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POLONIA. Oggi, 19 aprile, ricorre il sessantasettesimo anniversario dell’inizio della rivolta nel ghetto di Varsavia...

VARSAVIA: MAREK EDELMAN, UN EBREO FUORI DAL GHETTO A TESTA ALTA. Il ricordo di Gad Lerner - a cura di Federico La Sala

Parte della prefazione di Gad Lerner al libro-intervista curato da Hanna Krall, "Arrivare prima del Signore Iddio" (La Giuntina)
lunedì 19 aprile 2010 di Federico La Sala
(...) Nel maggio del 2008, quando andai a intervistarlo nel modesto villino di Lodz insieme al mio primogenito Giuseppe, lo trovai alle undici del mattino seduto in cucina che fumava sorseggiando vodka (...) Gli chiesi il perché dell’ostinazione con cui era rimasto a fare il guardiano delle tombe del suo popolo. «Perché qualcuno provi dispiacere quando lo guardo negli occhi. Voglio dispiacere a quelli che sono contenti che gli ebrei siano morti in Polonia. Hanno vergogna di guardarmi negli (...)

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> VARSAVIA: MAREK EDELMAN --- Il ghetto di Varsavia lotta. Tradotto il resoconto scritto subito dopo la guerra dal vice comandante degli insorti Marek Edelman (di Marco Belpoliti)

lunedì 30 aprile 2012

Varsavia 1943 la rivolta del Ghetto minuto per minuto

Tradotto il resoconto scritto subito dopo la guerra dal vice comandante degli insorti Marek Edelman

di Marco Belpoliti (La Stampa, 30.04.2012)

Morto tre anni fa Marek Edelman nacque il 1o gennaio 1920 a Varsavia, dove è morto il 2 ottobre 2009. Dopo avere militato giovanissimo nella Unione generale dei lavoratori ebrei, con l’occupazione della Polonia da parte dei nazisti divenne comandante in seconda (numero uno era Mordechaj Anielewicz) della Zob, l’Organizzazione ebraica di combattimento

Dieci maggio 1943, ore 10 del mattino, in via Prosta, angolo via Twarda, a Varsavia, si aprono i tombini ed esce, armi in pugno, un manipolo di ebrei. Sono i sopravvissuti della Zob, la formazione armata della resistenza, che hanno ingaggiato con i tedeschi un violento conflitto armato durato quasi un mese, dal 19 aprile, e che ora, dopo aver attraversato carponi le fogne della città, immersi nel fango e nella melma, sbucano all’aperto, fuori dal Ghetto e salgono su un camion e s’allontanano. Il Ghetto brucia implacabilmente mentre gli ultimi due gruppi di combattenti resistono fino a metà giugno. Le truppe tedesche radono al suolo le case e uccidono tutti i sopravissuti. L’insurrezione del Ghetto ha mostrato a tutto il mondo che le vittoriose armate hitleriane non sono affatto tali, e che alcune centinaia di uomini possono tenere in scacco l’esercito tedesco e infliggergli consistenti perdite.

La storia di questo episodio, diventato uno dei simboli della Seconda Guerra mondiale, è raccontata, subito dopo la fine del conflitto, in un piccolo libro redatto dal vicecomandante degli insorti, Marek Edelman: Il ghetto di Varsavia lotta, uscito in Polonia nel 1946 e ora tradotto, a cura di W. Goldkorn, dalla Giuntina (pp. 113, € 12), una delle prime testimonianze sulla deportazione e lo sterminio ebraico. Come ricorda nella sua prefazione, un vero e proprio racconto sul racconto, Wlodeck Goldkorn, quando il ventiseienne resistente ebreo polacco pubblica in patria il suo resoconto non esiste neppure la parola Shoah o Olocausto, e il tema dello sterminio non ha ancora trovato i suoi studiosi e le stesse testimonianze sull’evento sono appena agli inizi. Un altro ventenne, Primo Levi, pubblicherà un anno dopo, nel 1947, il suo resoconto della deportazione ad Auschwitz-Monowitz.

