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EVANGELO, COSTITUZIONE, E TRADIMENTO STRUTTURALE DELLA FIDUCIA. Il DIO dei nostri Padri e delle nostre Madri Costituenti E’ AMORE (Charitas) non "MAMMONA" (Benedetto XVI, "Deus caritas est")!!!

VENI, CREATOR SPIRITUS: LO SPIRITO DELLA VERITA’. Lo Spirito "costituzionale" di Benedetto Croce, lo spirito cattolico-romano di Giacomo Biffi, e la testimonianza di venti cristiani danesi (ricerca scientifica) - a cura di Federico La Sala

"CHARISSIMI, NOLITE OMNI SPIRITUI CREDERE ... DEUS CHARITAS EST"(1 Gv., 4.1-16)
mercoledì 8 aprile 2009
[...] L’11 marzo 1947 Benedetto Croce esortò l’Assemblea Costituente della nuova Italia a elevare un’implorazione allo Spirito Santo con le parole (così disse) dell’«inno sublime»
Veni creator Spiritus.
Era una proposta inattesa, tanto più che proveniva da un «laico». Ed era una proposta illuminata: richiamava a tutti la solennità e la rilevanza del momento, suggerendo addirittura di cogliere una certa «sacralità» immanente nell’impresa che si stava affrontando; «sacralità» se non (...)

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> VENI, CREATOR SPIRITUS: LO SPIRITO DELLA VERITA’. --- Perché non «è possibile convertire Croce» (Fulvio Tessitore, La ricerca delo storicismo)..

martedì 20 novembre 2012

Cristiano ma senza redenzione finale

di Gaetano Pecora (Corriere La Lettura, 18.11.2012)

Ogni grande autore viene interpretato in mille maniere diverse. Non c’è da prenderne scandalo: è il ritmo della conversazione umana. Quando però superano certi limiti, le interpretazioni si mutano in capricci esegetici, snodati e fantasiosi. È accaduto per Benedetto Croce quando, arpionatolo al saggio Perché non possiamo non dirci cristiani, a viva forza lo si è tirato dentro il circolo di quella particolarissima coloritura del cristianesimo che è il cattolicesimo.

Siano benvenute, perciò, le pagine assai acute (e puntute) con cui Fulvio Tessitore, nel libro La ricerca dello storicismo (Il Mulino, pp. 703, 75), spiega perché non «è possibile convertire Croce». Cristiano sì; ma cattolico no, mai. Cristiano, Croce lo fu davvero; ma suppergiù come un napoletano si sente anche italiano, come un fatto culturale dunque; e meglio ancora come ciascuno di noi eredita il patrimonio dai suoi maggiori; «eredità - sono parole di Croce - che non si può rifiutare, si deve accrescere e correggere anche per accrescerla, ma col metodo stesso col quale è stata trovata, cioè col metodo antidogmatico e critico».

C’è qualcuno che in queste parole sente gorgogliare gli umori della sapienza cattolica? Si aggiunga che il cattolico non esclude che l’uomo possa redimersi dal male e salvarsi. Solo che la salvezza non è di questo mondo, che Adamo precipitò in un mare di dolori (o cattivi piaceri). La qual cosa, nota Tessitore, si urta due volte con la concezione crociana.
-  La prima è che la prospettiva ultramondana esula dagli orizzonti del suo pensiero. Quel che a Croce interessa sapere è se l’uomo possa salvarsi in questo mondo. Qui, non altrove. Quaggiù, non lassù.
-  La seconda è che la salvezza cattolica rimanda al Paradiso, cioè a uno stato perfetto che, proprio perché perfetto, è tetragono ai mutamenti e come fermo in un eterno presente.

Nella concezione di Croce, invece, non c’è la redenzione finale; e non c’è perché per lui la Storia non conosce mete ultime, traguardi estremi, tappe finali, dove a uomini appagati sia dato riposare sulle loro fatiche. «Altro riposo - scrisse - non è concesso all’uomo se non nella lotta e per la lotta». Donde la preoccupazione che non si «tolga all’uomo l’umana sua facoltà di errare e di peccare, senza la quale non si può neppure fare il bene, il bene come ciascuno lo sente e sa di poter fare».

Tutto questo, beninteso, nel presupposto che siano gli uomini in carne e ossa a far tesoro dei loro errori, con i loro slanci e le loro chiusure, le loro passioni e le loro miserie. Precisamente quegli uomini che, talora, sbiadiscono nello «Spirito universale» di Croce e che a giusta ragione Tessitore traguarda con ciglio contratto come l’inciampo che devia per strade torte il corso, altrimenti umanissimo, dei suoi pensieri. Umanissimo proprio nel senso che non oltrepassa gli umani e appunto perciò si tiene stretto «alla virtù che immane in noi».


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