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Memoria della libertà....

A FREUD (Freiberg, 6 maggio 1856 - Londra, 23 settembre 1939), GLORIA ETERNA!!! IN DIFESA DELLA PSICOANALISI. Federico La Sala risponde a Dario Antiseri. E lo scontro piace. La loro dialettica è tutta da gustare - lo scritto è del prof. Federico La Sala

A seguire, i testi di riferimento
venerdì 16 maggio 2008 di Emiliano Morrone
[...] "anche se il futuro riplasmerà o modificherà questo o quel risultato delle sue ricerche, mai più potranno essere messi a tacere gli interrogativi che Sigmund Freud ha posto all’umanità; le sue scoperte scientifiche non si possono né negare, né occultare (...) e se mai alcuna impresa della nostra specie umana rimarrà indimenticabile, questa sarà proprio l’impresa di Sigmund Freud" (Thomas Mann) [...]
Costituzione dogmatica della chiesa "cattolica"... e costituzione dell’Impero del Sol (...)

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> A FREUD (Freiberg, 6 maggio 1856 - Londra, 23 settembre 1939), GLORIA ETERNA!!! --- FREUD E RODIN NELLA VESTE DI CULTORI DELL ANTICO... una trama invisibile di contatti fra loro venne tessuta da illustri e devoti frequentatori dell’uno e dell’altro, tra i quali Rainer Maria Rilke, Lou Andreas-Salomé, Marie Bonaparte, Romain Rolland, Stefan Zweig, Hugo Heller (di Alberto Luchetti).

martedì 4 novembre 2008


-  FREUD E RODIN NELLA VESTE DI CULTORI DELL ANTICO

-  L’urgenza DEL PASSATO

-  L’inventore della psicoanalisi e il grande scultore francese avevano in comune l’hobby dell’archeologia: lo documenta una mostra allestita al Musée Rodin di Parigi, con il titolo «La passione all’opera».
-  Vi si trovano esposti, in parallelo, circa una settantina di antichi reperti collezionati da Freud e circa centocinquanta di Rodin, oltre a una serie di sue opere. Il tutto ruota intorno al famoso bassorilievo della «Gradiva»

-  di Alberto Luchetti (il manifesto, 01.11.2008)

Efficacemente intitolata «La passione all’opera. Freud e Rodin collezionisti», la mostra inaugurata il 15 ottobre a Parigi al Musée Rodin e organizzata in collaborazione con il Freud Museum di Londra espone, in parallelo, alcuni significativi reperti delle collezioni di antichità di Sigmund Freud (una settantina) e di Auguste Rodin (circa centocinquanta), oltre ad una cinquantina di opere dello scultore (in particolare la serie di assemblages di corpi in gesso che sporgono da vasi antichi o vi si rannicchiano, e un insieme di disegni tra cui quelli sul mito di Psiche) e ad alcuni libri delle ricche biblioteche archeologiche di Rodin e di Freud, che in qualche momento arrivò a confessare di leggere più saggi di archeologia che di psicologia. Il tutto gravita intorno alla carismatica presenza del famoso bassorilievo del II secolo d. C. cosiddetto della «Gradiva», che fu oggetto di un celebre lavoro di Freud a partire da un’opera letteraria di Wilhelm Jensen, ed è diventato perciò l’emblema del rapporto della psicoanalisi freudiana con l’antichità e con la letteratura.

L’accostamento tra lo scienziato dell’inconscio e l’innovativo scultore potrebbe sorprendere e sembrare artificioso, dal momento che i due non si incontrarono mai, pur sfiorandosi più volte; ma una trama invisibile di contatti fra loro venne tessuta da illustri e devoti frequentatori dell’uno e dell’altro, tra i quali Rainer Maria Rilke, Lou Andreas-Salomé, Marie Bonaparte, Romain Rolland, Stefan Zweig, Hugo Heller.

Una comune passione

Eppure l’accostamento tra due «creatori» pur così diversi non è affatto forzato, come ben documenta il ricco e approfondito catalogo della mostra (per le Éditions Nicholas Chaudun-Musée Rodin di Parigi), che tra gli altri propone importanti contributi di Alain Schnapp, Lydia Flem, Michael Molnar, Paul-Laurent Assoun, Dominique Viéville. Innanzitutto perché il parallelo tra due testimoni del loro tempo come Rodin e Freud ci restituisce efficacemente il modo in cui andava mutando la figura del collezionista d’arte, antica quanto l’umanità, nella seconda metà dell’800, quando l’avvento dell’archeologia sistematica come «pratica universale di esplorazione del passato» modificò le abitudini del mercato disciplinando «la febbre di collezione» (Schnapp), benché le lacunose leggi di tutela del patrimonio artistico all’epoca ancora permettessero abbastanza agevolmente l’acquisizione privata di reperti appena scoperti o di vecchie collezioni in vendita.

In secondo luogo perché l’accostamento tra Freud e Rodin rivela palesemente come il loro non fosse affatto un mero hobby della maturità ma una vera e propria passione attraverso cui le loro opere comunicano segretamente, entrambi ritrovando nell’Antico una componente essenziale, benché differente, del loro slancio creativo e della loro ricerca dell’origine.

