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REFERENDUM E MISTIFICAZIONE "SUINA". DOPO LA TRUFFA, UNA BEFFA DEFINITIVA ....

LEGGE ELETTORALE E REFERENDUM DEL 21 GIUGNO: AL "PORCELLUM" UN PASTO ANCORA PIU’ ABBONDANTE. LA LEGGE BEFFA. Una nota di Raniero La Valle - a cura di Federico La Sala

Come ha detto Bossi: “Se la sinistra vota Sì, Berlusconi vincerà per sempre”.
mercoledì 6 maggio 2009 di Federico La Sala
[...] il Partito Democratico, che da questo risultato sarebbe travolto, ha annunciato che voterà a favore; e nella meraviglia generale ha spiegato che con la vittoria del “Sì” la legge diverrebbe così brutta, che a quel punto sarebbe giocoforza modificarla in Parlamento. Il ragionamento è pretestuoso e di un politicismo della peggiore specie: pronunziarsi per una cosa per averne invece un’altra. Ai tempi della politica colta, questo si chiamava machiavellismo. Ma è (...)

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> LEGGE ELETTORALE E REFERENDUM DEL 21 GIUGNO: AL "PORCELLUM" UN PASTO ANCORA PIU’ ABBONDANTE. --- Referendum al capolinea (di Michele Ainis).

sabato 13 giugno 2009

Referendum al capolinea

di MICHELE AINIS (La Stampa, 13/6/2009)

C’è una partita politica dietro le quinte del referendum elettorale, e il 22 giugno ne conosceremo gli esiti. Quanto pesa il controcanto di Gianfranco Fini rispetto all’asse Berlusconi-Bossi, quanto pesa la scelta referendaria di Franceschini rispetto ai mal di pancia del Pd: è diventato questo il vero oggetto dei quesiti, il tema su cui s’esercitano previsioni, retroscena, analisi. Ma c’è anche una partita istituzionale, ben più importante della prima; eppure nessuno ci fa caso. Qui la posta in gioco non tocca gli equilibri interni di partiti e coalizioni, non tocca nemmeno la fisionomia della legge elettorale. No, il responso delle urne deciderà la sopravvivenza stessa del referendum, della seconda scheda che i costituenti posero in mano agli italiani. Dal 1997 in poi abbiamo consumato 21 referendum, ma hanno fatto cilecca l’uno dopo l’altro. Niente quorum, niente messa nella chiesa vuota di fedeli. Se adesso si ripeterà la diserzione, la prossima messa servirà per celebrare un funerale, quello dell’unico strumento di democrazia diretta contemplato nel nostro ordinamento.

Come ha attecchito questa malattia degenerativa? C’entra senza dubbio l’anoressia degli elettori, il rifiuto ormai di massa del pasto elettorale. Il partito del non voto è diventato il primo partito nazionale: 15 milioni di astenuti volontari, ha calcolato Ricolfi. Ovvio che in questa condizione il quorum si trasformi in un salto con l’asta. Faremmo meglio a rapportarlo al numero effettivo dei votanti nell’ultima consultazione elettorale: l’Italia del 2009 non è più quella del 1948, quando votavano perfino i vecchietti sulla sedia a rotelle. Ma c’è anche, più sottile e velenosa, un’altra causa scatenante. È la musica suonata dai pifferai dell’astensione, da quanti furbescamente s’aggiungono al partito del non voto per far naufragare il referendum, invece di contrastarlo in mare aperto. Giochino facile, eppure un tempo non usava: nel 1974 il fronte divorzista fece campagna per il no, poi si mise in fila davanti ai seggi elettorali (19 milioni di no contro 13 milioni di sì). Fu sconfitta la Dc, Fanfani ci rimise la poltrona, ma il referendum ne uscì sano e salvo.

Potremmo domandarci quale istinto masochista ci spinga a rinunziarvi, quando lo strumento ottiene viceversa un successo crescente in tutto il mondo (dei circa 1.500 referendum fin qui celebrati a livello nazionale, oltre la metà si è svolta negli ultimi 25 anni). Quando nel Regno Unito Gordon Brown sta per indirne uno allo scopo di far scegliere ai suoi concittadini la nuova legge elettorale. Quando non abbiamo altri megafoni per parlare di persona (se è per questo, non ci è data neanche l’opportunità di parlare per interposta persona, dato che non possiamo scegliere i nostri rappresentanti in Parlamento). Ma dopotutto è ancora un’altra la questione, e investe la legalità del nostro vivere comune. Perché il voto è un «dovere civico», dice a chiare lettere la Costituzione; e senza distinguere fra elezioni e referendum. Perché in quest’ultimo caso l’astensione organizzata si risolve in un trucchetto, come già aveva denunziato Bobbio, nel giugno 1990, sulle colonne della Stampa. Perché il trucco viene addirittura castigato con pene detentive, da due norme (art. 98 del testo unico delle leggi elettorali per la Camera; art. 51 della legge che disciplina i referendum) che fino a prova contraria sono ancora in vigore.

Insomma se il singolo elettore - pur non offrendo certo un esempio di civismo - può disertare il voto, chi organizza l’astensione si pone al di fuori della legalità costituita. Eppure gli appelli non si contano, dalla Lega al Comitato per l’astensione (dove ahimé spicca un corteo d’intellettuali). Ci sarebbe allora da aspettarsi una reazione, anzitutto da quei partiti che lamentano ogni giorno lo scempio del diritto, come i Radicali o Italia dei valori. Perché non sempre il silenzio è d’oro.

michele.ainis@uniroma3.it


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