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Ricostruire o costruire. Carta di Gubbio (1960): i centri storici non solo un concentrato di monumenti, ma un tessuto urbano da tutelare nel suo complesso ...

TERREMOTO E RICOSTRUZIONE. Il dramma de L’Aquila e dei paesi abruzzesi interroga architetti e urbanisti. Una nota di Francesco Erbani - a cura di pfls

giovedì 9 aprile 2009 di Federico La Sala
[...] Per Franco Purini, architetto e professore a Roma, «il recupero di un centro antico distrutto va attuato con metodo filologico, ma nuovi quartieri sono indispensabili». Nuovi quartieri, non nuove città. «È proprio l’antico che ce lo chiede», spiega, «perché il patrimonio edilizio del passato può non andare bene per le esigenze di sostenibilità e di sicurezza. Nuovi quartieri che però creino spazi pubblici e agevolino il formarsi di comunità». Lo spettro, invece, di insediamenti senza (...)

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> TERREMOTO E RICOSTRUZIONE. ... Renzo Piano parla del terremoto che ha sconvolto l’Abruzzo «in diretta» da San Francisco, la città del Big One (Interv. di Stefano Bucci).

sabato 11 aprile 2009


-  L’architetto Renzo Piano sulla ricostruzione dopo il terremoto: per evitare errori è
-  necessario prendere tempo, elaborare il lutto

-  «Cemento armato? All’Aquila meglio il legno»
-  intervista a Renzo Piano

di Stefano Bucci (Corriere della Sera, 11.04.2009)

Renzo Piano parla del terremoto che ha sconvolto l’Abruzzo «in diretta» da San Francisco, la città del Big One (ma anche la città che, devastata nel 1906 da un sisma violentissimo, venne rico­struita ex novo in soli nove anni). Quel­lo dell’architetto del Beaubourg e della futura London Bridge Tower (in viag­gio da Frisco verso Los Angeles, altra città sismica, dove sta completando il Los Angeles Country Museum) sembra, d’altra parte, il destino di un progetti­sta che ha dovuto fare spesso i conti con i terremoti: «Durante i lavori per la costruzione dell’aeroporto di Osaka, du­rati 38 mesi, - dice - ci furono alme­no 30 terremoti, alcuni dei quali supe­riori al quinto grado Richter». Ma chia­risce: «Nessun intoppo. Nemmeno per il terremoto che nel 1995 distrusse Ko­be: ha ’solo’ fatto oscillare il mio aero­porto (costruito sull’acqua ndr) di 50 centimetri e non si è praticamente rot­to un vetro. Perché la flessibilità nelle strutture sismiche è essenziale al pari della leggerezza».

Architetto che fare adesso con le cit­tà distrutte?

«Vanno ricostruite o restaurate dove sono: non ha alcun senso fare altrimen­ti. Anche se ci vorrà tempo. Anzi, ose­rei dire che per evitare errori è assoluta­mente necessario prendere tempo, la­sciar cadere la polvere, elaborare il lut­to ».

Questo vale per le case. E per i mo­numenti?

«Vanno restaurati e consolidati. Oltre­tutto in Italia le soprintendenze posso­no contare su tecnici preparatissimi. Ma ripeto, tutto quello che è stato di­strutto, va ricostruito proprio dov’era».

Allora niente new town?

«Le new town sono sempre deserti af­fettivi: si immagini dopo un terremoto. Una volta esaurite le urgenze, e approfit­tando della buona stagione, penso che bisognerebbe invece costruire, in un luogo molto prossimo alle città distrut­te, un quartiere o più quartieri di transi­zione. Ecco queste possono essere, per me, le uniche new town possibili: quel­le che dovrebbero sostituire i campi de­gli sfollati prima della ricostruzione ve­ra e propria».

Mattoni o cemento armato?

«Meglio il legno. Che è un materiale leggero, flessibile, riciclabile, rinnovabi­le, sicuro. Si tagliano gli alberi per co­struire quelle case temporanee e se ne piantano tre volte tanti. E quando, dopo quattro o cinque anni, si buttano giù le case, al loro posto si fa nascere un bo­sco e si ricicla il legno usato. Si lavora, insomma, sulla natura. Meglio dimenti­carsi quel cemento armato che rende tutto meno elastico e più vulnerabile»

Che consiglio darebbe al premier Berlusconi sulla ricostruzione?

«Lasci perdere gli aumenti di cubatu­ra. Non faccia aggiungere protesi, so­pralzi appiccicati qua e là, che non faran­no altro che peggiorare condizioni di stabilità già precarie».

E poi?

«Promuova un progetto di messa in sicurezza degli edifici già esistenti. Ri­lanci l’edilizia per ’fare meglio’ e non per ’fare di più’. Faccia applicare le re­gole. Faccia eseguire più controlli per­ché, in Italia, la gente deve smettere di rubare sulle tecniche di costruzione, ag­girando i controlli, tirando su palazzi brutti e ’a rischio’. Oltretutto le regole ci sono, le leggi anche: devono essere solo applicate».

Se le regole ci sono perché, allora, questi danni così gravi?

«Perché l’Italia si è assuefatta al pres­sappochismo e alla fatalità che del pres­sappochismo è la giustificazione: le trac­ce lasciate dal terremoto in Abruzzo ne sono la dimostrazione evidente».

Che impressione le fa vedere questo terremoto da San Francisco?

«Penso che qui ci sono circa mille al­larmi all’anno sul Big One. Nella mag­gior parte dei casi sono allarmi ingiusti­ficati, ma nessuno si permette di catalo­garli come ’inutili’. Perché la sismolo­gia è una scienza esatta fatta di tanti ele­menti, allarmismi compresi: quello che è importante è capire la differenza tra vera scienza e semplice paura. Qui, co­me in Giappone, sembrano averlo capi­to. Forse dovremmo farlo anche noi».


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