Lo stile di Edelman è secco, cadenzato; il racconto, ricco di dettagli, è intessuto di orgoglio ed eroismo. La scelta del tempo presente quale tempo della narrazione mostra come Edelman, figura leggendaria della storia polacca del XX secolo, viva fino in fondo l’attualità perenne di quelle vicende, ed esprima la volontà di perpetuarne la memoria in modo attivo. Il susseguirsi dei fatti è scandito quasi minuto per minuto; lo sguardo del narratore cronachista medievale, essenziale e puntuto - si sposta nei vari punti del Ghetto, entra nel bunker del comando in via Mila 18 (è appena ri-uscito in edizione italiana l’ampio romanzo di Leon Uris, ebreo americano, Mila 18, ed. Gallucci, pp. 868, 19,70, il primo racconto romanzato della vicenda, del 1961), poi sale nelle soffitte, entra nelle case, attraversa le strade; afferra nomi e cognomi dei resistenti, dei feriti, dei morti, per salvarne la memoria. Veloce e istantaneo possiede il ritmo di una cavalcata, con il susseguirsi di scontri a fuoco, azioni, storie minime e minute nel grande affresco del Ghetto, che è storia comune e insieme individuale.

Edelman aveva ben identificato già nel 1946 la tecnica con cui i tedeschi avevano irretito i Consigli ebraici su cui poi s’appunterà l’attenzione problematica di Hannah Arendt nel corso del processo di Eichmann a Gerusalemme, rivelando nel resoconto della lotta il collaborazionismo di una parte degli ebrei polacchi. Scrive: «L’istinto di autoconservazione porta la psiche umana a pensare che l’importante è salvare la propria pelle, anche a costo della vita altrui». La cosa terribile, spiega, è che nessuno, anche in presenza di testimonianze Edelman e i suoi compagni stampano giornali ciclostilati distribuiti ogni giorno -, crede che la deportazione sia la morte. La tecnica dei nazisti di dividere la popolazione in due schieramenti finisce col produrre una situazione in cui «degli ebrei porteranno altri ebrei verso la morte, pur di salvaguardare la propria vita». Parole che sono state a lungo ignorate sino a quando la Arendt, nel 1963 con La banalità del male, e poi Levi, nel 1986 con I sommersi e i salvati, hanno posto il problema della «zona grigia».

Il libro contiene inoltre una storia nella storia, quella che Goldkorn, cronista fedele di Edelman, ci racconta nell’introduzione. Il vicecomandante, eroe della resistenza, non solo verso i nazisti, ma anche contro il regime autoritario e oppressivo istituito dopo il 1945, arrestato, perseguitato fino alla caduta del regime comunista, è avvolto non solo dalla luce radiosa della lotta, ma anche da piccole ombre che Goldkorn racconta con grande delicatezza e precisione, e che finiscono col renderlo ancor più interessante e vero. Come la stessa storia della fuga dal Ghetto attraverso le fogne, con gli uomini lasciati indietro, il rifiuto di portare in salvo con sé le prostitute ebree che avevano accudito feriti e combattenti, con le versioni sempre mutevoli degli episodi.

Una storia politica, scrive il curatore, e perciò sempre in marcia assieme a noi, ma anche una storia umana dalle molte sfaccettature come quella di Wiera Gran, cantante di cabaret nel recinto chiuso di Varsavia, emblematica per quanto riguarda l’uso e la sostanza della memoria. Wiera la cui vita è raccontata da un bellissimo e inquietante libro della scrittrice polacca Agata Tusznska, Wiera Gran, l’accusata, appena tradotto per Einaudi (pp. 316, € 20) è una donna affascinante dalla voce meravigliosa che ammalia gli ascoltatori. Fuggita dal Ghetto, verrà inseguita tutta la vita dalla nomea di collaborazionista che le rovinerà la carriera in Israele e in Europa. Dopo aver cantato con Aznavour e Brel, Wiera, perseguitata dalle voci senza prove, finisce paranoica e folle a Parigi, dove muore nel 2007. Nessuno, neppure Edelman che sapeva, l’ha mai scagionata da quelle infamie. La memoria cambia, dice Goldkorn, e noi con lei. Per questo il suo esercizio, come ci aveva avvisati Levi, è complesso e incerto.


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