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Memoria della libertà....

A FREUD (Freiberg, 6 maggio 1856 - Londra, 23 settembre 1939), GLORIA ETERNA!!! IN DIFESA DELLA PSICOANALISI. Federico La Sala risponde a Dario Antiseri. E lo scontro piace. La loro dialettica è tutta da gustare - lo scritto è del prof. Federico La Sala

A seguire, i testi di riferimento
venerdì 16 maggio 2008 di Emiliano Morrone
[...] "anche se il futuro riplasmerà o modificherà questo o quel risultato delle sue ricerche, mai più potranno essere messi a tacere gli interrogativi che Sigmund Freud ha posto all’umanità; le sue scoperte scientifiche non si possono né negare, né occultare (...) e se mai alcuna impresa della nostra specie umana rimarrà indimenticabile, questa sarà proprio l’impresa di Sigmund Freud" (Thomas Mann) [...]
Costituzione dogmatica della chiesa "cattolica"... e costituzione dell’Impero del Sol (...)

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> A FREUD (Freiberg, 6 maggio 1856 - Londra, 23 settembre 1939), GLORIA ETERNA!!! IN DIFESA DELLA PSICOANALISI. ----I segreti di Freud a Londra ... la casa a Maresfield Gardens (di Andrea Valdambrini).

giovedì 4 giugno 2009

Il rifugio inglese

I segreti di Freud a Londra

di Andrea Valdambrini (il Riformista, 03.06.2009)

Londra. Non capita solo agli scrittori di mangiare una madeleine e far venire a galla un fiume di ricordi, oppure di tuffarsi, come Leopold Bloom, in una folle giornata solo per l’avventura di essere a passeggio per le vie di Dublino. L’orizzonte della memoria, una volta tanto non personale, ma collettiva, sociale, storica perfino, può essere aperta a chiunque abbia un po’ di assonanze con la psicoanalisi, se solo capita in quel posto, oserei dire magico, che è la casa di Freud a Maresfield Gardens. Per quanto possa sembrare strano, siamo in un quartiere residenziale del nord di Londra e non a Vienna. Freud ci ha speso un anno intero, quello prima di morire, dal settembre del ’38 a quello del ’39. La figlia Anna, che non sorprendentemente si è dedicata alla psicanalisi dell’infanzia, ci si è fermata un altro po’, fino al 1982 precisamente, dato che il posto non è niente male. Una casa elegante anche se non sfarzosa su due piani, dalle ampie finestre, circondata dalla quiete di un giardino verdissimo e battuta da un vento che sembra fatto apposta per agitare le idee nella testa e evocare memorie.

La prima cosa che sorprende, salendo le ampie scale vittoriane percorse chissà quante volte nell’anno di permanenza dal padre della psicanalisi, è un sigaro. Questo è la nostra madeleine, la nostra passeggiata dublinese. Davanti a una vetrata grande che guarda sulla strada - un tavolino al centro con due sedie, una libreria altezza ginocchio sotto la finestra con una collezione di volumi di botanica - in un angolino c’è un posacenere marmoreo color avorio, istoriato di motivi floreali giapponesi. Il sigaro è semplicemente appoggiato come fosse stato lasciato lì per quotidiana negligenza qualche minuto prima. Sembra da un lato ancora umido, dall’altro è un po’ annerito. Pare di vedere il padrone di casa, 82enne che sale la prima rampa incollato al suo maledetto sigaro da cui proprio non riesce a staccarsi. «La faringite come anche i problemi di cuore» annotava arrendevolmente qualche anno prima, «sono visti entrambi come punizione per il vizio del fumo». Psicopatologia di un vizio quotidiano.

