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ARCHEOLOGIA, MITOLOGIA E ANTROPOLOGIA. Il ramo d’oro: da Freud a Eliot, le influenze di un rito ...

IL BOSCO DEL LAGO DI NEMI, JAMES G. FRAZER, E IL RAMO D’ORO: LA SCOPERTA DEL VASO IN CUI CRESCEVA L’ALBERO. Un resoconto di Francesco Erbani, con una nota di Marino Niola - a cura di Federico La Sala

Quel vaso, sostiene l’archeologo Filippo Coarelli, potrebbe essere l’alloggiamento dell’albero fra i cui rami ce n’era uno che un’altra leggenda racconta fosse d’oro e avesse un potere speciale ...
venerdì 19 febbraio 2010 di Federico La Sala
[...] SENZA Il ramo d’oro di James G. Frazer la cultura del Novecento non sarebbe la stessa. Quei dodici volumi usciti nel 1890 sono uno sterminato catalogo dell’immaginario umano. Un fantastico viaggio che parte dal lago di Nemi e dall’uccisione rituale del sacerdote di Diana per mano di un uomo più giovane e forte che vuole prenderne il posto. E attraversa la mitologia degli antichi, i riti dei primitivi e le credenze dei moderni ricerca il filo che unisce il passato e il futuro (...)

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> IL RAMO D’ORO --- La morte non è la fine -- Corpo come le pietre, psiche come l’animale, l’uomo è anche spirito. La questione del rapporto tra corpo e spirito risale agli sciamani.

domenica 7 febbraio 2016

Anima. La vita e le opere

Da qualche tempo il riduzionismo domina le discussioni filosofiche e scientifiche

La questione del rapporto tra corpo e spirito risale agli sciamani delle steppe asiatiche, attraversa la Grecia classica e arriva ai papati recenti

di Mauro Bonazzi (Corriere della Sera, La Lettura, 07.02.2016)

C’è un termine che torna con frequenza crescente nei dibattiti odierni: riduzionismo. È la tesi che tutti i fenomeni possano essere ricondotti a una base materiale comune e inseriti in una stessa trama causale. La realtà è unica, è quella fisica e può essere spiegata per mezzo delle leggi che governano l’universo. L’idea nasce e prende forza agli albori della modernità: sempre più decisamente, le nuove scoperte scientifiche mostravano che la realtà ha un suo ordine intrinseco, determinato, autonomo. Non c’era più bisogno di pensare a un ente esterno e immateriale per spiegare l’esistenza di questo sistema incredibilmente ricco e complesso, regolato da leggi di causa ed effetto.

Di questo meccanismo anche noi, fino a prova contraria, facciamo parte. Per quali ragioni si dovrebbe sostenere che per l’uomo queste leggi non valgano? Se vogliamo capire chi siamo ci dobbiamo occupare delle nostre proprietà fisiologiche, di cellule, neuroni e sinapsi; non di altro. Con un linguaggio più semplice, lo aveva già detto anche Nietzsche, tutt’altro che disinteressato agli sviluppi delle scienze: «Corpo io sono in tutto e per tutto, e null’altro». La tesi è ragionevole; e le conseguenze dirompenti, perché l’immagine dell’uomo, di cosa siamo, cambia in modo radicale.

Diventa problematico parlare di libertà ad esempio, come aveva già osservato Spinoza, un altro figlio della rivoluzione scientifica. Se anche per noi valgono le leggi fisiche, la nostra libertà non è diversa dalla pietra che, cadendo, pensasse di cadere di propria volontà e a proprio piacimento. Un’intuizione filosofica, che gli esperimenti di Benjamin Libet sembrano confermare: prima ancora di diventare consci della scelta che faremo, appare che le nostre cellule cerebrali si sono già attivate in un senso piuttosto che in un altro. Il libero arbitrio è un’illusione, dunque? Sì, rispondeva deciso il solito Nietzsche, e illusoria era pure la pretesa di parlare di responsabilità. Se non siamo liberi, perché distinguere tra buone e cattive azioni? «È assurdo lodare e biasimare la natura e la necessità». Vale per la pietra che cade, vale per le azioni che compiamo.

Sono idee affascinanti, che aprono nuovi scenari. Ma ancora manca la prova decisiva: ancora non si è dimostrato in modo incontrovertibile che l’uomo è un essere «a una dimensione», che rientra interamente in un sistema causale determinato, con tutto quello che ne consegue. E se invece ci fosse in noi qualcosa di irriducibile rispetto al corpo, non interamente vincolato alle leggi fisiche? Che le scienze non possono cogliere perché non fa parte del loro campo d’indagine? Thomas Nagel, filosofo della New York University, ha azzardato una tesi del genere in Mente e cosmo (Raffaello Cortina), suscitando un vespaio. Ma non è certo il primo ad averci provato. Quel qualcosa di irriducibile ha un nome, in uso da secoli: è l’anima. La storia comincia da lontano.

