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COMUNITA’ 2009. Festival di filosofia ....

DALLA COMUNITA’ ("DIO CON NOI" - "GOTT MIT UNS") ALLA DEMOCRAZIA (DEL "COMUNE", SENZA "UNITA’" E "SOVRANITA’"?!). «Avec (con)»: Jean-Luc Nancy, seguendo un "segnavia" di Heidegger, cerca la strada per uscire dalla "selva nera" (e dalla "caverna"). Un’anticipazione della lezione magistrale che terrà a Sassuolo, domenica 20 settembre - a cura di Federico La Sala

A seguire, una recensione di Ida Dominijanni di un saggio del filosofo, "Verità della democrazia".
sabato 12 settembre 2009 di Federico La Sala
[...] pensare il «con» ad altezza «esi­stenziale » significa allo stesso tem­po pensare due cose: la possibilità del senso - ovvero di ciò che in ef­fetti Heidegger chiama il «senso del­l’essere », ma che sarebbe meglio di­re, se lo si comprende a fondo, «sen­so d’essere» (il senso che c’è ancora da essere, da essere al mondo e da essere un mondo) - e la necessità di una politica non dominatrice (una «democrazia», se si vuole, ma questo termine richiederebbe altre considerazioni) [...] (...)

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> DALLA COMUNITA’ ("DIO CON NOI" - "GOTT MIT UNS") ALLA DEMOCRAZIA (DEL "COMUNE", SENZA "UNITA’" E "SOVRANITA’"?!). ---A Modena fino a domani il Festival della Filosofia ... Democrazia e spirito scientifico: Così si costruisce la democrazia (di Marc Augé).

sabato 19 settembre 2009

Così si costruisce la democrazia

La libertà reale di ciascuna persona è la condizione necessaria del bene comune per tutti

di Marc Augé (la Repubblica, 19.09.2009)

Sì, il bene comune e l’idea di comunità sono consustanziali all’idea di umanità. Ma, come ci mostra la storia, esistono solo allo stato di ideale e di progetto. Da solo, l’individuo non può esistere; del resto, per definizione non nasce mai solo, ma dentro universi già simbolicamente costituiti che gli impongono in maniera più o meno severa un insieme di relazioni possibili o persino obbligate: «a dire il vero, è quello che chiamiamo sano di mente che si aliena scrive Lévi-Strauss poiché acconsente a vivere in un mondo definibile unicamente dalla relazione tra l’io e l’altro. La salute mentale individuale implica la partecipazione alla vita sociale, così come il rifiuto di aderirvi (ma, anche in questo caso, secondo modalità che essa impone) corrisponde alla comparsa di turbe mentali».

In un mondo sovraccarico di significati simbolici (la prima etnologia ha studiato proprio mondi di questo tipo) è del tutto evidente che l’idea di libertà individuale non ha senso. Il senso sociale è l’insieme delle relazioni per le quali si definisce e attraverso le quali si costruisce ogni identità. Dal punto di vista dell’individuo, l’a priori del simbolico genera unicamente relazioni obbligate e comunità subite.

Ma noi conosciamo anche gli effetti del totalitarismo intellettuale prodotti, a un’altra scala, dalle grandi ideologie politiche o politico-religiose di ieri e di oggi, che per questa ragione chiamiamo appunto "totalitarie". In questo caso non si tratta più, se si segue Hannah Arendt, di un sovraccarico di senso, ma dell’espulsione di ogni senso possibile: «Mentre l’isolamento concerne soltanto l’aspetto politico della vita, l’estraneazione concerne la vita umana nel suo insieme. Il regime totalitario, al pari di ogni tirannide, non può certo esistere senza distruggere il settore pubblico, senza distruggere con l’isolamento le capacità politiche degli uomini. Ma esso come forma di governo è nuovo in quanto, lungi dall’accontentarsi dell’isolamento, distrugge anche la vita privata. Si basa sull’estraneazione, sul senso di non-appartenenza al mondo, che è fra le più radicali e disperate esperienze umane». (Il sistema totalitario, terza parte de Le origini del totalitarismo, 1951, trad. it. Milano 1967, pag. 651).

La comunità come realizzazione del bene comune non può essere che un risultato provvisorio e sempre incompiuto. Il suo punto di partenza può trovarsi solo nel rifiuto di ogni senso stabilito e più ancora di ciò che Hannah Arendt chiama "estraneazione", cioè il naufragio del corpo e dei beni dell’individualità privata e dell’appartenenza al mondo. E il processo che conduce alla comunità non può che essere inverso rispetto a quello di tutti i totalitarismi. Il consenso all’incompiutezza e la coscienza della necessità del divenire distinguono così la democrazia da tutti gli altri regimi politici.

La democrazia è sempre da costruire: è pienamente se stessa solo se continua a proiettare nell’avvenire il riferimento rispetto al quale intende definirsi. La sua frontiera è un orizzonte. In democrazia, il rispetto della costituzione esistente e la conservazione dell’ordine stabilito sono soltanto degli imperativi pratici relativi e provvisori, poiché la costituzione cambierà e le norme pure.

Pensiamo, per prendere un esempio semplice, vicino e spettacolare, a tutto quanto era vietato o impensabile nei paesi dell’Europa Occidentale appena sessant’anni fa, tanto nell’ambito dei costumi (statuto della donna, divorzio, omosessualità), quanto nella sfera strettamente politica (voto alle donne, maggiore età). Lo spirito democratico, come lo spirito scientifico, non si soddisfa di ciò che è acquisito e sa che la verità è sempre da conquistare, che l’esistenza politica precede sempre la sua essenza.

L’idea di progresso, in questa prospettiva, non procede né dall’orgoglio, né dall’ingenuità, ma dalla semplice constatazione dell’insufficienza del presente e delle frontiere che sono ancora da varcare per partire alla ricerca di soluzioni certo ma anche di nuovi problemi da risolvere.

Quelli che invocano il progresso non parlano a nome di un sapere preesistente; hanno semplicemente la convinzione, modesta e tenace, che la libertà reale di ciascun individuo umano sia la condizione necessaria del bene comune per tutti. Si ispirano così allo spirito scientifico. Non c’è niente di più modesto dello spirito scientifico: esso non parte mai da una totalità compiuta come quella che sta alla base delle ideologie, ma esplora le frontiere dell’ignoto con l’ambizione di spostarle.

(Traduzione di Michelina Borsari) © Consorzio per il festivalfilosofia


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