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Zizek e la disperazione di chi ha combattuto i vecchi paradigmi estremisti ...

Slavoj Zizek e la vita nella caverna. Non trovata l’uscita, torna indietro, e propone un "Salto di Fede" (simil-kantiano, nelle braccia di Ratzinger?). Una breve anticipazione del suo nuovo saggio - a cura di Federico La Sala

mercoledì 29 aprile 2009 di Federico La Sala
[...] il marxismo e la psicoanalisi. Sono entrambe teorie di lotta, non solo teorie sulla lotta, ma teorie esse stesse impegnate in una lotta: le loro storie non consistono in un’accumulazione di conoscenza neutra, sono al contrario segnate da scismi, eresie, espulsioni. (...) Normalmente ci si dimentica che i cinque grandi resoconti clinici di Freud sono al fondo resoconti di un successo parziale e di un fallimento finale; nello stesso modo, i più grandi racconti storici marxisti di (...)

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> Slavoj Zizek e la vita nella caverna. --- Il pensiero fortissimo di Slavoj Zizek (di Antonio Gnoli).

sabato 4 luglio 2009

Il pensiero fortissimo di Slavoj Zizek

È considerato tra i pensatori più influenti in circolazione. Detesta i postmoderni e ama Marx, Freud e Lacan. Ora escono tre suoi libri

Bisogna smetterla con la favola che non esistono più punti di vista, che la verità ci sfugge da ogni parte Dio e la storia non erano morti, come in molti hanno proclamato. Si erano rifugiati nell’inconscio

di Antonio Gnoli (la Repubblica, o4.07.2009)

Slavoj Zizek è un pensatore complesso e uno scrittore prolifico. Tre suoi libri sono apparsi in queste settimane: In difesa delle cause perse (Ponte alle Grazie, pagg. 521, euro 26). Lacrimae rerum (Scheiwiller, pagg.388, euro 18) e Leggere Lacan (Bollati Boringhieri, pagg. 136, euro 15). Questo sessantenne sloveno è un filosofo di successo. Qualche tempo fa il settimanale Time lo ha eletto tra i pensatori più influenti in circolazione.

È un riconoscimento rivelatore dello stato d’animo di un certo pensiero americano che comincia a interrogarsi su questioni forti come la guerra, il terrorismo e la crisi economica. Non si può continuare a far finta di niente o affidarsi alla musa dell’ironia. Perciò basta con le pratiche decostruzioniste (alla Derrida), fuori le tematiche postmoderne (alla Lyotard). Via anche i neocon. Meglio bussare alla porta di Zizek. Le sue analisi del contemporaneo non rinunciano all’idea di soggetto (anche se scabroso), non temono il ricorso al passato e ai suoi autori. I preferiti sono Cartesio e Spinoza, Hegel e Marx. Sguazza a suo agio nella modernità.

C’eravamo dentro nel Seicento, ci stiamo tuttora. Se vogliamo raccontarla smettiamola con la storia che non ci sono più punti di vista, che la verità ci scappa da tutte le parti, che siamo concettualmente deboli. Basta voltarsi per vedere che alle nostre spalle c’è gente che ha pensato in grande e che ci può ancora essere utile. Però è vero che le cose sono un po’ più ingarbugliate. Non puoi più prendere, mettiamo Hegel e Marx , trasportarli di peso ai nostri giorni e fargli raccontare la favoletta del proletariato o della dialettica conciliata. Li devi rileggere. Li devi adattare. E se non ce la fai a spiegarti con le loro parole, vai al cinema. Lì c’è un immenso repertorio di storie e di battute che ti chiariranno le idee. Perché il cinema, agli occhi di Zizek, è la tessitura del mondo. È la filologia con cui interpreti una pagina di Lacan o uno scampolo della tua vita.

Zizek è un pensatore anamorfico: muta l’immagine a seconda se lo guardi da vicino o da lontano. Non è distorto è sorprendente. Si prenda l’introduzione a Lacan. È un’operazione, passateci l’espressione, di denudamento della parola. La parola lacaniana spogliata della sua oscurità e immessa nel condotto della vita contemporanea sembra rinascere a una seconda esistenza. L’operazione è seducente e faziosa al tempo stesso. Da un lato il più oscuro tra i pensatori contemporanei, quello che ha trasformato l’inconscio freudiano da ricettacolo di impulsi selvatici in qualcosa che si struttura come linguaggio; dall’altro, il più versatile tra gli intellettuali dell’ultimo decennio, che tesse le lodi di Lenin, che flirta con il fantasma di Stalin e si prende sulle spalle padre Jacques e con grande senso di abnegazione lo porta in visita tra le macerie (o meglio tra le patologie) del presente. Dico "presente" consapevole che non è una categoria che Zizek apprezzi.

Del resto non ama i postmoderni. Per costoro, l’era delle grandi narrazioni è finita, in politica non dobbiamo più aspirare a sistemi onnicomprensivi e a progetti di emancipazione globale. «Tutte stronzate», replica infastidito Zizek (sto citando da In difesa delle cause perse). Contro le quali bisogna opporre una linea di difesa tracciata da autori che hanno saputo pensare la società nella quale operavano e che in parte è ancora la nostra.