Le prime attestazioni della credenza che ci sia qualcosa in noi che sfugge alle normali leggi dello spazio e del tempo si perdono in un passato remoto, nelle steppe dell’Asia centrale. È il mondo degli sciamani, dotati di poteri magici con cui staccano il loro io dal corpo per fare esperienze precluse ai più. Incubazioni rituali, simulazioni di morte, stati di estasi che liberano l’anima dai vincoli corporei e la guidano in un viaggio iniziatico, rivelandole i segreti dell’universo, il presente, il passato, il futuro. Sono storie bizzarre, che diventano interessanti quando si depurano degli aspetti folcloristici. Quando cioè se ne appropriano Socrate e Platone, inventando la coscienza, facendo dell’anima la sede delle nostre decisioni autonome e responsabili.

Il discorso si sottrae al contesto sapienziale, si presenta davanti alla città, si fa morale. Nel Fedone Platone racconta l’ultimo giorno di vita del maestro. Socrate è in prigione, in attesa di bere la cicuta: ma se non è scappato, spiega agli amici, se resta lì seduto a parlare, non è perché i suoi muscoli e i suoi nervi sono disposti in un certo modo. È lì perché ha deciso così, perché gli è parso giusto accettare il verdetto - ingiusto - degli ateniesi. Nervi e ossa sono importanti, ma Socrate è anche altro, soprattutto altro. È la sua anima, libera. Socrate ha scelto: poteva anche scegliere altrimenti, e per questo può essere apprezzato o criticato. Nessuno si sognerebbe di giudicare la pietra che cade. Ci sono le cose e le persone, la differenza sta nell’anima.

Tutto diventa ancora più interessante con Aristotele e il problema dell’intelligenza. Il tentativo, antiplatonico, è far rientrare il discorso dell’anima nella trattazione biologica, disinnescando ogni velleità metafisica. L’anima è la vita di un corpo, è un corpo che vive. Certo. Ma il dubbio rimane. Davvero tutto può essere ricondotto al corpo? Tutti i nostri pensieri, il flusso di idee dell’intelletto sono solo la conseguenza di impulsi fisici? È la domanda di Nagel, a cui Pascal ha già risposto senza esitazione: «Da tutti i corpi insieme non si potrebbe far scaturire un piccolo pensiero: è impossibile, è di un altro ordine». Anche Aristotele alla fine concorda e, quando alza lo sguardo sull’universo, la sua intuizione diventa sublime.

Perché anche il principio ultimo, da cui tutto dipende, è pensiero; pensiero senza materia, nient’altro che pensiero. Il pensiero è vita; ed è all’origine di tutto. «Pensiero che pensa se stesso», così Aristotele definisce Dio. «In principio era il logos , il verbo»: così inizia il Vangelo di Giovanni. L’uomo, «irriducibile a una semplice particella della natura» (Giovanni Paolo II), è l’interlocutore libero e intelligente di Dio. Senza trascurare le differenze (gli ateniesi risero quando Paolo parlò della resurrezione dei corpi), tra filosofia greca e cristianesimo le linee di continuità non mancano: lo diceva Nietzsche («il cristianesimo, platonismo per il popolo») e lo ha ripetuto Ratzinger a Ratisbona. Da Cartesio ai Cugini di Campagna, l’anima diventa patrimonio comune, uno strumento indispensabile per analizzare quella cosa sfuggente che siamo, nella sua specificità. Siamo sicuri che sia arrivato il momento di sbarazzarsene?

L’ultimo grande filosofo greco è stato Plotino; di certo vince il premio per la tesi più bizzarra. Il nostro vero «io» è una parte dell’anima mai discesa nel corpo, che risiede eternamente nel mondo delle idee, assorta nella contemplazione delle realtà più alte. Pensiero puro, insomma. Assurdità? Teologicamente neanche troppo: è la versione filosofica del paradiso. Basta pensare ai beati di Dante, il cui unico desiderio, realizzato, è proprio quello di vedere Dio - vale a dire conoscere il significato ultimo delle cose; comprendere il senso (e la bellezza) dell’esistenza, nostra e di tutto il resto. Per Plotino non c’è neppure bisogno di aspettare l’aldilà: la beatitudine è possibile qui e ora. È come un’aria satura di gas: non si vede, ma è lì; il nostro pensiero è come la fiamma che l’accende; l’esplosione e l’incendio - la fiammella che si ricongiunge al fuoco, il nostro pensiero che s’identifica in Dio e vede tutto con i suoi occhi - ecco la felicità.

