 15 mars 2009 par Federico La Sala
[...] sull’uomo-Di Vittorio si è concentrata l’attenzione del regista, anche coautore della sceneggiatura con Pietro Calderoni e Gualtiero Rosella, oltre alle "molte ore trascorse con la figlia di Di Vittorio, Baldina, che mi hanno fatto entrare in una vita così complessa ed eccezionale". L’uomo al di là delle bandiere "perché la sua umanità non era esclusivamente o necessariamente ’rossa’, la sua grandezza è stata quella di saper toccare il cuore della gente". Il suggerimento del regista (...)

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> GIUSEPPE DI VITTORIO, LA STORIA DEL PRIMO SEGRETARIO DELLA CGIL DEL DOPOGUERRA. --- La vita di Giuseppe Di Vittorio (di Felice Chilanti).

mardi 17 mars 2009

La vita di Giuseppe Di Vittorio

di Felice Chilanti *

L’idea di scrivere una vita di Giuseppe Di Vittorio non ha una paternità facilmente identificabile. Tutti gli scrittori e i giornalisti democratici hanno posto quest’idea nei loro piani di lavoro ; tutti si propongono da tempo di porvi mano. La personalità di Di Vittorio si è imposta all’attenzione di tutti gli italiani soprattutto in questi ultimi anni, e il solo fatto di sapere che l’uomo che ha raggiunto un così elevato posto nel mondo e che assomma nella sua persona una così alta responsabilità era in gioventù un bracciante pugliese suscita interesse e curiosità in un pubblico assai vasto e non solo a sinistra.

E’ toccata a me la fortuna di poter tracciare un primo schema di biografia di questo uomo eccezionale proprio nei giorni in cui i lavoratori italiani festeggiano il suo sessantesimo compleanno.

Devo dire che non è stato facile raccogliere il materiale, soprattutto quella parte che necessariamente ho dovuto trarre dalla voce viva di Giuseppe Di Vittorio. E la difficoltà principale era questa : chiedere a Di Vittorio di dedicare una parte della sua giornata a un biografo era impresa imbarazzante. Un uomo che lavora dalle dieci alle quattordici ore al giorno, che esce dalla Cgil come minimo alle dieci di sera, non può accogliere quella richiesta col sorriso sulle labbra. Sono entrato nel suo ufficio, alla Cgil, la prima sera, verso le ore 21, dopo una lunga serie di appuntamenti rimandati che avevano addirittura messo in imbarazzo la sua segretaria. Erano i giorni in cui il segretario generale della Cgil, intervenendo alla Camera sul bilancio della Difesa, difendeva il pane di 1.300 operai minacciati di licenziamento dal ministro Pacciardi. Non era possibile insistere, non era possibile protestare ; non si poteva pretendere che Di Vittorio abbandonasse l’aula di Montecitorio per concedere al modesto biografo che io sono un tempo sì prezioso. E del resto la richiesta sarebbe caduta nel vuoto. Quella sera veniva appunto dalla Camera, dove aveva pronunciato il suo discorso. Sono entrato nel suo ufficio con la complicità di un cortese segretario e vi ho trovato i segretari Bitossi e Lama. Di Vittorio riferiva ai suoi collaboratori sul discorso : « Mi hanno ascoltato con molta attenzione e non hanno avuto il coraggio di interrompermi » diceva. Gli dissi che intendevo scrivere una sua breve biografia : la mia richiesta cadde quasi nell’indifferenza, in un primo momento. Poi, come conversando, Di Vittorio cominciò a ricordare episodi della sua infanzia. Mi accorsi allora che la sua memoria aveva qualità eccezionali : una memoria profonda e forte, lucida fino al dettaglio.

E fu una prima occasione fortunata.

La sera successiva tornai inutilmente a cercarlo : i giornali annunciavano uno sciopero nazionale dei ferrotranvieri ; mi portai dalla sede confederale al Parlamento ma nemmeno lì potei incontrare Di Vittorio. Venne più tardi ed era di ottimo umore. Aveva appena avuto un colloquio col ministro Scelba sulla questione dello sciopero e aveva strappato l’assicurazione di un intervento efficace per una buona soluzione.

« Bisogna fare il possibile per evitare questo sciopero, per ottenere giustizia ai tranvieri senza ricorrere a questa forma estrema di lotta - disse -. I muratori, gli operai tutti, gli impiegati sarebbero costretti a recarsi a piedi al lavoro con grande disagio ». Diceva queste cose con semplicità. Pensavo a coloro che gridano contro gli agitatori, contro i cosiddetti fomentatori di scioperi. E considerando che decisioni così importanti, aventi ripercussioni vaste nella vita del paese, dipendevano in così grande misura dall’uomo che la sera prima ci aveva raccontato la vita di un bimbo, figlio di braccianti, costretto a lavorare a sette anni di età nel latifondo pugliese, non potevo sottrarmi a una vera e propria emozione.

