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"TABULA CORTONENSIS". ETRUSCOLOGIA ED ERMENEUTICA ....

A CORTONA, UNA QUESTIONE DI EREDITA’ (E DI VERITA’). Massimo Pittau svela i segreti della "Tabula" dell’etrusca "Curtun". Una nota di Marco Massetani - a cura di Federico La Sala

A dieci anni dalla presentazione del documento è l’unico studioso ad aver analizzato i 206 vocaboli
martedì 29 settembre 2009 di Federico La Sala
[...] 
«È bene sgombrare il campo da un equivoco durato mezzo secolo - af­ferma Pittau - quello di credere che la lingua etrusca sia un mistero. Anco­ra non possiamo dire di tradurla alla perfezione, ma riusciamo a decifrare e a leggere l’etrusco, che presenta una ricca terminologia poi confluita nel la­tino. Rimango dell’idea che la Tabula non riferisca di un atto di compraven­dita basato sulla pratica romana dello in iure cessio - conti­nua Pittau - bensì che tratti piuttosto di un (...)

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> A CORTONA, UNA QUESTIONE DI EREDITA’ (E DI VERITA’). -- PRATO. A Palazzo Pretorio un lungo romanzo: "L’ombra degli Etruschi". L’enigma semantico della lingua ritrovata. L’identità da scavare.

sabato 19 marzo 2016

      • Prato
        -  A Palazzo Pretorio un lungo romanzo di bronzi, cippi e stele

      • Da oggi al 30 giugno il Museo di Palazzo Pretorio di Prato ospita L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo fra pianura e collina, mostra dedicata ai popoli anticamente stanziati a Nord dell’Arno, lungo la direttrice della piana di Firenze-Prato-Pistoia, del Mugello/Val di Sieve e del Montalbano. Una presenza che viene ricostruita attraverso dieci bronzetti votivi e le «pietre fiesolane», 24 monumenti in pietra (cippi e stele) decorati a rilievo, appartenenti a famiglie gentilizie che ponevano sulle proprie tombe l’immagine che volevano trasmettere.
        -  La mostra è curata da Giuseppina Carlotta Cianferoni (Polo Museale della Toscana), Paola Perazzi, Gabriella Poggesi e Susanna Sarti (Soprintendenza Archeologia della Toscana), in collaborazione con Rita Iacopino, ed è promossa dal Comune di Prato, Ministero dei Beni e Attività Culturali e del Turismo, Soprint. Archeologia della Toscana in collaborazione con Il Polo Museale Regionale della Toscana. Info: tel. 0574/19349961, www.palazzopretorio.prato.it .

L’enigma semantico della lingua ritrovata

di Cristiana Barandoni * (Corriere della Sera, 19.03.2016)

L’ etrusco è a oggi una delle lingue morte più difficili da analizzare: dal punto vista morfosintattico è genealogicamente isolata. Ciò non significa che sia una lingua priva di elementi lessicali simili o presenti in altre lingue, ma che la complessità e le vicende dei suoi testi ne rendono ardua l’interpretazione. Uno dei suoi aspetti peculiari è la mancanza di distinzione di genere grammaticale: i lemmi sono distribuiti in classi semantiche «motivate», ossia in nomi animati e inanimati; a questo si aggiunga la brevità dei testi a disposizione, insufficienti per comprenderne la morfologia. Nonostante ciò, possiamo contare più di dodicimila iscrizioni.

La stragrande maggioranza dei testi, però, è andata perduta per sempre, poiché come supporto venivano utilizzati non solo materiali deperibili quali papiri, pergamene e tavolette cerate, ma anche il bronzo, spesso rifuso per nuovi scopi. Gli Etruschi ci hanno comunque lasciato documenti di rara bellezza e importanza come il liber linteu, il cosiddetto Manoscritto di Zagabria. Un calendario rituale, il cui testo è il più lungo mai ritrovato, 1350 parole per 400 unità lessicali diverse, e la cui sopravvivenza si deve a un reimpiego: giunto in Egitto non si sa come, venne tagliato in tante strisce orizzontali, destinate al bendaggio di una mummia. I calendari rituali stabilivano in quale giorno, in che occasione e verso chi si dovevano compiere certi riti religiosi.

Il testo, sebbene in parte lacunoso, è riconducibile a un periodo tra il III e il II secolo a. C. e venne redatto in una lingua in uso nell’Etruria settentrionale. Ci sono poi testi di carattere sacro, come la lamina di Santa Marinella, la cui iscrizione parrebbe essere il responso di un oracolo. C’è poi un documento giuridico di notevole importanza, la Tabula Cortonensis, una lastra di bronzo sulla quale, tra la fine del III e gli inizi del II secolo a. C., fu inciso un testo di 32 righe relativo alla suddivisione amministrativa di un latifondo.

