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BUONA-NOVELLA: DIO E’ AMORE. "IL VANGELO CHE ABBIAMO RICEVUTO" NON E’ L’EVANGELO!!! DALL’AFRICA, UNA SOLLECITAZIONE A BENEDETTO XVI ("DEUS CARITAS EST", 2006) A RETTIFICARE IL NOME ...

SANT’AGOSTINO, DOTTORE DELLA GRAZIA ("CHARIS"): "ECCO DA DOVE COMINCIA L’AMORE" ("ECCE UNDE INCIPIT CHARITAS"). UN FILM E UN’EDIZIONE ONLINE DELLE OPERE. Note di Armando Torno e Roberta De Monticelli - a cura di Federico La Sala

(...) dal X al XIII libro delle Confessioni si gettano insieme le fondamenta e gli archi portanti della nostra mente, o se preferite della civiltà e della cultura europea. E cristiana, certo.
lunedì 1 febbraio 2010
[...] Chi legge le
Confessioni ci troverà tutto l’essenziale della vita umana: l’infanzia e l’adolescenza, il livore e
l’amore, il lutto, l’amicizia, l’ambizione, l’ebbrezza dell’intelligenza e i tormenti dell’anima, i viaggi,
le strade e le città dell’Impero, le élite e il popolo, il conflitto interiore, la scelta radicale, il tempo, la
memoria e Dio. Eppure dal punto di vista degli eventi e dell’azione in realtà non succede molto
neppure nei libri della ricerca, prima della grande svolta (...)

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> SANT’AGOSTINO, DOTTORE DELLA GRAZIA ("CHARIS") --- E "LA SOLITUDINE DELL’ANIMA" DI EUGENIO BORGNA. Accettare lo stare da soli come un segno della Grazia (di Marina Corradi - Borgna, la solitudine che vince il rumore).

sabato 5 febbraio 2011

INTERVISTA.

Accettare lo stare da soli come un segno della Grazia. Un’arte difficile che esige di saper ascoltare il silenzio. Parla lo psichiatra italiano

Borgna, la solitudine che vince il rumore

DAL NOSTRO INVIATO A NOVARA

MARINA CORRADI (Avvenire, 05.02.2011)

«Solitudine» è parola usa­ta quasi sempre in un’accezione negativa. Normalmente è sinonimo di emar­ginazione e esclusione. Ma l’ultimo saggio dello psichiatra Eugenio Borgna ( La solitudine dell’anima , Feltrinelli) osa parlare anche di un’altra solitudine. Della ricercata solitudine di chi sceglie di sfuggire al rumore cui quotidianamente siamo consegnati. Della ’bella’ so­litudine dei mistici; della creativa solitudine dei poeti. Su questa pa­rola dunque Borgna indaga e ne trae un’altra, oggi oscurata, dimen­sione. «Occorre distinguere - dice Borgna - la solitudine dall’isola­mento, che ne è la faccia negativa: la condizione cioè imposta da do­lore, malattia, povertà, o dalla no­stalgia feroce di un lutto. Anche l’i­solamento però può essere scelto: è il rifiuto intenzionale dell’altro, o il vassallaggio delle proprie pulsio­ni egoistiche, che rompe ogni co­munione con il prossimo». Ma l’altro volto, luminoso, della so­litudine è appunto la solitudine scelta: «Per cercare - dice Borgna - il proprio cammino di vita interio­re: In interiore homine habitat veri­tas, noli foras ire..., ammonisce A­gostino ». E tuttavia i due aspetti, l’isolamento afflitto e la ricerca di sé, non sono regni divisi da invali­cabili confini: «Esistono sconfina­menti, e correnti carsiche, che flui­scono dall’una all’altra condizione. Perché ogni forma di isolamento può essere riscattata».

La nostalgia c’entra dunque con la solitudine, come eco di qualcosa che conoscevamo e abbiamo per­duto?

«Certo. La ’bella’ solitudine di Te­resa d’Avila è domanda di attingere a qualcosa di non più tangibile, co­me in una memoria perduta. In Te­resa, la solitudine è apertamente chiamata ’grazia’; e ’disfatta’, è quando questa solitudine scompa­re. In una sfolgorante intuizione: solitudine è lo spazio vuoto che può essere colmato da Dio. Come suggerisce anche un verso di Emily Dickinson: ’Forse sarei più sola/ senza la mia solitudine’».