Con grande soddisfazione ho potuto osservare che ora Di Vittorio riandava volentieri con la memoria al passato e volentieri rispondeva alle nostre domande.

Ma la sera successiva ecco la questione di una grande industria del Nord che poteva riaprire i battenti dopo una lunga chiusura, e la sera dopo ecco sul tavolo di Di Vittorio l’accordo per i minatori di Cabernardi e così di seguito. Per una settimana intera ci siamo trovati ad ascoltare i ricordi della vita di un uomo posto oggi al centro della storia politica del nostro paese ; un uomo chiamato dalla fiducia di milioni e milioni di operai e braccianti, impiegati e contadini a decidere questioni riguardanti ognuna vasti settori della vita nazionale : fabbriche, miniere, porti, la quotidiana esistenza di migliaia di famiglie italiane.

La nostra breve biografia è dunque nata così : da sei colloqui con Di Vittorio, ottenuti a tarda sera, nei ritagli di tempo, alla Cgil o durante il tragitto, in automobile, tra la sede confederale, il Parlamento, un ministero.

Molti furono i momenti di commozione profonda nel corso di questo lavoro e voglio ricordarne due ; due episodi, cioè, rievocando i quali vedemmo dipingersi nello sguardo e nel volto di Di Vittorio una commozione incontenibile.

Il primo episodio si riferisce a un tempo remoto, quando Giuseppe Di Vittorio, ragazzo di otto o nove anni, fu costretto a interrompere il lavoro perché ammalato di malaria. Le febbri, altissime, durarono più settimane. E il ragazzo era il solo sostegno della sua famiglia poiché il babbo era già morto da un paio di anni. Venuto a mancare il magro salario nella sua casa, dove viveva insieme con la mamma e la sorellina, qualche volta mancava il pane. Durante la convalescenza e quando ancora non si reggeva bene in piedi si recava ogni giorno sulla piazza del paese dove altri disoccupati aspettavano che qualcuno venisse a chiamarli al lavoro. « Ogni sera - raccontò Di Vittorio - la mamma attendeva il mio ritorno dalla piazza, seduta alla soglia della misera casa : quando mi vedeva giungere accigliato capiva che il giorno seguente non avrei guadagnato il salario e allora entrava nel tugurio a piangere ».

Il secondo episodio riguarda invece un’epoca vicina : l’anno 1941, quando Di Vittorio, arrestato in Francia dai tedeschi, fu « tradotto » con un lungo viaggio attraverso le prigioni di tutta Europa, nel carcere di Lucera. In quella prigione egli era stato chiuso più volte in gioventù, ma ora intorno alla sua persona i carcerieri avevano tentato di fare il vuoto. Pur comportandosi con lui con grande deferenza, lo avevano sottoposto, per ordini superiori, al regime di sorveglianza.

Così il detenuto Di Vittorio veniva condotto ogni mattina all’aria, nel cortile, tutto solo. Incontrava soltanto un gruppo di ragazzi del carcere minorile nel breve tragitto tra la prigione e il cortile.

E tutte le mattine quei ragazzi, che sapevano trattarsi dell’onorevole Giuseppe Di Vittorio, al suo passaggio si mettevano in fila e gli facevano il saluto romano. Di Vittorio, che era assente dall’Italia da molti anni, credeva che i bimbi traviati a causa della miseria dei loro genitori irridessero alla sua persona e intendessero schernirlo.

Una mattina però i piccoli detenuti gli fecero avere un messaggio, un foglietto di carta legato a un sassolino che lanciarono oltre il muro dove Di Vittorio si trovava al passaggio. E il messaggio diceva : « Noi non vi conosciamo ma i nostri padri ci hanno parlato di Voi. Noi siamo detenuti per reati comuni ma il babbo ci ha detto che siamo qui in prigione proprio perché anche Voi siete in prigione ». Questo era il significato di quel prezioso documento. Salutavano Di Vittorio romanamente perché conoscevano soltanto quel saluto. « Valeva la pena di aver lottato e sofferto in carcere, all’esilio, in carcere ancora, col pericolo della stessa vita per avere, alla fine, questo premio », disse Di Vittorio quella sera.

(Continua)

* www.rassegna.it, 21 giugno 2006 - per proseguire nella lettura, clicca sul rosso.


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