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EDIPO RE E GIUSEPPE (E I SUOI FRATELLI): PESTE E CARESTIA. Un confuso raffronto per mostrare "quanto dista il mito dalla bibbia" ...

René Girard continua a confondere ’ciecamente’ i livelli e a negare l’immortale acquisizione di Sigmund Freud. L’"edipo completo" permette di capire la rivalità dei fratelli (e delle sorelle) e lo stesso messaggio evangelico, non viceversa - a cura di Federico La Sala

L’incomprensione della lezione di Freud lo spinge ad una cieca apologia del cattolicesimo costantiniano e dell’ideologia ratzingeriana. Il cristianesimo non è un cattolicismo
lunedì 27 aprile 2009 di Federico La Sala
[...] Si può affermare che le comunità a cui appartenevano Edipo e Giuseppe abbiamo agito giustamente nell’espellerli? Credo che questa sia la domanda predominante in entrambi i testi, ma che rimane implicita nel mito di Edipo, poiché la risposta silenziosa del mito è sempre sì. Quello che Edipo dovrà soffrire è la giusta punizione per i suoi crimini. Nella Bibbia la domanda si fa del tutto esplicita, perché la risposta è un riecheggiante no. Quello che Giuseppe dovrà soffrire è (...)

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> Morto a 91 anni il filosofo René Girard - il grande antropologo (il triangolo sì, lui l’aveva considerato).

giovedì 5 novembre 2015


Addio René Girard, grande antropologo (il triangolo sì, lui l’aveva considerato)

di Luca Mastrantonio (Corriere della Sera, 5 novembre 2015)

Chi crede nella religione del romanzo, e del desiderio che nasce dall’incontro scontro con l’altro, da questa notte è un po’ più solo. Se ne è andato alla veneranda età di 91 anni l’”immortale” dell’Accademia di Francia René Girard, morto dopo una lunga malattia nella notte del 4 novembre 2015. Ne dà notizia sul suo sito l’università americana di Stanford, dove l’antropologo insegnava da 30 anni, venerato da studenti e colleghi, per i quali era inconfondibile quel volto leonino con i capelli bianchi e uno sguardo infossato che restava dolce sotto le ciglia folte corvine.

Dalla Francia agli Usa

Girard, nato ad Avignone, nel 1923, ha rappresentato una figura davvero singolare, di intellettuale francese in America, dove aveva diffuso la “peste” dello strutturalismo e, soprattutto, ideato una teoria, quella del “desiderio mimetico”, che ha rivoluzionato non solo la critica letteraria, ma l’antropologia, anticipando anche l’intuizione di successive scoperte scientifiche, come quella dei “neuroni a specchio”, degli italiani Vittorio Gallese, Giacomo Rizzolatti e di Andrew Meltzoff, che sono alla base del processo psicologico e sociale dell’empatia.

Il Desiderio mimetico

La teoria del “desiderio mimetico”, che compare nel libro Menzogna romantica e verità romanzesca, pubblicato nel 1961 (in Italia da Bompiani), rivela quello che, a posteriori, tutti ammettiamo di aver sperimentato, ma che Girard intuì dalla lettura di Proust, Dante, Dostoevskij, Shakespeare e altri grandi della letteratura: il desiderio non è un rapporto a due, tra il soggetto nella sua individualità compiuta e l’oggetto nella sua unicità seducente, bensì un rapporto a tre, un triangolo formato dal soggetto, dal modello e dall’oggetto. Il modello è il mediatore, che può essere un genitore, un professore, un mito personale, qualcuno che vogliamo imitare, qualcuno che possiede qualcosa che noi desideriamo perché ci sembra più completo di noi. Qualcuno che vogliamo essere attraverso quel desiderio che credevamo nostro e del tutto nostro non è.

