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Memoria della libertà....

A FREUD (Freiberg, 6 maggio 1856 - Londra, 23 settembre 1939), GLORIA ETERNA !!! IN DIFESA DELLA PSICOANALISI. Federico La Sala risponde a Dario Antiseri. E lo scontro piace. La loro dialettica è tutta da gustare - lo scritto è del prof. Federico La Sala

A seguire, i testi di riferimento
vendredi 16 mai 2008 par Emiliano Morrone
[...] "anche se il futuro riplasmerà o modificherà questo o quel risultato delle sue ricerche, mai più potranno essere messi a tacere gli interrogativi che Sigmund Freud ha posto all’umanità ; le sue scoperte scientifiche non si possono né negare, né occultare (...) e se mai alcuna impresa della nostra specie umana rimarrà indimenticabile, questa sarà proprio l’impresa di Sigmund Freud" (Thomas Mann) [...]
Costituzione dogmatica della chiesa "cattolica"... e costituzione dell’Impero del Sol (...)

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> "A FREUD, GLORIA ETERNA !!!". ---- All’« Angelicum » di Roma il Congresso della Spi su « Identità e cambiamento ». Al centro l’esigenza psicoanalitica di rilanciare il ruolo e lo spazio della « soggettività » in un contesto sociale che la demolisce (di Bruno Gravagnuolo, Dio è morto ? Forse, ma l’« Io » non ancora).

samedi 24 mai 2008

CONVEGNI

All’« Angelicum » di Roma il Congresso della Spi su « Identità e cambiamento ». Al centro l’esigenza psicoanalitica di rilanciare il ruolo e lo spazio della « soggettività » in un contesto sociale che la demolisce

Dio è morto ? Forse, ma l’« Io » non ancora

di Bruno Gravagnuolo (l’Unità, 24.05.2008)

Identità è nozione a tutta prima chiarissima, tautologica : A=A. E però, un attimo dopo, massimamente ambivalente e sfuggente. Per dire che A=A, devo dire e presupporre il suo contrario : A non è non-A. Insomma l’identità comporta ipso facto il suo contrario, non foss’altro per esclusione. È un po’ come il tempo nell’Agostino delle Confessioni. Se mi chiedo che cosa è lo so, se me lo chiedono, non lo so. Logici e filosofi conoscono bene questi grattacapi e ci si azzuffano da millenni, a partire da Parmenide, e tralasciando il disinvolto Eraclito (« tutto scorre », lo sappiamo grazie tanto !). E le cose si complicano ancora di più sul piano emotivo e psicologico. Perché lì non sono in ballo soltanto costrutti e teoremi, ma il senso stesso di essere. Del « consistere » vero e proprio del soggetto vivente.

Sicché ha un bel coraggio oggi la Società psicoanalitica Italiana, a infilarsi in un tema come questo, e per giunta in un momento in cui vacillano i confini del sapere, i fondamenti del conoscere, le identità politiche. E smotta persino la consistenza di qualcosa come una « sostanza-soggetto », sotto la libertà dei singoli. Singoli che a loro volta si scoprono « plurimi », per la pressione selettiva di culture, civiltà e identificazioni in contrasto, nell’oceano del mondo globale e in risonanza. E nondimeno la Spi questa sfida l’accetta e se ne fa quasi un dovere etico, oltre che un obiettivo epistemologico : tracciare una mappa del soggetto. Per ripartire, capire. E ricostruire una « macchina del senso », del dar senso, a ciò che appare svuotato e destituito di senso. Ma soprattutto per « curare » questa « mancanza », che genera angoscia, depersonalizzazione, solitudine. Incapacità di simbolizzare e comunicare, all’apice di un tempo connotato dalla comunicazione accelerata, e magari povero di relazioni emotive, di espressività. Una sindrome che si riversa sul lettino del « setting », sempre meno asettico e sempre più relazionale e relazionato, a un mondo in cui crollano le identificazioni stabili.

