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Nelle società contemporanee si moltiplicano le demarcazioni: il futuro dipenderà dal dialogo che si creerà lungo questi confini.

CONFINI E FRONTIERE. Dalle idee di Lévi-Strauss alle grandi migrazioni. Una ridefinizione dei concetti (di Zygmunt Bauman) - a cura di Federico La Sala

Valencia. Una rassegna in Spagna ospita artisti che hanno esplorato le frontiere, culturali e geografiche
lunedì 25 maggio 2009
[...] Il grande antropologo Claude Lévi-Strauss, nelle Strutture ele­mentari della parentela (1949), il primo dei suoi libri, sostiene che la proibizione dell’incesto (o, più precisamente, la creazione del­l’idea di «incesto», cioè di un rap­porto possibile ma da non pratica­re, proibito tra umani) segna l’atto di nascita della cultura [...]
A CLAUDE LÉVI-STRAUSS (CENTO ANNI IL 28 NOVEMBRE 2008). E AL SUO LAVORO "TRISTI TROPICI" - UN’OPERA UNICA, ASSOLUTA.
 (...)

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> CONFINI E FRONTIERE. --- Enclosures, ovvero recinzione, definizione di confini e sviluppo complementare di leggi sulla avvenuta appropriazione privata di bene fino ad allora comune (di Benedetto Vecchi - Beni comuni).

mercoledì 27 maggio 2009

Beni comuni

di Benedetto Vecchi (il manifesto, 27 maggio 200)

Enclosures, ovvero recinzione, definizione di confini e sviluppo complementare di leggi sulla avvenuta appropriazione privata di bene fino ad allora comune. Il case study più noto di un bene comune divenuto proprietà privata è sicuramente quello più volte commentato da Karl Marx in una serie di articoli scritti a partire dal 1842 per la rivista Rehinische Zeitung. Il futuro autore de Il capitale era alle prese con una serie di provvedimenti che la Dieta renana era chiamata a approvare e che avevano come oggetto la definizione di regole e sanzioni per chi si appropriava di legna raccolta nelle foreste e nei boschi che la consuetudine e il vecchio diritto medievale stabiliva come «comuni». Con ironia, Marx, in una serie di lunghi articoli, si era scagliato contro queste proposte di «recinzione» fino a quando un editto imperiale aveva chiuso la rivista. Ma la sua esperienza di direttore della rivista gli tornerà utile, nei Grundrisse e ne Il capitale, per uno dei più affascinanti affreschi storici sulla genesi del capitalismo industriale. Ancora oggi quelle pagine marxiane costituiscono uno delle sintesi ineguagliate nel descrivere la violenza insita nello sviluppo capitalista.

Solo recentemente però alcuni ricercatori e attivisti sono ritornati a studiare e discutere con interesse le pagine marxiane sull’accumulazione originaria sostenendo, a ragione, che le enclosures non sono un episodio circoscritto e transitorio dello sviluppo economico, ma che si rinnovano ogni volta che il capitalismo si diffonde come modo di produzione e come rapporto sociale. E così se le recinzioni delle terre hanno favorito l’emergere della manifattura, altre appropriazioni private di beni comuni hanno consentito la riproduzione allargata del capitalismo. Tra la fine del lungo Novecento e l’inizio dell’attuale millennio, le enclosures sono state infatti un fenomeno che ha coinvolto l’acqua, la sanità, la formazione, la conoscenza, cioè fattori che, usando termini marxiani, attenevano tutti alla riproduzione della forza-lavoro e che hanno costituito l’esoscheletro del welfare state nel capitalismo industriale.

Dalla terra al genoma umano

È a questo insieme di problemi che il filosofo francese Daniel Bensaid affronta ne Gli spossessati, volume che ha l’indubbio pregio di tessere il filo rosso che lega le riflessioni marxiane sull’accumulazione originaria e le attuali politiche di enclosures (Ombre Corte, pp. 116, euro 11). Nelle pagine che lo compongono, l’autore riesce infatti a stabilire linee di continuità e di discontinuità tra quell’insieme di leggi che hanno consentito tra la il Settecento e l’Ottocento la cancellazione di consuetudini secolari, la formazione del proletariato e le politiche contemporanee di privatizzazione. Ma se le recinzioni delle terre comuni ha visto la formazione della industria manifatturiera e lo sviluppo del moderno diritto proprietario, le attuali enclosures aprono la strada a un diverso capitalismo che l’autore qualifica come neoliberista a partire dalla deregulation dei servizi sociali che ha costituito una delle linee di sviluppo economico in un mondo sempre più interconnesso.

Tesi convincente se assieme a questo va assunto come nodo teorico e politico la trasformazione della conoscenza come fattore direttamente produttivo, come testimoniano la produzione di software, la trasformazione delle università in imprese culturali o la mappatura del genoma umano. La politica delle enclosures è cioè sempre propedeutica alla diffusione e all’innovazione del modo di produzione capitalistico. Le attuali politiche di enclosures rispondono così proprio a questa necessità politica e economica del capitalismo di innovarsi e di diffondersi su scala planetaria el capitalismo, come ha d’altronde brillantemente sostenuto Sandro Mezzadra in un saggio dedicato all’accumulazione primitiva (La condizione postcoloniale, Ombre corte).