Verità romanzesca e menzogna romantica

Questa dinamica svela la finzione, la menzogna appunto del titolo, del romanticismo e, più in generale, della modernità che vedeva il soggetto come un individuo libero, assoluto, autonomo. Qui appare hegelianamente piuttosto schiavo del suo desiderio che non è neanche suo, ma derivato. La verità romanzesca, invece, è quella dei grandi narratori che svelano la realtà del desiderio. Il romanzo è molto importante perché il mediatore può essere anche non reale, un modello di finzione, letterario: Paolo e Francesca, per esempio, che si innamorano leggendo il romanzo di Lancillotto.

Sacra violenza

Il mediatore spesso è un rivale. E qui c’è il rovescio della teoria di Girard, derivata da Freud distaccandosene, così come Girard si allontana anche da Lévi-Strauss: quella del capro espiatorio, come violenza sacralizzata che esorcizza la paura della violenza, tiene lontana quella esterna, fuori dalla comunità, e disinnesca quella interna: una violenza nata dalla rivalità con l’altro, dal voler desiderare quello che l’altro ha. Su questo si incentrano Il capro espiatorio (1967) La violenza e il sacro (1972). Il sacrificio è tipico delle civiltà antiche, arcaiche, come esorcismo della violenza: si uccide qualcuno di debole, remissivo, in un atto reso sacro. Così si placano i conflitti tra le persone e si fonda o rafforza il vincolo sociale. Il sacro è pura coesione.

Imitare il sacrificio

Il cristianesimo, che Girard abbraccia con fervore intellettuale, permette di superare questa violenza, perché manda in cortocircuito il meccanismo del capro espiatorio (in un certo senso svela la “menzogna” della violenza attraverso il racconto di Cristo e l’invito a imitarlo). Cristo si offre per volontà del padre come vittima benché manifestamente innocente: un Dio che non chiede il sacrificio di Isacco, figlio di Abramo, ma offre il suo, di figlio, come sacrificio, svelando la finzione: si sacrifica un innocente. Una epifania che ispira un mimetismo inverso e salvifico, perché non più condannato alla rivalità per ottenere il riconoscimento degli altri, e di noi stessi attraverso gli altri, ma per il superamento del conflitto. Come? Imitando Cristo.

Cristiano d’avanguardia

Chi mi attacca - diceva Girard - è contro la mia teoria perché è allo stesso tempo una teoria d’avanguardia e una teoria cristiana. Quelli d’avanguardia sono anti-cristiani e molti cristiani sono anti-avanguardia. Anche i cristiani sono stati molto diffidenti nei miei confronti.” Molte di queste contraddizioni esplodono con l’ultimo libro, Achever Clausewitz, aveva creato un putiferio in Francia, dove venne pubblicato nel 2007 (in Italia è uscito da Adelphi col titolo Portando Clausewitz all’estremo). Si tratta di un saggio che analizza i conflitti contemporanei partendo dal trattato ottocentesco Sulla guerra, dello stratega prussiano Von Clausewiz. Negli ultimi anni, convinto che Islam e Occidente potessero uscire dalla violenta spirale di rivalità mimetica, Girard era diventato meno apocalittico. Rispetto a quando aveva sostenuto che “la storia è un test per l’umanità. E l’umanità sta fallendo quel test”.


Parigi

Morto a 91 anni il filosofo René Girard

di Daniele Zappalà (Avvenire, 4 novembre 2015)

​ ​ «I Demoni di Dostoevskij. Poi, Alla ricerca del tempo perduto di Proust». Fu una risposta senza esitazioni, ma tanto più indimenticabile per la dolcezza di voce e di sguardo con cui René Girard la pronunciò, nel suo piccolo appartamento parigino a due passi dalla Tour Eiffel, davanti a un cronista che ci mise un bel po’ a decifrare come fosse possibile che un simile monumento delle scienze umane occidentali, al termine di un’intervista, potesse rispondere con tanta naturalezza a una domanda che avrebbe fatto ridere o al contrario indisposto tanti altri: «Perdoni la facezia. Ma quali romanzi porterebbe assolutamente su un’isola deserta?».

