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EU-ANGELO E COSTITUZIONE . "CHARISSIMI, NOLITE OMNI SPIRITUI CREDERE... DEUS CHARITAS EST" (1 Gv., 4. 1-16).

SENZA LO "SPIRITO" DI GIOACCHINO DA FIORE, NON SI DA’ IL "TERZO PARADISO". Un omaggio critico a Michelangelo Pistoletto - a cura di Federico La Sala

sabato 4 aprile 2009
[...] Il Terzo paradiso è il nuovo mito che porta ognuno ad assumere una personale responsabilità in questo passaggio epocale.
Il riferimento biblico non ha finalità religiose, ma è assunto come messaggio per dare senso e forza al concetto di trasformazione sociale responsabile e per motivare un grande ideale che unisca in un solo impegno le arti, le scienze, l’economia, la spiritualità e la politica [...]
PASQUA IN ARRIVO. IL TERZO SARA’ REGNO DELLO SPIRITO SANTO: "TERTIUS IN (...)

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> Michelangelo Pistoletto, da uno a molti. 1956-74. La mostra che apre al Maxxi di Roma finalmente ricostruisce i suoi passi con precisione (di Angela Vettese - Pistoletto con trombone e specchietto).

domenica 27 febbraio 2011

Pistoletto con trombone e specchietto

di Angela Vettese (Il Sole-24 Ore, 27 febbraio 2011)

Guardo avanti e vedo me stessa e il futuro ma anche quello che mi sta dietro, le cose che i miei occhi non sanno dirmi e il presente nel suo farsi continuo. Questo è lo specchio, metafora materiale che racconta come proceda un individuo e insieme a lui la storia intera, attraversata dal caso e dalla nostra volontà.

Michelangelo Pistoletto (Biella 1933) lavora su questo tema da quando, dopo i suoi primi autoritratti dipinti su cui stendeva una superficie così lucida da renderne riflettente il fondo nero, vi vide il proprio riflesso. Decise allora di abbandonare la pittura per scegliere un disegno a matita, fondato sul realismo fotografico e realizzato su carta velina: la figura, poi, sarebbe stata incollata su acciaio specchiante. Così radicalizzati, i suoi quadri erano pronti per diventare l’autoritratto di chiunque, che si sarebbe trovato accanto e sue immagini: una donna qualsiasi, un gruppo di persone, Maria mentre cuce. Questo principio semplice contiene l’intenzione di mostrare aspetti che da fisici diventano morali: comprendere che passato, presente e futuro sono collegati, tollerare la dissonanza percettiva che deriva dal vedere una scena in cui sono compresenti immagini transitorie e permanenti, accogliere il disturbo cognitivo che ci proviene dall’accostamento di cose e persone in apparenza incompatibili, apprezzando invece le differenze che, dalla sfera del visibile, si trasferiscono in quella del vivibile: culture, razze, luoghi, tempi.

È da questo principio, con una chiara valenza politica anche se mai organica a una qualsiasi ideologia, che discende tutto il lungo percorso dell’artista; il quale, lungi dal fermarsi a quella prima invenzione - che però non lo ha mai più abbandonato - ne ha elaborato molte altre discendenti da questa.

Era figlio di un pittore che lo ha portato con sé a decorare case da quando aveva quattordici anni, ma da cui ha dovuto esautorarsi; sua madre lo iscrisse a una scuola per pubblicitari tenuta da Armando Testa, che lo avrebbe voluto nella sua squadra, ma fu presto titolare egli stesso di un’agenzia di successo; circondato da una Torino in cui arrivavano informazioni preziose, ora sui movimenti postbellici ora sulle Avanguardie storiche, Pistoletto fu capace di abbandonare la sicurezza economica per scegliere di fare solo l’artista; di lasciare, poi, il primo gallerista per bussare alla porta di Ileana Sonnabend a Parigi; di disobbedire anche a questa, quando in cambio di un successo assicurato tra le file della pop art ella gli chiese di trasferirsi in America.

Il suo realismo non era quello di Jasper Johns e degli artisti disposti a celebrare il consumismo. Al contrario, come dimostrano i suoi Oggetti in meno (1966) cercò un ritorno all’essenziale, al primario e anche a una forma di attiva partecipazione dello spettatore che invoca un atteggiamento opposto rispetto alla passività del consumatore. Il pubblicitario mancato conosceva i meccanismi della persuasione e suggerì come ribaltarli: il pensiero non dev’essere anestetizzato ma, al contrario, stimolato dalla caffeina dell’arte. Niente credo mistici o religiosi, nessuna sottolineatura del l’io, nessuna ricetta preconfezionata per un mondo migliore. Piuttosto, molte ricette da cucinare tutti insieme in un grande locale, con un tavolo su cui scambiare cibo e parole.

La vicenda di Pistoletto è connotata dall’audacia e certamente anche dalla fatica. Niente ha fermato la volontà di questo solido piemontese, che coltivò in Italia un dialogo con altri artisti sfociato nel nostro migliore movimento dopo il Futurismo. E dopo il 1967, anno di fondazione dell’Arte Povera, arrivarono i periodi dell’uomo nero, dell’anno bianco, di stanze una dentro l’altra che raccontano lo scorrere collegato di ogni cosa, di performance teatrali, fino a una filanda biellese trasformata in Cittadellarte, un luogo dove si produce di tutto purché in maniera responsabile e civile. Sapendo che ogni uomo è un frammento del tutto e che, come uno specchio, resta unitario pur diventando molteplice.

La mostra che apre al Maxxi di Roma il 3 marzo, organizzata da Carlos Basualdo insieme al Philadelphia Museum of Arts da cui proviene, finalmente ricostruisce i suoi passi con precisione dopo tre anni di preparazione alle spalle. In America ci è ritornato così, da vincitore.

-  michelangelo pistoletto. da uno a molti. 1956-74
-  Roma, Maxxi
-  dal 4 marzo al 15 giugno
-  www.fondazionemaxxi.it


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