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MESSAGGIO EVANGELICO ("CHARITAS") E TRADIMENTO STRUTTURALE DELLA FIDUCIA. IL PROGETTO TEOLOGICO-POLITICO DI PAPA RATZINGER E’ RIMETTERE SUL TRONO CELESTE IL DIO DEI MERCANTI, IL DIO-RICCHEZZA ("DEUS CARITAS EST": BENEDETTO XVI, 2006)!!!

BENEDETTO XVI, LA VISITA ALLA SINAGOGA, E LA FIDUCIA INTACCATA. "IL DOSSIER PIO XII TURBA EBREI E CRISTIANI". Una nota di Dominique Greiner et Frédéric Mounier - a cura di Federico La Sala

L’AMORE NON E’ LO ZIMBELLO DEL TEMPO (William Shakespeare): AMORE E’ PIU’ FORTE DI MORTE (Cantico dei cantici: 8.6 - trad. Giovanni Garbini).
mercoledì 23 dicembre 2009 di Federico La Sala
[...] In un comunicato, l’Amicizia ebraico-cristiana in Francia (AJCF) definisce
“inaccettabile” la decisione di Benedetto XVI, che “scandalizza non solo le autorità ebraiche ma
anche un gran numero di cristiani”.
Per l’AJCF il problema non è sapere se Pio XII ha dato un aiuto
diretto o indiretto per salvare degli ebrei durante la guerra, “ma l’assenza della sua parola pubblica
che denunciasse il massacro degli ebrei”: “La vera questione è quella (...)

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> BENEDETTO XVI ---- EQUIVOCATO O EQUIVOCO?! IL PONTIFICATO DELLE PRECISAZIONI (di Vito Mancuso)

domenica 27 dicembre 2009

Il pontificato delle precisazioni

Che cosa sarebbero mai delle virtù religiose incapaci di operare la giustizia concretamente?

di Vito Mancuso (la Repubblica, 24.12. 2009)

Un’altra piccola gaffe? Un’altra marcia indietro? Un’altra necessaria e non prevista "precisazione"? Abbiamo già assistito alla precisazione sull’islam dopo il discorso di Ratisbona. E poi alla precisazione sulla revoca della scomunica ai quattro vescovi lefebvriani con le concomitanti dichiarazioni negazioniste di mons. Williamson, alla precisazione sulla preghiera del venerdì santo per la conversione degli ebrei.

Ora va forse interpretata allo stesso modo la dichiarazione di ieri della Sala stampa vaticana sulla travagliata via verso la beatificazione di Pio XII? Quello che è certo è che sei mesi fa padre Gumpel, il gesuita tedesco postulatore della causa di beatificazione di Pio XII, aveva dichiarato tra lo stupore del mondo che papa Pacelli non riusciva a salire agli onori dell ’altare perché Benedetto XVI era intimidito dalle pressioni del mondo ebraico.

Padre Gumpel naturalmente poi aveva smentito dicendo che era stato (anche lui) frainteso, e una settimana fa, quando si era venuti a conoscenza che Benedetto XVI aveva firmato insieme i decreti sulle virtù eroiche di Giovanni Paolo II e di Pio XII, l’idea che papa Ratzinger potesse essere intimorito dal mondo ebraico nella sua ferma determinazione di beatificare quanto prima papa Pacelli risultava del tutto inverosimile. Oggi però non è più così.

Oggi l’ennesima precisazione a cui è stato costretto il direttore della Sala stampa vaticana padre Lombardi a seguito delle proteste del mondo ebraico dimostra che Benedetto XVI non se la sente di ignorare la voce ebraica.

Non ne è capace? Non si sente sufficientemente forte per farlo, gestendo la beatificazione di Pio XII come un affare del tutto interno alla Chiesa, così come Giovanni Paolo II aveva gestito la beatificazione di Edith Stein (filosofa ebrea convertita al cattolicesimo, suora carmelitana col nome di Teresa Benedetta della Croce, morta ad Auschwitz nel 1943, beatificata nel 1987, canonizzata e proclamata patrona d ’Europa nel 1998) nonostante le proteste di alcuni settori del mondo ebraico?

Oppure invece Benedetto XVI ha a cuore immensamente il dialogo col mondo ebraico (il frutto più bello del Vaticano II dopo secoli e secoli di inimicizia e persecuzioni) e non lo vuole compromettere in nessun modo e per questo è propenso persino a rallentare nella sua ferma determinazione di beatificare papa Pacelli?

Chissà come stanno davvero le cose, non ci sono elementi per poter risolvere la questione, io posso solo dire che mi piace pensare che per Benedetto XVI il dialogo col mondo ebraico sia molto più importante della beatificazione di un suo predecessore. Il che, se è vero, significa che il dialogo con l’ebraismo ha per Ratzinger un valore immenso, perché non ci sono dubbi che egli voglia quanto prima giungere alla beatificazione di Pio XII e porre un altro tassello per anestetizzare del tutto il carattere innovativo del Vaticano II e le sue interpretazioni in tal senso.

Pio XII è il papa che aveva rimosso dall’insegnamento ed esiliato i teologi poi nominati periti conciliari da Giovanni XXIII e che furono l’anima del Vaticano II. La sua beatificazione corrisponderebbe a una definitiva sedazione dell’effervescenza conciliare, al compimento della restaurazione, per la gioia dei lefebvriani che finalmente potrebbero considerare il ritorno nel seno della Chiesa cattolica. E quanto questo sia nel cuore di Benedetto XVI è sotto gli occhi di tutti.

Se non ci fossero le proteste ebraiche sarebbe solo questione di pochissimo tempo, ma le proteste ebraiche ci sono e per questo le mormorazioni di padre Gumpel di sei mesi fa vanno prese molto sul serio. Ma a quale prezzo ieri è stata proposta la precisazione vaticana? Al prezzo di una duplice disgiunzione: quella pratica di Pio XII da Giovanni Paolo II nel loro percorso verso la beatificazione, e quella teologica delle virtù religiose dalle azioni concrete sul piano storico.

Sulla prima disgiunzione non c’è molto da dire se non esserne felici, se non altro per non ripetere la triste esperienza di un Giovanni XXIII beatificato insieme a Pio IX, al cui proposito invito i lettori che lo desiderassero a confrontare il "Sillabo" di Pio IX con la "Gaudium et spes" del concilio voluto da papa Giovanni per rendersi conto della abissale differenza tra i due papi.

Sulla seconda disgiunzione invece ci sarebbe molto da dire. In che senso, come scrive padre Lombardi, «la valutazione riguarda essenzialmente la testimonianza di vita cristiana data dalla persona (il suo intenso rapporto con Dio e la continua ricerca della perfezione evangelica) e non la valutazione della portata storica di tutte le sue scelte operative»? In che senso la vita cristiana non riguarda le scelte operate storicamente? Non ha insegnato forse Gesù a proposito dei profeti che «dai loro frutti li potrete riconoscere» (Matteo 7,20)? E come insegna tutta la teologia morale a partire da san Tommaso d’Aquino, la virtù non è eminentemente pratica?

Che cosa sarebbero mai delle virtù religiose incapaci di operare la giustizia concretamente? La Sala stampa vaticana ci ha proposto una inusitata distinzione, sconosciuta alla Bibbia e alla tradizione spirituale. Il papa teologo, diviso tra il desiderio di beatificare il suo predecessore preconciliare e i timori evocati da padre Gumpel, ha costretto il suo portavoce a una pericolosa e maldestra innovazione teologica


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