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"LEGITTIMO IMPEDIMENTO" E COSTITUZIONE. UNA "INTERPRETAZIONE AUTENTICA" DELLA LEGGE AD PERSONAM .....

IN ITALIA, PER "GARANTIRE IL SERENO SVOLGIMENTO DELLE FUNZIONI" AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, CAMUFFATO DA PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA CON IL SUO "FORZA ITALIA" E CON IL SUO "POPOLO DELLA LIBERTA’", APPROVATA LA LEGGE DEL "LEGITTIMO IMPEDIMENTO". Due articoli sul provvedimento, e sulle conseguenze (di Emilio Randacio) - a cura di Federico La Sala

Che cosa cambia per Berlusconi imputato dopo il via libera definitivo al legittimo impedimento (...)
mercoledì 10 marzo 2010 di Federico La Sala
[...] E’ legge lo "scudo" che permette al presidente del Consiglio e ai ministri di sottrarsi alle convocazioni in sede giudiziaria, privilegiando gli impegni governativi "autocertificati". Dopo due voti di fiducia, l’Aula del Senato ha dato il via libera definitivo al ddl sul legittimo impedimento. I voto favorevoli sono stati 169, i contrari 126, gli astenuti tre. Il ddl era stato approvato alla Camera lo scorso 3 febbraio. Principio cardine: per il presidente del Consiglio, chiamato a (...)

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> IN ITALIA, PER "GARANTIRE IL SERENO SVOLGIMENTO DELLE FUNZIONI" AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, CAMUFFATO DA PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ---Un Paese oltre ogni limite (di Marcello Sorgi).

sabato 13 marzo 2010

Un Paese oltre ogni limite

di MARCELLO SORGI (La Stampa, 13/3/2010)

La nuova ondata di intercettazioni resa nota ieri dal «Fatto quotidiano» ci consegna uno spaccato del potere anche peggiore di quel che si poteva immaginare. Di per sé, l’idea che il presidente del Consiglio chiami al telefono il direttore generale della Rai Mauro Masi, il direttore del Tg1 Augusto Minzolini e il membro dell’Agcom, l’Autorità indipendente per le telecomunicazioni, Giancarlo Innocenzi, non è fuori dalla realtà. Ma se solo è verosimile il contenuto dei verbali, riassunti stavolta, e non pubblicati tra virgolette, è il modo in cui li tratta - da servi, neppure da dipendenti! - che fa spavento. Se questo è il livello a cui è giunta la vita pubblica, ancorché nei suoi anfratti nascosti, siamo ormai oltre la «bolgia» infernale denunciata dal Capo dello Stato. Del resto sarebbe proprio Masi a lamentarsi perché certe cose, a suo dire, non accadono neppure nello Zimbabwe.

Malgrado ciò occorre distinguere. Il premier che cerca di orientare il responsabile del principale telegiornale dell’emittente di Stato è solo uno, uno dei tanti politici che tutti i giorni cercano di guadagnare visibilità, ascolto e spazio a dispetto di altri.

Chiunque abbia lavorato come giornalista in Rai sa che un malinteso concetto del servizio pubblico fa credere a ciascuno dei quasi mille membri del Parlamento di essere azionista di viale Mazzini, e in base a questo di poter accampare pretese, senza rispetto, né per chi fa informazione, né per chi deve fruirne come pubblico. Sta alla personalità e alla professionalità di chi riceve le telefonate reagire e salvaguardare, per quanto possibile, l’informazione dalle pressioni indebite. Ma siccome al telefono si ricevono anche notizie, e siccome i politici non hanno sempre ed esclusivamente torto, un giornalista che condivida, in qualche caso, il punto di vista del suo interlocutore, e come Minzolini lo faccia esplicitamente, anche nel caso si tratti del presidente del Consiglio, non è detto che faccia necessariamente qualcosa di male.

Diversi sono i casi di Masi e Innocenzi. In qualche modo, e con opposti atteggiamenti, stando sempre al riassunto delle intercettazioni, sarebbero stati coinvolti nella cancellazione per il periodo elettorale del programma di Michele Santoro «Anno Zero», che si è tirata dietro la sospensione di tutti i più importanti spazi di approfondimento, da «Porta a porta» a «Ballarò» a «In mezz’ora». In questo caso sembra che, mentre il membro dell’Agcom Innocenzi (a lungo dipendente delle emittenti Mediaset prima di approdare a Forza Italia) si adoperava, non solo per favorire, ma per suggerire una via per ghigliottinare il conduttore sgradito al premier, il direttore generale Masi a modo suo resisteva. E si sarebbe piegato solo dopo il silenzio imposto ai talk-show della Rai dalla Commissione parlamentare di vigilanza, e seguito dal regolamento dell’Autorità - peraltro sospeso ieri mattina dal Tar - che lo estendeva anche alle reti tv private. Ma con la collaborazione di uno, o con l’opposizione dell’altro dei due altissimi funzionari, alla fine l’effetto è stato lo stesso: e Berlusconi, anche se non gli spettava, l’ha avuta vinta sul terreno - la politica in tv - su cui da sempre è più sensibile.

Accanto a questa ricostruzione, per forza di cose frammentaria e meritevole di approfondimenti - per accertare, almeno, se Innocenzi debba rispondere di esser venuto meno ai doveri di imparzialità connessi al suo incarico di membro di un’Autorità indipendente - c’è un altro interrogativo che aspetta risposte. Come si sa, l’inchiesta che ha portato alla scoperta di tutto è partita da Trani, in Puglia. Le indagini riguardavano un giro di usura basato su carte di credito irregolari. Alcuni degli indagati avrebbero minacciato di rivolgersi all’Agcom e alla Rai come consumatori truffati, millantando amicizie che potevano procurargli assistenza da parte dell’Autorità e attenzione giornalistica da parte del Tg1.

Un magistrato che decida di conseguenza di mettere sotto controllo uno (solo uno?) dei membri dell’Agcom dovrebbe sapere che quell’organo non si occupa di protezione dei consumatori. Se non lo sa, appena scopre che ha sbagliato indirizzo, dovrebbe chiudere le intercettazioni. Lo stesso vale per il direttore del Tg1, che tra l’altro sulla storia delle carte di credito ha anche mandato in onda un servizio.

Invece il magistrato rimane in ascolto. E quando si accorge che al telefono dei suoi intercettati c’è Berlusconi, moltiplica le sue attenzioni, anche se è chiaro che né lui né gli altri due c’entrano niente con la storia della truffa. Per questa strada - una via obliqua - s’è arrivati a rivelare le pressioni del premier sull’informazione Rai. Ma - va detto - difficilmente si potrà arrivare fino in fondo e conoscere tutta la gravità e i dettagli del caso, specie ora che è finito nel frullatore della campagna elettorale. Il magistrato che ha continuato a tendere il suo orecchio, pur sapendo che la vicenda non era di sua competenza, non ha dato grande prova di serietà. Anzi, magari senza capirlo - cosa che fa dubitare della sua intelligenza - ha contribuito ad accelerare la legge che vuole tagliare le intercettazioni. D’altra parte, se è così facile spiare il presidente del Consiglio (oggi Berlusconi, ma era successo anche a Prodi), non si troverà più tanto facilmente qualcuno contrario a limitarle. Così, giorno dopo giorno, cresce la confusione e la sensazione è che anche i diritti più elementari e le libertà indispensabili siano messi a rischio. L’Italia sta diventando un Paese senza il senso del limite.


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