* Cristiana Barandoni, archeologa, ha scritto I misteri dell’archeologia uscito da poco per Newton Compton (pagine 384, € 12)


La superiorità dell’Etruria in commercio e arte. Ma la repubblica chiuse i battenti al popolo italico

Quel ponte mobile da cui transitò la cultura per Roma

di Francesca Bonazzoli (Corriere della Sera, 19.03.2016)

È stato un ponte a legare il destino degli Etruschi a quello dei Romani: il ponte Sublicio. In latino sublicius significa «che si sostiene su pali di legno (sublica), una struttura facile da distruggere nel caso coloro che abitavano al di là del Tevere avessero avuto brutte intenzioni. I trasteverini dell’epoca erano la più evoluta delle popolazioni italiche: i Greci li chiamavano Tyrrhenoi perché erano insediati nella costa del mare a ponente, il Tirreno. A Nord arrivavano fino all’Arno, a sud fino all’odierno quartiere di Trastevere, nella riva destra che ancora al tempo di Orazio era detta litus tuscus, litorale etrusco, o ripa veiente, cioè territorio degli Etruschi di Veio, la città stato più vicina a Roma.

Quel ponte di legno era dunque gettato dall’isola Tiberina, il vero luogo di nascita di Roma perché le prime capanne sul Palatino, secondo Bianchi Bandinelli, sarebbero rimaste un villaggio se non ci fosse stata quell’isola a consentire a Roma di diventare un centro di traffico e commercio. E infatti, ancora in età imperiale, allo sbocco del ponte sorgevano il foro Boario e il foro Olitorio, rispettivamente il mercato del bestiame e delle verdure.

Ogni anno, il 14 maggio, dal ponte si gettavano dei fantocci di paglia, simulacro di antichissimi sacrifici umani per placare il fiume. Vietatissimo, poi, era l’uso del ferro per la costruzione e, proprio grazie a questo divieto, la leggenda vuole che Orazio Coclite riuscì a trattenere gli Etruschi di Chiusi mentre i suoi commilitoni spezzavano le assi di legno. Tanta paura veniva anche dal fatto che gli ultimi re leggendari di Roma, i Tarquini, artefici dello sviluppo della città nel corso del VI secolo, erano etruschi. Un popolo che non si era mai costituito in uno stato unitario, limitandosi a creare alcune confederazioni di città indipendenti l’una dall’altra, governate prima dai lucumoni e poi da oligarchie. La loro ricchezza economica derivava soprattutto dalle miniere di rame della costa toscana, ma per i traffici con l’Oriente mediterraneo che facevano capo attorno al golfo di Napoli, avevano bisogno di passare da Roma.

Il confine della loro espansione in Campania era segnato dal fiume Silaris, il Sele, e l’inizio del loro declino fu sancito proprio quando Ierone di Siracusa, sconfiggendo gli Etruschi sul mare davanti a Cuma nel 474 a.C., li tagliò fuori dagli scambi diretti con i Greci. Da potenza commerciale ed economica, gli Etruschi tornarono così ad essere una federazione di centri agricoli, sempre più simili agli altri della penisola italica.

La loro arte, però, non subì lo stesso destino. Dal VII secolo agli inizi del V a.C. era stata in contatto continuo con quella greca grazie all’importazione, non solo di una grande quantità di ceramiche, ma addirittura di artigiani e anche dopo che il commercio etrusco sul mare venne sostituito da quello greco e cartaginese, la superiorità culturale sulle altre popolazioni dell’Italia centrale non venne mai meno.

Quando nel 363 a.C. Roma volle organizzare i suoi primi spettacoli teatrali, chiamò gli attori dall’Etruria e ancora due secoli dopo, prima che diventasse di moda mandare i figli ad Atene, i patrizi romani li facevano studiare in Etruria. Sul finire del V secolo, il tempio sul Campidoglio dedicato alla triade Giove, Giunone, Minerva fu decorato con statue in terracotta dipinta da artisti chiamati da Veio.

Alla fine, la fondazione della repubblica grazie alla cacciata dei Tarquini, i re etruschi stranieri, avvenuta quasi in coincidenza con la sconfitta degli Etruschi a Cuma, fu pagata da Roma con un periodo di decadenza e ancora per tutto il IV e il III secolo a.C. la pittura e la scultura a Roma parlavano etrusco e greco.