Saxa loquuntur!, aveva esclamato Freud in un celebre passo di una conferenza del 1896 introducendo il paragone - accennato l’anno precedente negli Studi sull’isteria - fra il lavoro di analisi che stava conducendo con i suoi pazienti e il lavoro dell’archeologo, tra il suo «procedimento di svuotamento strato per strato» delle reminiscenze rimosse di eventi traumatici e la «tecnica del dissotterrare una città sepolta».

Un paragone alimentato dalla collezione di antichità, soprattutto scultoree, che Freud aveva intrapreso - non a caso proprio a partire da quell’anno, benché altri la facciano risalire già a qualche anno prima - raccogliendo reperti archeologici di varia provenienza: egiziana, greca, romana, etrusca, sumera, medio ed estremo orientale. Quella di Freud era dunque una «pulsione antiquaria», come la definisce Schnapp, una sorta di sintomo o una «dipendenza» analoga a quella per i suoi sigari, precisa Assoun, e che è probabilmente derivata dall’impressione provata a Parigi dieci anni prima, quando con sorpresa ritrovò «un museo» nella casa di Jean-Martin Charcot, il grande neurologo che frequentò per alcuni mesi con una borsa di studio e che segnò il suo interesse per la psicopatologia, e quando scoprì «tutto un mondo di sogno» nelle antichità del museo del Louvre.

Da allora la metafora archeologica per descrivere il metodo psicoanalitico lo avrebbe accompagnato costantemente, e per tutta la vita sarebbe stato circondato da una sempre più ampia collezione che sarebbe arrivata a contare circa duemila pezzi, tutti affollati intorno a lui nel suo studio, in una muta interrogazione a distanza del passato. Anche quando venne obbligato all’esilio dall’occupazione nazista, le antichità raccolte da Freud lo seguirono, grazie al riscatto pagato ai nazisti dalla principessa Marie Bonaparte: «Tutti gli Egiziani, Cinesi e Greci sono arrivati, sono sopravvissuti al viaggio quasi senza danni», dirà Freud con un sospiro di sollievo al loro arrivo a Londra.

Circa negli stessi anni - dal 1893 al 1917 - lo scultore Rodin fece altrettanto, raccogliendo una collezione di antichità che alla sua morte sarebbe arrivata a contare oltre seimila pezzi, dapprima disposti negli ampi spazi della residenza di Meudon che si trasformò quasi in una Acropoli, come gli disse lo scultore Antoine Bourdelle, e poi raccolti a Parigi nell’Hôtel Biron, ora sede del Museo Rodin. Per Freud, impegnato a spiegare quelle «grandi opere d’arte della natura psichica» che sono le nevrosi (come scriverà a Jung), le scoperte archeologiche e i reperti antichi offrivano una prova visiva, una tangibile figurazione della tenace conservazione di tracce del passato nell’inconscio del nostro «apparato dell’anima» (nello psichismo nulla si distrugge, dirà successivamente) e della loro accessibilità grazie a un metodo, quello psicoanalitico analogo a quello archeologico, che permette di reinserirne i frammenti apparentemente insignificanti in un contesto affettivo di senso.

Per l’artista Rodin, invece, «l’antico è la vita stessa» che l’arte cerca di esprimere, giacché vi ritrova quelle forme immediate della natura che secondo lui (con un ribaltamento dell’estetica neoclassica che nell’antichità scorgeva un compimento anziché un inizio) gli antichi avevano colto meglio potendo osservare il mondo ai suoi albori, non appesantiti dai vicoli di una tradizione. Ma Rodin, servendosi dell’antico per cercare implacabilmente di raggiungere il corpo nel suo irriducibile radicamento, era alla ricerca della possibilità di «mettere in luce la psicologia dell’essere» come diceva Georg Simmel, e nella logica del corpo comprendere l’interiorità.

Un parallelo proficuo

Per entrambi, il gusto dell’antico rientrava nella quotidianità e la loro collezione era una «cornice di vita» (Schnapp), entrambi arrivando a convocare i loro reperti alla loro tavola quasi come per un appuntamento amoroso (per Freud questa era la consuetudine per ogni sua nuova acquisizione); entrambi vi si avvicinarono per cercare un contatto immediato col passato nella convinzione che esso insista originariamente nel presente??????????; entrambi vissero la medesima urgenza verso il passato come motore della creazione della propria opera introducendo, come dice Assoun, le antichità nel cuore e negli interstizi delle loro creazioni, testimoni di una verità da svelare con la loro opera.

Cosicché l’uno può aiutare a comprendere qualcosa dell’altro: Freud con la sua scienza dei resti e degli scarti dell’osservazione può aiutare a comprendere Rodin, che eleva il frammentario allo statuto di imperativo estetico, il frammento a opera d’arte a pieno titolo, la «forma accidentata» a vittima vittoriosa dell’oltraggio del tempo. E Rodin può servire per comprendere Freud alle prese con l’oscuro intreccio tra il corpo, il femminile e la morte, interrogato da quella «roccia basilare», come la chiamava, che è il corpo con il suo enigma e la sua segreta topologia, con i suoi limiti e il suo costitutivo eccederli nell’irrappresentabile del godimento.


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