Non si tratta di sola teologia. Le tesi di Plotino sembreranno pure bizzarre, ma sono attuali e molto concrete. Per la prima volta si mette in discussione l’identificazione tra noi e la nostra coscienza. Il nostro vero io è qualcosa di cui non sempre, quasi mai anzi, siamo consapevoli, ma che comunque è alla base dei nostri pensieri e delle nostre azioni. Assurdità? Ma non è stato Sigmund Freud a insegnare che una parte decisiva della nostra vita si svolge al di là della soglia della consapevolezza?

Alla luce delle nuove scoperte scientifiche, non diceva cose molto diverse neppure Edoardo Boncinelli nella «Lettura» del 24 gennaio, quando spiegava che anche le regioni subcorticali del cervello, di cui non siamo coscienti, concorrono a determinare in modo essenziale ciò che siamo e ciò che facciamo. La nostra è l’epoca più adatta a sviluppare la tesi di Plotino. Senza sottovalutare le differenze, perché la prospettiva è ribaltata, il riduzionismo rovesciato: con Freud e con la scienza siamo ricondotti verso una dimensione fisiologica, verso una miriade di processi neuronali. Con Plotino il nostro «io» va nella direzione opposta, perdendosi in un ordine intelligibile, forse divino. Non c’è mai fine alla fantasia dei filosofi, penseranno molti. Sempre che siano fantasie, però, perché il mistero del pensiero ancora non è stato risolto. Insomma, chi siamo noi, veramente? O meglio, che cosa è «io», sempre che esista?

«Conosci te stesso», intimava l’oracolo di Delfi. Fosse facile. Il mondo in cui viviamo è complicato e noi lo siamo ancora di più; ognuno si sforza di capire e cerca di dire la sua. Forti dei loro successi, gli scienziati indicano il cammino con esperimenti sempre più precisi. I filosofi sollevano dubbi sulla direzione presa: davvero questi esperimenti riescono a cogliere tutta la realtà? Davvero ciò che non è conoscibile scientificamente non esiste? I teologi puntano il dito da un’altra parte. Ci si confronta, si discute, spesso si litiga. A volte vien da pensare che il rumore delle nostre urla arrivi fin nei posti più remoti dell’immenso universo che ci circonda. Dove magari siede qualche divinità annoiata, grata di poter assistere allo spettacolo di questi esseri curiosi, sempre in cerca di se stessi.


Corpo come le pietre, psiche come l’animale, l’uomo è anche spirito

di Piero Stefani (Corriere della Sera, La Lettura, 07.02.2016)

Che cosa avvenga a un essere umano quando i suoi occhi si chiudono all’esistenza terrena è domanda che non trova risposta nell’esperienza di alcun vivente. Si tratta di un’affermazione talmente scontata da risultare dicibile solo se sostenuta da qualche richiamo culturale evocando «il paese non ancora scoperto dal cui confine nessun viaggiatore ritorna»; forse, per essere più amletici di Amleto, perché quel paese semplicemente non c’è. Tuttavia quando, sgombrate le impalcature psicologiche e le convenzioni sociali, si è assaliti nel proprio intimo da «questo problema», esso è posto pensando a se stessi o a chi ci è caro, e non a Shakespeare.

Per qualcuno l’interrogativo trova risposta certa; per altri invece l’aldilà resta, per dirla con Rabelais, il «grande forse». Si tratta di un pensiero non estraneo neppure alla Bibbia. Anche nel libro sacro qualche volta le domande prevalgono sulle risposte. Per il Qohelet (3,21) è certo che tutti ci incamminiamo verso la polvere, mentre è problematico se la ruach (come tradurre? «spirito», «alito vitale», «soffio»?) dell’uomo salga verso l’alto e se quella delle bestie sprofondi verso il basso.

«Forse», «chissà». La prospettiva, per qualcuno, può suonare anomala e consegnabile soltanto a un libro strano come il Qohelet . Un’eccezione, o forse una concessione che dice allo scettico: guarda che nella Bibbia c’è un angolino anche per te. In effetti nella Scrittura ci si imbatte anche in risposte, tuttavia esse non sono univoche. Una prospettiva però è certa: la domanda sul «dopo» si collega con quella relativa all’«origine».

