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Memoria della libertà....

A FREUD (Freiberg, 6 maggio 1856 - Londra, 23 settembre 1939), GLORIA ETERNA!!! IN DIFESA DELLA PSICOANALISI. Federico La Sala risponde a Dario Antiseri. E lo scontro piace. La loro dialettica è tutta da gustare - lo scritto è del prof. Federico La Sala

A seguire, i testi di riferimento
venerdì 16 maggio 2008 di Emiliano Morrone
[...] "anche se il futuro riplasmerà o modificherà questo o quel risultato delle sue ricerche, mai più potranno essere messi a tacere gli interrogativi che Sigmund Freud ha posto all’umanità; le sue scoperte scientifiche non si possono né negare, né occultare (...) e se mai alcuna impresa della nostra specie umana rimarrà indimenticabile, questa sarà proprio l’impresa di Sigmund Freud" (Thomas Mann) [...]
Costituzione dogmatica della chiesa "cattolica"... e costituzione dell’Impero del Sol (...)

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> A FREUD --- EDIPO A COLONO. La grandezza di Edipo alla fine del cammino (di Paolo Beltramin).

giovedì 28 giugno 2012


-  La grandezza di Edipo alla fine del cammino

-  A Colono cala il sipario sulla tragedia classica

-  di Paolo Beltramin (Corriere della Sera, 28.06.2012)

«Sofocle compose tragedie fino a tarda età. Siccome per questa passione sembrava trascurare la gestione del patrimonio familiare, fu portato in tribunale dai figli: volevano che i giudici lo dichiarassero infermo di mente. Allora il vecchio recitò ai giudici la tragedia che aveva appena scritto, e chiese loro se poteva essere l’opera di un vecchio demente. Fu subito assolto».

La tragedia in questione è l’ultima di Sofocle, Edipo a Colono; e questo breve brano del De senectute - scritto da Cicerone oltre tre secoli dopo -, in qualche modo ne riassume i temi e la grandezza. La vita del grande tragediografo greco sembra intrecciarsi a quella del suo eroe per eccellenza, proprio nel momento in cui entrambi si trovano a un passo dalla morte.

Come l’episodio biografico del processo a Sofocle, anche l’Edipo a Colono racconta di un vecchio solitario e abbandonato da tutti, di figli che tradiscono il padre, di un mondo dove ormai dominano la brama di denaro e di potere. Ma alla fine, sulla scena come in tribunale, anche questa volta la grandezza del protagonista riuscirà a risplendere per l’ultima volta.

Edipo a Colono, domani in edicola con il «Corriere della Sera», non è affatto un sequel, una semplice prosecuzione degli avvenimenti rappresentati nell’Edipo re. La tragedia anteriore, e più celebre - modello a cui si rifà Aristotele nella Poetica per elaborare il canone della drammaturgia classica -, è la rappresentazione della forza del destino, della potenza divina capace di piegare l’eroe anche nel pieno delle sue forze.

Questa, oggi meno nota e molto meno rappresentata, è invece la tragedia della vecchiaia, e della fine di un’era. Messa in scena per la prima volta nel 401 a.C., è una tragedia postuma non solo al suo autore (morto alcuni mesi prima, appena terminata questa sua opera-testamento), ma anche all’ambiente culturale che rappresenta, l’Atene classica, sconfitta da Sparta nella guerra del Peloponneso e condannata a un inarrestabile declino. Anche il più giovane e moderno dei tragici greci, Euripide, ormai è morto, secondo una leggenda addirittura sbranato dai cani.

All’inizio della tragedia Edipo, vecchio e cieco, giunge a Colono accompagnato dalla figlia Antigone e presto raggiunto dall’altra figlia, Ismene. Il potente tiranno di Tebe ormai non è che un vagabondo, «straniero in terra straniera». Non è più un eroe perseguitato dagli dei, ma l’ultimo superstite di un mondo che non c’è più.

Nell’Edipo re il dolore era frutto del destino, della volontà divina; ora le cause della sofferenza sono tutte umane, troppo umane. E la battaglia fratricida tra i figli di Edipo non è affatto la conseguenza di una catena della colpa mitica, ma lo specchio del declino della polis greca, vittima della sua stessa mania di potenza.

Come il vecchio Edipo, il novantenne Sofocle guarda al nuovo mondo con totale distacco esteriore, e insieme con un profondo dolore interiore. La vecchiaia comporta sconfitte, tradimenti, umiliazioni, ma anche una straordinaria lucidità. Insomma, si può dire che nel demo di Colono - il borgo alle porte di Atene dove il drammaturgo era nato nel 496 a.C., prima ancora delle guerre persiane - è ambientato il Re Lear della Grecia classica.

Quando Edipo è ormai vicino alla fine del suo cammino, il coro sembra non lasciare alcuna speranza: «Non nascere, ecco la cosa migliore, e se si nasce, tornare presto là da dove si è giunti. Quando passa la giovinezza con le sue lievi follie, quale affanno mai sta lontano, quale pena mai non è presente? Invidie, lotte, battaglie, contese, sangue; e infine, spregiata e odiosa a tutti, la vecchiaia».

Ma proprio nell’ultima scena, la figlia Antigone riesce a ribaltare questa prospettiva della morte (e della vita) come sofferenza senza scopo: «Perfino dei mali v’è rimpianto: ciò che non è affatto caro, pur mi era caro quando tenevo mio padre tra le braccia. O padre, o caro, o tu per sempre avvolto nelle tenebre sotterranee, neppure lontano ti mancherà mai l’amore mio e di mia sorella».

La morte dell’eroe non è rappresentata sulla scena. Edipo scompare misteriosamente, tra gli alberi del bosco sacro di Colono. Con questa dissolvenza termina la saga di un eroe sacer (termine con cui gli antichi indicavano non solo chi è sacro, ma anche chi è maledetto). Si chiude l’era in cui gli dei camminavano tra gli uomini. Si chiude l’opera dell’autore tragico più amato dagli ateniesi del tempo. Si chiude la brevissima e immortale storia della tragedia greca.


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