Ma un’altra Teresa, Teresa di Cal­cutta, che lei cita, in diari straziati dice di una notte di solitudine in­teriore, del suo ’sorridere sem­pre’, mentre dentro si avverte completamente vuota. Che razza di solitudine è, questa? Non po­trebbe essere quasi come una tal­pa che scava un vuoto più grande, per fare spazio a un altro che pre­me?

«Ogni solitudine è ritorno in se stessi, e ascolto dei motivi di dolore in noi. Se viviamo esposti al rumo­re, senza mai staccarci da questa terribile elisione di ogni relazione vera, ecco che la solitudine, pur a­prendoci orizzonti senza fine, ci fe­risce, perché ci fa conoscere espe­rienze che nella vita immersa nel rumore non possiamo nemmeno immaginare».

D’altronde il ’rumore’ è lo stato in cui la maggioranza di noi vive.

«Sì, viviamo nel terrore del silenzio, e nella angoscia del confronto con noi stessi, e con il senso. Teresa di Calcutta, nella sua solitudine di ghiaccio, aveva una nostalgia straziata di Dio e dell’infinito».

Chi si affaccia sul silenzio di u­na clausura ne resta spesso af­fascinato e insieme spaventa­to. Che cosa nella solitudine monastica ci sbalordisce, e però ci fa paura?

«Da una parte il fatto che in clausura ci si sottrae al mondo, e agli affetti. Scompare quasi com­pletamente la parola, nel silenzio che sigilla. Chi non ha una fede al­tissima e un’acuta nostalgia dell’in­finito percepisce in tutto questo un’eco di morte - morte delle cose contingenti. Ma quando assisti, co­me a me è capitato nel monastero di San Giulio a Orta, ai voti di gio­vani donne che con voce ferma e dolce rispondono al vescovo: sì, abbandono il mondo, allora intui­sci che la clausura è il luogo di un incontro assolutamente concreto. Queste donne sono la testimonian­za di una nostalgia di infinito che vive in noi. E tutto questo è grazia, come diceva Bernanos».

Nel libro lei cita Etty Hillesum, la giovane ebrea morta a Auschwitz che scriveva: ’Innalzo intorno a me le mura delle preghiera come le mura di convento’.

«Nel mezzo dello sfacelo delle per­secuzioni naziste la preghiera per la Hillesum è scudo, è invisibile cortina che la salva dal nulla. Ma da dentro quelle mura vedeva tut­to, concependo un senso anche al­la morte e allo strazio».

E tra solitudine e poesia, che rap­porto c’è?

«Siamo sempre dentro alla nostal­gia dell’indicibile. La solitudine af­franca, ringiovanisce, è premessa, come la malinconia, della genesi della esperienza poetica. Solitudi­ne, anche qui, è un rientrare in sé, e ascoltare gli abissi».

Allora poesia e preghiera si asso­migliano?

«La grande poesia difficilmente si distingue dalla preghiera. Penso a Petrarca, a Dante. Il luogo di comu­nanza è che entrambe attingono alla più profonda domanda, e che entrambe nascono più abbaglianti dalla disperazione. Certo l’ultimo orizzonte della santità è Dio, che incendia e trasfigura tutta la vita; mentre la poesia è maieutica per gli altri. In un certo senso, i poeti sono dei mes­saggeri. E però quali affinità tra l’ostinato bus­sare di Leopardi contro una por­ta che apparen­temente non si apre, e lo strazio oscuro di ma­dre Teresa».

Anche la psichiatria, lei scrive, è incontro fra due solitudini.

«Da un anno mi confronto con due pazienti ad alto rischio di sui­cidio. È come parlare con qualcu­no che minacci di buttarsi da un cornicione; è la disperata tensione a stabilire una relazione con il ma­­lato, a non sbagliare una parola. È allora che uno psichiatra avverte la sua impotenza, e si comprende egli stesso solo: in una solitudine che è emblema di uno scacco sen­za fine».


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