Oltre a Marx, c’è Freud. Le loro teorie hanno creato legioni di seguaci. Ma nel momento in cui le si è volute mettere in pratica hanno prodotto innumerevoli guasti. Hanno fallito entrambe, anche se in modo diverso. Per caso, non risiede qui la loro grandezza? Ora che sono diventate "cause perse", non sarebbe giunta l’ora di riconsiderarle? Dal momento che la causa persa è indifendibile, come accoglierla? Ci vuole coraggio per sostenere che la politica di Heidegger, caso estremo di un filosofo sedotto dal nazismo, il terrore rivoluzionario da Robespierre a Mao, lo stalinismo, la dittatura del proletariato ecc. non siano macchie terribili che hanno sporcato la storia. A Zizek il coraggio non manca. Egli assume i fallimenti della storia (lui forse parlerebbe di perversioni) come un modo implicito - e fuori dai condizionamenti dell’etica - per leggere la nostra vicenda contemporanea: «Il vero obiettivo della cause perse non è difendere il terrore stalinista in quanto tale, ma rendere problematica la troppo facile alternativa democratica liberale».

Per Zizek c’è qualcosa di equivoco nel nostro modo di accogliere o subire le retoriche della democrazia. Con la differenza che dove il totalitarismo ti dice cosa devi fare senza entrare minimamente nelle tue intenzioni, la liberal democrazia invece vuole convincerti che quello che devi fare è giusto che venga fatto così. Da un lato c’è l’imposizione, dall’altro l’autoconvincimento. Zizek riporta un dialoghetto tra Vince Vaughn e Jennifer Aniston, tratto dal film Break Up: «Volevi che io lavassi i piatti e laverò i piatti, qual è il problema?» Lei risponde: «Non voglio che tu lavi i piatti, quello che voglio è che tu voglia lavare i piatti!». Questa, commenta Zizek, è la riflessività del desiderio, la sua richiesta terroristica: io non voglio soltanto che tu faccia quello che voglio, ma anche che tu lo desideri. Si intravede l’ombra di Lacan. Perché il Maestro è presente in questa maniera ossessiva in tutti i suoi lavori?

Zizek non dà una risposta diretta. Ma la si può ricavare da quest’altra affermazione: «Il Maestro è colui che riceve dei doni in modo tale che colui che dona percepisca l’accettazione del proprio dono come un premio». Il dono è un atto solo in apparenza gratuito. In realtà crea un vincolo feroce che Marcel Mauss ha illuminato. È come se Zizek ci dicesse: attenzione, non voglio dipendere da Lacan, voglio liberarmi di lui. E per farlo usa le stesse tecniche lacaniane. È come regalare il Cavallo di Troia al migliore amico. Non solo è un gesto astuto ma anche carico di illusorietà. Mi ha sempre colpito l’accusa di illusionista della parola che è stata spesso rivolta a Lacan. È questo che seduce Zizek? Ciò che Lacan descrive non è la realtà, ma qualcosa che somiglia a un trucco che si forma dentro la sua lingua, dentro il suo codice. E che cosa ci dice quella lingua illusoria, oscura, paradossale? Ci dice dell’inconscio. E nel dirlo ci avverte che non è vero che la psicoanalisi, come pensava per lo più Freud, è una cura con cui l’individuo prova ad adattarsi alla realtà sociale; e ci dice anche che quando usiamo la parola reale occorre sapere che non è la stessa di quando sosteniamo "il tavolo è reale", o "Luigi è reale".

La psicoanalisi per Lacan - afferma Zizek - svolge un compito ulteriore rispetto alla cura: tenta di spiegare il reale nelle sue strutture profonde e fantasmatiche. Diciamolo in un altro modo: Freud era molto interessato a curare le patologie, Lacan è molto interessato alle patologie in sé. Nevrosi, psicosi, perversioni hanno la stessa dignità del loro contrario. Ce l’hanno nell’esistenza umana, la quale può essere decifrata solo accedendo ai suoi tre livelli: Simbolico, Immaginario, Reale. Non è il caso di addentrarsi nella tripartizione. Basti qui dire che l’ordine simbolico governa le nostre azioni e la nostra parola. Ma chi è che determina quell’ordine che gestisce le nostre vite? Noi pensiamo di esser una certa determinata cosa, di reagire in modo più o meno prevedibile a certi stimoli, come reagiremmo meccanicamente alla fame e alla sete. In realtà, senza esserne consapevoli, qualcosa o qualcuno guida le nostre scelte. Zizek usa l’espressione lacaniana grande Altro.

È il grande Altro, è questo soggetto, così potente da essere invisibile al nostro sguardo e tuttavia presente nelle nostre azioni, a guidarci. Il pensiero corre a Dio e alla Storia. Non erano morti, come qualcuno ha creduto, si erano rifugiati nell’inconscio. Da lì il pensiero di Zizek è ripartito.


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