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TERZO MILLENNIO DOPO CRISTO. IL MESSAGGIO E LO SPIRITO EVANGELICO ("AGAPE" "CHARITAS") NON HA NIENTE A CHE FARE CON IL VANGELO E LO SPIRITO "MAMMONICO" DEL MAGISTERO PAPALE ("DEUS CARITAS EST": BENEDETTO XVI, 2006).

LA CHIESA, IL CELIBATO DEI PRETI (UN "CHARISMA", NON UNA LEGGE!!!), E LA PEDOFILIA. Un intervento di Hans Kung, su "Le Monde" - a cura di Federico La Sala

(...) Il celibato non era ancora in vigore nel primo millennio dell’era cristiana. In Occidente, è stato istituito nell’XI secolo sotto l’influenza dei monaci (che erano celibi per scelta). Lo si deve a papa Gregorio VII (...)
venerdì 5 marzo 2010 di Federico La Sala
[...] Fino ad oggi, quasi nessun vescovo ha riconosciuto la sua complicità. Eppure, ciascuno potrebbe
arguire che si limita a seguire gli ordini di Roma. In Vaticano, sulla base del più assoluto segreto, la
discreta Congregazione per la dottrina della fede ha affrontato tutti i casi gravi di devianza sessuale
commessi dai membri del clero, che quindi sono arrivati sul tavolo del suo prefetto, il cardinale
Ratzinger, tra il 1981 e il 2005.
Ancora il 18 maggio 2001, quest’ultimo inviava ai (...)

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> Un caso a Monaco, quando Ratzinger era vescovo ... {{Il Papa può essere chiamato a rispondere della propria condotta quand’era arcivescovo di Monaco? (di Giacomo Galeazzi - Intervista al vescovo Luciano Pacomio, commissario CEI).

sabato 13 marzo 2010

intervista a mons. Luciano Pacomio

“Nessuna immunità, siamo tutti uguali”

a cura di Giacomo Galeazzi (La Stampa, 13 marzo 2010)

«Tutti i battezzati sono uguali davanti alle leggi della Chiesa. Anche il Papa». Il vescovo Luciano Pacomio, commissario Cei per la Dottrina della fede è sicuro che «Joseph Ratzinger saprà fornire tutte le necessarie spiegazioni», ma chiarisce che «per il diritto canonico non esiste immunità a nessun livello della gerarchia ecclesiastica».

Il Papa può essere chiamato a rispondere della propria condotta quand’era arcivescovo di Monaco?

«Per il diritto canonico sì. La distinzione giuridica per la Chiesa è tra chi è battezzato e chi non lo è. Per il resto si è tutti uguali davanti alla legge. L’uguaglianza nell’umanità e nella fede rende tutti i battezzati soggetti di diritti e di doveri, incluso il Pontefice. In questa bufera viene coinvolto il periodo in cui il Santo Padre era in Germania alla guida dell’arcidiocesi di Monaco di Baviera. E di questo è chiamato ora a rendere conto Joseph Ratzinger».

Anche se ora è il Pontefice?

«Tecnicamente, il fatto che venticinque anni dopo quelle vicende Joseph Ratzinger sia stato eletto Papa, non lo esime dal dover rendere conto della sua condotta da arcivescovo di Monaco. E nessuno più di lui ha le carte in regola per far luce su ciascuna fase storica del suo servizio alla Chiesa. Come responsabilità a qualunque livello, l’immunità nella Chiesa non esiste. Il problema è accertare se da arcivescovo Joseph Ratzinger fosse a conoscenza o no dello scandalo finito oggi sotto i riflettori dei “mass media”. Il punto è verificare se abbia avuto o meno la responsabilità di una omissione, di un mancato avviso, di una decisione non presa».

Qual è il suo giudizio?

«Io sono sicuro che fosse all’oscuro di tutto, altrimenti sarebbe intervenuto nel modo più intransigente e limpido. In genere queste cose aberranti avvengono all’insaputa di chi ha autorità. Basta che il sacerdote direttamente colpevole non parli dell’accaduto e il vescovo suo superiore non viene a saperlo. Non si tratta però di fare distinzioni tra chi resta vescovo e chi diventa Papa».

Perché?

«Il diritto canonico vale sempre. Il Papa assomma in sé i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario. Chi è il legislatore non può andare contro la legge, anche se è superiore alla legge. Nello scandalo esploso a Monaco va stabilita la verità dal punto di vista della responsabilità, bisogna accertare come siano andate veramente le cose. Deve essere lo stesso Joseph Ratzinger a chiarire la sua posizione rispetto al presidente della conferenza episcopale tedesca perché la vicenda risale a quando era arcivescovo in Germania».

In che modo?

«Ciascun vescovo è responsabile del periodo in cui regge una diocesi nella misura in cui abbia fatto qualcosa o abbia omesso di intervenire o, pur essendo avvisato, non abbia agito. Per la tipologia di persona che è Joseph Ratzinger ritengo che non fosse a conoscenza degli abusi perpetrati a Monaco nei suoi anni. Da sempre il Santo Padre è rigoroso e molto attento alle forme di giustizia, come attestano le singole, durissime decisioni che ha assunto anche quando riguardavano autorevoli personalità della Chiesa. L’ipotesi più probabile è che non fosse stato avvisato, che non ne fosse cosciente e che perciò non abbia coinvolto altri nelle decisioni».

E’ tecnicamente possibile un Papa «sotto processo»?

«Joseph Ratzinger, come tutti, non può essere soggetto del diritto canonico e sottoposto alla giustizia ecclesiastica se non per un’autentica, comprovata omissione o, peggio, per una vera azione di tacitazione degli abusi sessuali commessi da esponenti del clero a Monaco negli anni di sua responsabilità. In teoria è previsto anche per il Papa l’istituto delle dimissioni volontarie. A livello di diritto canonico può darle, ma nessuno può con autorità imporle. Ma non è ovviamente questo il caso».

Se sapeva e ha taciuto ne risponderebbe anche adesso?

«Dovrebbe attestare i fatti e rendere conto della la situazione in cui si trovava da arcivescovo. Serve cautela. Non perché ora è Papa ma perché in queste cose chiunque diventa responsabile solo di fronte alla vera omissione o, peggio ancora, se ha manovrato per nascondere gli avvenimenti. Dal punto di vista giuridico il Papa non è sciolto dalla legge. Anche lui è tenuto al rispetto delle norme canoniche. Tutti siamo soggetti alla legge e dobbiamo rispondere per aver omesso interventi chiarificatori o denunce dei colpevoli. Ognuno di noi porta le proprie responsabilità per il momento storico in cui le ha vissute».


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