L’identità da scavare

Pietre, memoria, tratti somatici così gli etruschi continuano a scrivere l’alfabeto dei toscani

di Marco Gasperetti (Corriere della Sera, 19.03.2016)

Una mostra a Prato racconta quella parte dell’antica civiltà che si insediò tra Firenze e Pistoia. E in tutta la regione continuano le campagne di ricerca, finanziate non solo dalle istituzioni, ma anche da cittadini a caccia delle loro radici

S i scava. Nella terra e nel fango, nella storia e nel Dna, nella mente, persino. Quella più profonda, atavica, misteriosa. In Toscana c’è una civiltà sepolta, quella degli Etruschi, che non è solo oggetto di desiderio di archeologi e storici, ma metafora dell’essenza di un popolo: quello toscano, appunto. È una cultura, altra, eppure genitrice, capace di raccontare, dopo millenni, l’identità del singolo e della comunità. Così, la metafora della regione come Grande Sito, reale e virtuale, alla scoperta di radici ancora in parte da decifrare, pare essere qualcosa di tangibile.

Più della metà delle sessanta concessioni di scavo aperte dalla sovrintendenza archeologica sono dedicate a ritrovamenti etruschi e non esiste giorno che da quei tumuli non escano testimonianze. Le mostre-evento, come L’ombra degli Etruschi . Simboli di un popolo fra pianura e collina di Prato e Gli Etruschi maestri di scrittura di Cortona, non sono mai finalizzate a se stesse. «Qui in Toscana sono anche identificazione culturale e persino scoperta d’identità diverse generate millenni orsono - spiega Gabriella Poggesi, una delle curatrici della mostra di Prato - perché gli etruschi a nord dell’Arno, rappresentati nella mostra di Prato, sono diversi da quelli di Volterra, dell’Aretino o della Maremma. E noi contemporanei ci identifichiamo anche in queste diversità». Atavici campanilismi? Chissà.

Se le «Pietre fiesolane» e i bronzi ci raccontano un’età arcaica «fiorentina», basta muoversi da nord a sud, da est a ovest, per continuare questo cammino in differenti scenari. Le Vie Cave, il canyon scavato nella roccia dagli Etruschi tra Pitigliano, Sorano e Sovana, sono un dedalo di strade misteriose con pareti di roccia di venti metri di altezza. Ci accompagnano in un cammino attraverso segni esoterici e monumenti funerari come la «Tomba dei demoni alati» con il suo inquietante frontone (uno dei più belli al mondo), decorato con la figura di un demone alato, forse Scilla, antica medusa, mostro spietato che simboleggia il passaggio agli inferi.

Non lontano dal canyon, a Roselle, c’è un altro sito-laboratorio. Quello delle mura ciclopiche, 8 metri di altezza, 3,2 chilometri d’estensione. Anche qui si continua a scavare e a pensare al futuro. «Il ministero ha chiesto il diritto di prelazione per acquisire una parte dell’area archeologica - annuncia il sovrintendente ai beni archeologici della Toscana, Andrea Pessina - e si sta lavorando a una serie di itinerari per creare una via Francigena degli Etruschi».

A Chiusi è stata appena scoperta l’«Innominata», una tomba dipinta e ancora senza nome. L’ha trovata un gruppo di volontari e non è un caso, perché sono molti gli esempi di uomini e donne innamorati dell’antica gente d’Etruria. Lorenzo Benini, un industriale fiorentino, dedica parte delle sue ferie per cercare tesori etruschi e finanzia campagne di scavi. Agli amici racconta che quella passione faticosissima gli regala la sensazione di conoscere se stesso. Paolo Panerai, giornalista e imprenditore, finanzia scavi e organizza con la sovrintendenza mostre dei reperti trovati nei terreni della splendida cantina d’autore firmata da Renzo Piano sulle colline di Gavorrano, in provincia di Grosseto.

Gonfienti, la «Prato etrusca» dalla quale la mostra di Palazzo Pretorio trae ispirazione, è una miniera di sorprese. Che si vuole trasformare in eccellenza. La Regione Toscana ha stanziato tre milioni di euro e tra poco nascerà un parco archeologico unico al mondo. Poi c’è il laboratorio-Volterra, gli scavi perpetui e l’«Ombra della Sera», la statuetta più famosa e oscura.

Dove non arrivano scienza e storia, c’è il maltempo ad allearsi e diventare strumento del Grande Sito. A Baratti, sul lungomare della provincia di Livorno, un’alluvione seguita da una devastante erosione ha portato alla luce una necropoli sconosciuta e poco distante sono affiorate le mura poligonali dell’antica Populonia, una delle roccaforti etrusche. Qui sembra quasi di vederli gli etruschi. Come accade a Murlo, borgo senese, dove l’esame del Dna ha dimostrato che i paesani sono i più diretti discendenti di questo popolo. Guardateli negli occhi, se vi capita di andare in quel paese: potreste parlare con il pronipote di un lucumone.


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