Come è noto, per Marx la recinzione delle terre, oltre a introdurre meccanismi mercantili nell’agricoltura e a distruggere consuetudini secolari nell’accesso alle terre comuni, ha favorito la formazione di una forza-lavoro che si è riversata nelle città in cerca di un lavoro. Seguendo le riflessioni marxiane, occorre capire come le attuali politiche dell’enclosures hanno modificato la realtà sociale contemporanea, quali le consuetudini che ha cancellato e sopratutto quali le forme di resistenza che ha incontrato.

Per Daniel Bensaid l’aspetto più rilevante che la recinzione del sapere e la privatizzazione dei beni comuni è appunto lo sconfinamento dei rapporti sociali capitalistici in ambiti vitali - la riproduzione della forza-lavoro, per usare termini marxiani - finora esclusi dal regime di accumulazione basato sul lavoro salariato e il profitto. Sconfinamento che pone con drammatica urgenza la dimensione politica delle enclosures, come d’altronde ha affermato in una recente intervista apparsa nell’ultimo della rivista Erre.

Va comunque ricordato come il problema dei beni comuni sia stato uno dei temi portanti del movimento no-global, che ha saputo, spesso creativamente, mettere insieme, ad esempio, le battaglie contro la privatizzazione dell’acqua alla denuncia delle politiche modernizzatrici portate avanti dalla Banca mondiale, il Fmi e il Wto. Oppure indicazioni «politiche» assieme a una significativa «prassi teorica» attorno a questi temi sono venute anche dall’eterogeneo mondo del free software, dell’open source o dai recenti movimenti universitari in Italia, Francia, Grecia e Stati Uniti.

L’impossibile scarsità

Ed è a partire dalla riflessione attorno a queste esperienze che si muovono i migliori degli ultimi anni raccolti nel volume La conoscenza come bene comune (Bruno Mondadori, pp. 404, euro 42) curato dagli studiosi statunitensi Charlotte Hess e Elinor Ostrom. A differenza del testo di Bensaid questi saggi sostengono, a ragione, che per la conoscenza en general la politica delle enclosures devono misurarsi con un fattore che certo non appartiene alla recinzione delle terre comuni, dell’acqua e delle fonti energetiche. Infatti questi beni comuni tangibili sono risorse limitate e le enclosures hanno consentito, tra le altre cose, di definire il loro valore economico proprio, le regole del loro sfruttamento, attraverso la proprietà privata, all’interno di un regime di scarsità. La conoscenza non risponde però a questo criterio.

La produzione e la circolazione del sapere non sono vincolati al suo consumo, perché la lettura di un libro, l’ascolto di un brano musicale, la visione di un film diventano atti propedeutici alla produzione di altri manufatti culturali senza che questo significa la «cancellazione» dei precedenti. In altri termini, la conoscenza non correre il rischio di incappare nella «tragedia dei beni comuni», quella strana leggenda che, in nome della tutela e ottimale gestione di un bene scarso, serviva a legittimare l’individualismo proprietario. E tuttavia l’applicazione del diritto proprietario alla conoscenza cerca di ricondurre la sua produzione e circolazione a un regime di scarsità, in nome proprio del suo miglior utilizzo economico.

Questa peculiarità della conoscenza - un bene comune pressoché inesauribile - rende il regime della proprietà intellettuale insopportabile e, al di là della difesa del singolo autore, è da considerare solo uno strumento che garantisce una rendita di posizione delle multinazionali impegnate nella produzione di software o più in generale dell’industria culturale. Da qui la rilevanza del free software, dell’open source e di tutte le esperienze che rivendicano il libero accesso e la condivisione della conoscenza.

Una critica marxiana alle contemporanee politiche delle enclosures deve così assumere il fatto che sono proprio le norme della proprietà intellettuale che puntano a rendere scarso un bene, la conoscenza, che risponde invece a una logica accumulativa. Attiene infatti alla natura umana sviluppare relazioni sociali che producono continuamente sapere, conoscenza, informazione che a loro volta alimenta quelle stesse relazioni sociali. Le norme sul copyright, i brevetti e i marchi puntano invece, attraverso il diritto proprietario, a rendere scarso ciò che non lo è.

Le tante proposte tese a inasprire le leggi sulla proprietà intellettuale assieme alle riforme che tendono a definire una ferrea gerarchia tra una dequalificata formazione scolastica e universitaria di massa e pochi centri di eccellenza sono quindi propedeutiche a estendere alla conoscenza en general il regime dell’accumulazione capitalistica. Da qui l’importanza che entrambi i volumi pongono sulla centralità della produzione culturale nel capitalismo contemporaneo. E rilevanti politicamente sono anche i movimenti di resistenza che tanto nella produzione scientifica che nelle università si sono sviluppati attorno al rifiuto della proprietà intellettuale e dell’accesso differenziato alla formazione e universitaria.

Il volume di Daniel Bensaid e quello della Bruno Mondadori, ognuno a suo modo, aiuta a comprendere il fatto che le enclosures come un terreno di conflitto a cui sarebbe folle sottrarsi. Perché la posta in gioco non è solo la possibilità di scaricarsi dalla rete un film o un brano musicale, ma le condizioni del nostro vivere in società. E di come al regno della necessità, così fortemente alimentato dal diritto proprietario, è preferibile costruire un regno della libertà.


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