Tante le relazioni e i contributi per questa sfida, cominciata ieri a Roma al Centro Congressi Angelicum (fino a domenica). A cominciare da quella di Fernando Riolo, Presidente del Comitato esecutivo della Spi, che ieri abbiamo letto su queste pagine. Riolo enunciava, ci pare, un paradosso. Per un verso l’obiettivo dell’analisi (freudiana) è l’autoindividuazione consapevole che fa « diventare Io dove era l’Inconscio ». Dall’altro però l’analisi presuppone il « rilasciamento » di quell’Io che si vorrebbe ricostruire : una sua « auto sospensione ». Un suicidio consapevole delle « resistenze », in termini freudiani. E tra l’obiettivo ideale e « asintotico » (la nuova coscienza che integra le parti del sé) e l’inizio, c’è la discesa agli inferi. Cioè una rescissione di « vissuti » e tracce immaginali, che centrifugano l’Io, come in un vero bagno chimico. Il risultato finale, non prescritto né garantito, dovrebbe essere una migliore integrazione degli strati psichici. E così è la memoria del vissuto riattraversato, a fondare alfine l’Io. Ma questa via sperimentale non rischia di spaesarci del tutto ? Con l’affidare il soggetto all’istinto di autoconservazione che si rigenera da sé, pur dentro l’autocomprensione vissuta ? Convissuta con sé e con l’altro, per il « medio » dell’Analista « introiettato », naturalmente.

E allora la domanda resta : che cos’è l’Io, benché differenziato ed elastico ? Quali i suoi mattoni, le sue « invarianze », se ci sono ? Risponde Lucio Russo, analista teoretico a Roma, studioso di filosofia, che in questi anni ha enormemente allargato il campo freudiano alla filosofia e alla scienze umane. Decisivo il suo ultimo Le Illusioni del pensiero (Borla) dove ricostruisce la macchina del pensare come elaborazione necessaria della « perdita d’oggetto », all’incrocio tra istinto di morte e funzione « negativa del giudizio » : la differenza vivente che si rispecchia e si separa. E che accede al linguaggio e alla logica come Legge del Significante.

Ebbene Russo parte dalle premonizioni moderne di John Locke, nel Saggio sull’intelletto umano del 1694. L’identità non è più « sostanza fissa », ma accumulo non lineare di sensazioni e percezioni convertite in memoria, che immagina e proietta. Il questo e questo Sé, in un altro tempo e in un altro luogo : l’immaginario. Ha dunque ragione Remo Bodei secondo il quale, su questa linea lockeana e « pre-freudiana », l’Io si liquefa in parti fluide all’infinito ? No, dice Russo. L’identità al contrario è un rispecchiamento stabile, capacità di scindersi e di riunificarsi sulla « mancanza » e la separazione dall’Identità originaria e inerte. Identità primordiale nel rispecchiamento materno, o al contrario, per dirla con Winnicott, primordiale e autosufficiente senza rispecchiamento (identità prenatale). Come che sia per Russo da quello « stadio » l’umano deve uscire, sperimentando nel dolore la separazione. Pur senza ottundere del tutto quegli stadi primordiali che l’analisi indaga. Dunque identità come conquista.

E, aggiungiamo noi, attorno a funzioni cognitive cerebrali e « immagini influenti » : l’identità sessuale e di genere, ad esempio. Senza questo processo, il rischio è quello denunciato da Lévinas nella « filosofia dell’hitlerismo : esperienza isterica e totalizzante dell’identità, che distrugge l’altro, propugnando il ritorno all’indistinto della « terra e del sangue ». Resterebbe il discorso sul sociale. Ma in fondo è già tutto dentro l’Io. Ci penseranno al Congresso René Kaës e Marc Augé. Il primo con la descrizione dei « garanti metasociali ». Istituzioni, valori e figure di Autorità senza cui l’Io si spappola. E non riesce a fare « contratti narcisistici » o investimenti di senso. Augé invece, con la denuncia delle « alienazioni digitali », che squagliano l’Io nei deliri dell’immaginario consumista. Insomma l’Io è in fuga. Ma è pur sempre un Io a doverlo inseguire e raggiungere.


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