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"VINCERE". Il film di Marco Bellocchio sarà presentato a Cannes. Racconta un duce inedito. Di una donna perseguitata e del figlio Benito Albino

MUSSOLINI, IDA DALSER, E BENITO ALBINO MUSSOLINI : UNA TRAGEDIA ITALIANA. Sul film di Marco Bellocchio, una nota di Michele Anselmi, un’intervista al regista di Aldo Cazzullo, e una nota di Malcom Pagani - a cura di pfls

Ida fu sua moglie, sempre. « Accusò il fratello Arnaldo ». Lo stesso che sulla Gazzetta Ufficiale mutò l’identità di Albino « Gli fece assumere un altro cognome. Cambiò la vita di una persona e quella di una nazione ».
jeudi 7 mai 2009 par Federico La Sala
[...] Racconta Bellocchio che il finale è cambiato rispetto al progetto. « Pensa­vo di chiudere il film con una scena am­bientata dopo la Liberazione : il cogna­to di Ida Riccardo Paicher, l’uomo che non aveva saputo difenderla, esce da un cinema richiamato dalle sirene del­la polizia, assiste agli scontri di un cor­teo politico con le bandiere rosse e tut­to, e soccorre una ragazza ferita. Poi mi sono detto che il film non meritava un finale consolatorio. È una tragedia, e così deve finire » (...)

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> MUSSOLINI - La Storia. Roma, Verano. Sigilli alla tomba di Claretta Petacci. « In abbandono, gli eredi sono in Usa » (di Tommaso Labate)

mercredi 31 août 2016

La Storia

Sigilli alla tomba di Claretta Petacci

« In abbandono, gli eredi sono in Usa »

Roma, il dirigente del servizio cimiteri : senza di loro non si può intervenire. Vicino alla sua tomba c’è quella in cui è sepolto il partigiano che la fucilò : « Per lui fiori di plastica, quelli veri li tolgono »

di Tommaso Labate *

Le ultime tracce dell’intervento di un essere umano sono l’impianto di un doppio reticolo di quelli che si usano per delimitare i cantieri, nylon verde fuori e filo di ferro dentro, più un foglio A4 plastificato, col timbro dell’Ama (la municipalizzata dei rifiuti di Roma), che certifica la presenza di un « manufatto in stato di abbandono ». Oltre a un buco, creato forse con l’aiuto di un temperino. Uno squarcio attraverso il quale s’intravede il mausoleo che ospita, nel lato inferiore, i resti del « Nobilis Homo Professor Francesco Saverio Petacci », morto nel 1970, e della moglie « Giuseppina Persichetti in Petacci », deceduta nel 1962. Più in alto, ed è il motivo che ha armato la mano o il temperino dell’anonimo curioso, la gigantesca lapide di marmo con l’incisione a caratteri cubitali. Una sola parola, « Claretta ».

La tomba abbandonata

Al cimitero monumentale del Verano, confinante con la cappella di famiglia di Peppino de Filippo, c’è una tomba abbandonata e messa sotto sigilli. È la tomba di Claretta Petacci, amante di Mussolini, con lui condannata a morte il 28 aprile 1945 a Giulino di Mezzegra e con lui appesa a testa in giù a Piazzale Loreto, a Milano. « L’accertamento dello stato di abbandono di questo manufatto », si legge nel foglietto dell’Ama, « ha determinato l’avvio del procedimento amministrativo di dichiarazione dell’avvenuta decadenza della concessione come previsto dall’articolo 52 del Regolamento di polizia cimiteriale vigente ». Maurizio Campagnani, dirigente del Servizio cimiteri capitolini, scuote la testa.

« Senza l’intervento degli eredi, che sono proprietari della concessione, non possiamo fare nulla. Li abbiamo rintracciati negli Stati Uniti, abbiamo spedito due raccomandate ma non abbiamo mai avuto risposta... Si è fatta avanti un’associazione di reduci fascisti per prendersi cura della manutenzione. Ma senza gli eredi, se non si cambia l’articolo 52, abbiamo le mani legate... ».

L’articolo 52 del Regolamento di polizia cimiteriale vigente a Roma prevede che - qualora i concessionari non rispettino l’obbligo di curare la manutenzione prevista dall’Amministrazione entro sei mesi - la concessione decade. E sarà « carico dell’Amministrazione di provvedere alla conservazione dei resti mortali, nel modo in cui essa giudicherà più opportuno ». In linea teorica, dunque, il mausoleo Petacci potrebbe anche sparire. E toccherebbe all’amministrazione del Verano decidere l’ultima sorte di Claretta Petacci.

La tomba (abbandonata) del partigiano

Per un beffardo scherzo del destino, a qualche decina di metri, c’è un’altra lapide che non trova pace. È quella di Walter Audisio, il leggendario « colonnello Valerio » che eseguì la fucilazione di Mussolini e della Petacci, tumulato in una cappella comune. A omaggiarlo, soltanto un fiore finto. « Perché ogni volta che qualcuno va a metterci dei fiori veri », raccontano al Verano, « c’è sempre qualche mano misteriosa che li toglie ». Il fiore del partigiano, « bel » in Bella Ciao, è diventato un fiore di plastica. Oltre il reticolo che avvolge il malridotto mausoleo dei Petacci, invece, la parvenza di quelli che erano stati sette fiori sopravvive all’incedere del tempo. Sono sette fiori vecchi, ormai appassiti.

* Corriere della Sera, 22 agosto 2016 (modifica il 23 agosto 2016 | 15:10) (ripresa parziale - senza immagini).


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