La casa londinese era stata per Freud al tempo stesso un rifugio e l’emblema di una resa. L’appartamento dove aveva vissuto 47 anni della sua vita, sta a Vienna, al numero 19 di Bergstrasse. Ma quando i nazisti arrivano nella capitale dell’impero, dopo aver bruciato in un rogo terribile anche i suoi libri e quando infine sul suo portone compare, anche lì, la croce uncinata, a Freud non rimane che accettare l’invito degli amici britannici che lo vogliono portare in salvo a ogni costo. Costretto a scappare, e non certo con gioia, dalla casa di una vita, prende e salva quello che può: libri, stampe, foto, una straordinaria e preziosissima collezione di antichità. Qui incontra anche Salvador Dalì. Il pittore ne ricava un ritratto che a Freud non sarà mai mostrato (perché non l’avrebbe gradito? Perché troppo malato per apprezzare un omaggio dissacrante e inconsueto?). Lo schizzo preparatorio riproduce la ricerca faticosa della forma. «Una cena di lumache» ricorda Dalì nell’"Autobiografia", «mi ha rivelato il segreto morfologico di Freud. Il suo cranio è proprio una lumaca. Il suo cervello ha la forma di una spirale». Una libera associazione mentale è alla base della nascita del ritratto. Fa riflettere quanto è grande il debito del dadaismo - e di tutta la modernità - verso la psicanalisi.

Al piano superiore un video in bianco e nero delizia i visitatori del museo con i filmini di famiglia, commentati dalla figlia Anna, in cui appare perfino la mamma di Freud, motore involontario del Novecento, dall’umorismo autolesionista di Philip Roth all’ironia di Nanni Moretti. Il miracolo, però, è ascoltare 2 minuti e 26 secondi della voce di Sigmund, registrata per la Bbc proprio nel 1938 e conservata da questa portentosa tecnologia per lo stupore dei posteri. È un sommario e un autoritratto. Parla con disarmante semplicità, scandisce le parole sopra un leggero tremolìo: «Ho cominciato come neurologo... Ho scoperto qualcosa di nuovo che ha rivelato l’inconscio... Da quella scoperta è nata una nuova scienza... Solo alla fine sono riuscito nella mia impresa, ma la lotta non è finita».

Infatti entrare nel suo studio è come tuffarsi nella storia culturale del secolo che fu. Un’enorme sala percorre longitudinalmente il piano terra della casa. Libri dappertutto, solo una minima parte della biblioteca viennese immaginiamo. E quasi al centro, lui, il "re divano", proprio l’originale. Culla, feticcio, tomba della psicanalisi. Bordato di pesanti tappeti, avvolto nel mistero dei pazienti e dell’analista, che dietro a loro, su una sedia dallo schienale sottile di legno pregiato, avrà ascoltato una serie infinita di storie su cui ha scritto, riflettuto, annotato tutto il suo nuovo metodo per il trattamento della nevrosi.

L’emozione rischia di essere troppa, bisogna uscire dal sancta santorum della psicoanalisi. Non senza prima imbattersi nei libri che Freud amava. Da Dostoevskij a Shakespeare, da Flaubert a Edgar Allan Poe e infiniti altri - non mancava certo "Viaggio in Italia" di Goethe. E infatti Freud ha visitato le antichità italiane in più occasioni. Nel 1901, quando sulle orme del grande viaggiatore tedesco viene a Roma per la prima volta, dopo aver visto il Pantheon, San Pietro in Vicoli (con il Mosè di cui scriverà fino all’anno londinese) e il tramonto dal Gianicolo annota con trasporto: «Questo pomeriggio ho avuto così tante impressioni che me le porterò dietro per anni". L’amore per Roma, per Pompei, la Sicilia e tutto quanto evoca l’antichità, si univa in lui al disprezzo per il consumismo americano, emblema di una tendenza a tagliare le radici col passato. Per riscoprire l’importanza del quale Freud avrebbe volentieri messo sul lettino un’intera nazione.

E quando il nostro viaggio della memoria nella vita quotidiana dell’ultimo anno di vita di Freud volge al termine, sorge una domanda. Chissà cosa penserebbe l’ex padrone di casa, se fosse ancora vivo, di tutti gadget venduti nella sala accanto a quello che fu il suo scrigno delle memorie di esiliato. Un mini-busto in bronzo costa la bellezza di 185 sterline! Ma a prezzi ben più popolari ci si può portare a casa la penna trasparente in cui "naviga" da su a giù il divano della psicoanalisi, il portachiavi con su incisa la triade inconscio/io/super-io, e un mini pupazzetto barbuto freud-sembiante con tanto di elegante panciotto da applicare alla punta di un solo dito. Magari per fargli dire: la mia scoperta, sì, tutto merito (o colpa) di mia madre. Ma per il kitsch, quello no. A limite parlatene con i miei eredi.


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