In una delle prime pagine della Bibbia si legge che «il Signore Dio, dopo aver plasmato l’uomo con la polvere del suolo, gli soffiò nelle narici un alito di vita (nishmat chayyim) e l’uomo divenne vivente (nefesh chayiah)» (Genesi 2,7). In Occidente c’è una memoria lunga del fatto che il «biologico» non trovi in se stesso la spiegazione della propria origine e debba, quindi, rimandare a un alito di vita primordiale che viene dal di fuori. Tracce di simili convinzioni si riscontrano persino nelle righe finali dell’ Origine delle specie di Charles Darwin.

L’antropologia biblica non conosce il dualismo anima-corpo. In essa non c’è spazio per la visione del neoplatonico Celso, secondo la quale l’anima è opera di Dio mentre in base alla natura non c’è differenza tra la nostra corporeità e quella di un pipistrello, di un verme o di una rana.

Di norma nella Bibbia ci si riferisce a una concezione tripartita e relazionale dell’essere umano articolata in tre dimensioni: carne (ebraico, basàr; greco sarx ), anima (ebraico, nefesh ; greco, psyche ), spirito (ebraico, ruach; greco, pneuma). Altrettanto consueto è affermare che l’essere umano è (non ha) carne, anima e spirito. Visto nella prospettiva della sua caducità è «carne», colto nel suo affermarsi come essere vitale è «anima», scorto nella sua dimensione relazionale con l’altro da sé - a iniziare da Dio - è ruach (in questo caso intesa come spirito e non come respirazione). È dunque solo lo spirito a distinguere gli esseri umani dagli altri animali?

Nella cultura occidentale la comunanza genetica tra uomini e animali è letta, ormai da quasi due secoli, eminentemente in chiave evolutiva: noi deriviamo da loro. Questa precedenza oggi viene a volte interpretata come indice di un cammino ancora da percorrere per gli uni e per gli altri. Di quest’ultimo parere è il teologo e analista junghiano Eugen Drewermann il quale, nel suo piccolo saggio Sull’immortalità degli animali (Castelvecchi, 2013), sostiene che, in base ai risultati raggiunti dalla psicoanalisi e dall’etologia, non è possibile respingere l’idea che uno solo sia il flusso vitale che dapprima ha reso possibile il nostro diventar uomini a partire dal mondo animale e che ora continua a svilupparci come esseri umani. Quella comune appartenenza, che in altre culture si esplica nella generale partecipazione al ciclo senza fine delle reincarnazioni, qui viene riferita a una forza evolutiva spirituale destinata a dar luogo a una universale quanto immediata immortalità. A lungo la fede nata dalla Bibbia è stata, però, vissuta secondo parametri diversi da quelli prospettati da Drewermann.

La morte individuale intesa come evento unico e irripetibile è una eredità biblica passata alla civiltà occidentale; ciò non equivale affatto a sostenere che questo solco sia indelebile; al giorno d’oggi ci sono anzi molti segni che vanno in direzione opposta. In ogni caso, fino a quando si tiene ferma l’unicità della morte, la riacquisizione vitale della pienezza umana è obbligata a presentarsi come una riappropriazione del sé compiuta in virtù della forza esterna dello spirito. Esso però deve trovare una corrispondenza interna capace di recepirlo.

Lo snodo è tutto qua. Occorre una forza che viene dal di fuori capace di relazionarsi con noi e noi con essa. A tutto ciò il lessico biblico diede il nome di ruach o di pneuma.

Vito Mancuso, in un suo libro intitolato Questa vita (Garzanti, 2015), afferma che, come tutti gli altri corpi fisici, anche il nostro organismo è energia+informazione. A differenza di tutti gli altri esseri, quelli umani si articolano però su tre livelli: corpo, psiche e spirito. Siamo corpi al pari delle pietre, siamo anima al pari degli animali (l’etimo qui non è ingannevole); tuttavia la vita umana, allorché energia e informazione producono un’ulteriore crescita, attinge a un terzo livello tradizionalmente denominato «spirito».

Il grande displuvio tra la concezione biblica e quella evolutiva sta nel fatto che per la Scrittura la ruach è non già un potenziamento interno, ma una forza che viene al vivente dall’esterno. Essa, lungi dall’essere un prodotto potenziato di energia+informazione, va piuttosto paragonata all’alito di vita insufflato all’inizio.

Lo spirito è una realtà posta al principio e alla fine dell’esistenza terrena. Quando parla dell’«uomo vivente» la Bibbia parla di una creazione diretta non mediata da alcuna evoluzione (affermazione, quest’ultima, che solo i fondamentalisti ritengono risolutiva del tema teologico incentrato sui rapporti tra fede e scienza).


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