Dietro al grande studioso c’era un uomo di una rara generosità intellettuale, spesso testimoniata da quanti negli anni hanno potuto incontrare o “sentire” Girard. C’erano ancora imprevisti picchi, molto discreti, dietro il massiccio della fama accademica dell’antropologo scopritore della teoria del desiderio mimetico e del capro espiatorio, appena scomparso a 91 anni, dopo una lunga malattia.

Come intuivano i più stretti collaboratori di una vita, questi intimi picchi abitavano l’uomo in simbiosi con la fede di Girard, nato nel giorno di Natale del 1923 ad Avignone, la città del Palazzo dei papi. Con Menzogna romantica e verità romanzesca, uscito nel 1961 e da allora ristampato di continuo in tutto il mondo (per Bompiani in Italia), partì proprio dall’analisi dei più grandi romanzi occidentali la cavalcata di Girard in una nuova prateria vergine dell’antropologia filosofica, riassunta forse da una celebre massima del libro: «L’uomo desidera sempre secondo il desiderio dell’Altro».

Dalle iniziali letture girardiane dei capolavori di Stendhal, Cervantes, Flaubert, Proust e Dostoevskij, quella teoria si è poi diffusa come una sorta di bing bang teorico nei campi più svariati delle scienze umane, come mostra oggi l’estrema varietà dei temi toccati dai convegni dell’Arm, l’Associazione delle ricerche mimetiche, voluta in Francia dagli allievi e amici di Girard per offrire un pur minimo coordinamento, una sorta di mappatura, al rizoma intellettuale propagatosi lungo i decenni dalla grande intuizione di Girard.

«La sua eredità culturale sarà assicurata da tanti e vorrei dire in questo momento che non c’è nessun cenacolo girardiano, perché René ha saputo parlare fin da subito a un vasto pubblico sulle due sponde dell’Atlantico, conservando fino all’ultimo questo gusto dell’apertura», ci dice Benoît Chantre, fra i più stretti amici e presidente dell’Arm, con voce paralizzata dal dolore. Nel 2007, proprio Chantre aveva dialogato con Girard nell’ultima grande opera del pensatore, ancora straordinariamente magmatica e avvolgente, uscita in Italia con il titolo Portando Clausewitz all’estremo (Adelphi).

I critici più attenti l’hanno subito interpretata come un monito dal sapore profetico, puntato sulle enormi capacità d’autodistruzione del genere umano: una sorta di attualizzazione, in chiave filosofica e per i lettori del XXI secolo, del ritratto del nichilismo umano contenuto a livello letterario proprio nei Demoni di Dostoevskij, l’opera preferita da Girard: «Siamo la prima società a sapere che può autodistruggersi in modo assoluto. Ma ci manca la credenza che potrebbe sostenere questo sapere».

Lungo la densa parabola intellettuale girardiana, dal primo fino a quest’ultimo capolavoro, sono tante le opere che hanno impressionato i lettori di tutto il mondo. Volumi scritti quasi tutti negli Stati Uniti, in quella Stanford dove Girard ha condotto quasi tutta la sua carriera accademica. E dove gli studenti del campus della celebre università avevano imparato a incrociare Girard pure la domenica, lungo il percorso verso la Messa.

In Italia, dove il pensiero girardiano è stato accolto con grande favore anche da contrade intellettuali ideologicamente opposte, è uscito nel 1980, per Adelphi, La violenza e il sacro, prima de Il capro espiatorio (1987, Adelphi). «L’amore, come la violenza, abolisce le differenze», aveva scritto in una delle tante opere con cui aveva precisato nel tempo il suo pensiero, Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo (1983, Adelphi).

E di amore ha sempre molto trattato tutta l’opera girardiana, concentrata in proposito pure sul senso profondo, innestato nella stessa natura umana, della Passione di Cristo: per Girard, il Sacrificio che si è offerto come modello, ribaltamento e possibile via d’uscita rispetto alla strada antica, antropologicamente radicata, degli olocausti rituali per placare l’aggressività sociale connessa alle intime trappole del desiderio.


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