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PSICOANALISI. A TAORMINA, LA SPI A CONGRESSO

L’INCONSCIO, OGGI: FREUD, LA ’SFIDA’ DI POPPER-LYNKEUS, E L’INDICAZIONE DI ELVIO FACHINELLI. Note - a cura di Federico a Sala

Il XV Congresso della Società psicoanalitica Italiana (Spi) si apre oggi a Taormina sul caposaldo della psicoanalisi: l’Inconscio.
lunedì 3 maggio 2010 di Federico La Sala
(...) [Freud] nel 1932, ritorna ancora sull’opera dell’ingegnere, filantropo, e scrittore Josef Popper-Lynkeus (1838-1921), in particolare sulle “Fantasie di un realista”, libro pubblicato a Vienna nel 1899, contemporaneamente a L’interpretazione dei sogni! Freud vi aveva già riflettuto nel 1909 e nel 1923, ma ora - nel decimo anniversario della sua morte e in coincidenza con la riflessione sul “Perché la guerra?” - vi torna di nuovo su e scrive il breve testo, (...)

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> L’INCONSCIO, OGGI : FREUD ---- IL LUNGO VIAGGIO DI FREUD NELLE PROVINCE PSICHICHE. INTERV. AD ANDRE’ GREEN (di F.ca Borrelli) - QUANDO I NOSTRI PENSIERI DIVENTANO CORPI E AZIONI (di Fernando Riolo).

venerdì 28 maggio 2010

INTERVISTA

André Green parla del ruolo degli affetti

Il lungo viaggio di Freud nelle province psichiche

di Francesca Borrelli (il manifesto, 27.05.2010)

Quando ha scritto di sé nel volume tradotto da Borla nel ’95 con il titolo Uno psicoanalista impegnato André Green ha attribuito il suo gusto per l’indipendenza al fatto di essere un immigrato: arrivò infatti a Parigi dal Cairo sul secondo battello che collegava l’Egitto all’Europa, nel 1946, e proprio in virtù del suo sradicamento gli fu agevole guardare a quelli che sarebbero stati i suoi maestri da una distanza critica che ne ha fatto uno tra i maggiori interpreti del pensiero psicoanalitico contemporaneo.

Agli esordi della sua carriera, la duplice passione per la filosofia e per le scienze biologiche lo spinse verso la psichiatria, che esercitò durante l’ internato al famoso ospedale Sainte-Anne: erano i primi anni ’50, anni ricordati come «straordinari» per la fecondità delle persone provenienti da diverse discipline che si incrociavano in quell’ospedale; intanto, venivano scoperti i neurolettici e il dibattito tra gli organicisti e i sostenitori delle cause morali della follia animava opposte fazioni di ricercatori.

Della lunga parabola percorsa da Green fa parte l’incontro burrascoso con Lacan, il fascino esercitato dai suoi seminari e poi la diffidenza causata dal fatto che ogni esperienza emotiva sembrava esiliata dalle teorizzazioni dell’estroso psicanalista, una diffidenza approdata al rifiuto di seguirlo nella scissione che aveva portato alla nascita della Società francese di psicoanalisi. Gli affetti avevano invece un ruolo di primo piano negli scritti dei due inglesi che più influenzarono Green - Winnicott e Bion - di cui ancora oggi parla con devozione.

Ma l’autore dal quale lo psicoanalista francese riconosce di essere stato più influenzato nel corso di tutta la sua esistenza resta Shakespeare, che ha esercitato su di lui - dice - «un ruolo di analista», ossia un contatto privilegiato con il suo incoscio. Proprio di Amleto è tornato a parlare alla biblioteca Delfini di Modena, dove ha incontrato il semiologo Paolo Fabbri e prima ancora ha risposto alle domande che seguono.

-  Il tema del prossimo congresso della società psicoanalitica italiana riporta in primo piano l’inconscio, tema quanto mai generico, sul quale sarebbe utile una messa a fuoco.

C’è in effetti un certo misconoscimento dell’incoscio, da parte degli stessi psicoanalisti, che usano il termine in una accezione volgarizzata, senza preoccuparsi della distinzione introdotta in questo concetto da Freud dopo il 1920, ossia dopo la stesura di Al di là del principio di piacere. Due anni più tardi, infatti, inaugurerà il concetto di Es: «un pronome impersonale - scrive - che sembra particolarmente adatto a esprimere il carattere precipuo di questa provincia psichica, la sua estraneità all’Io». Sorprendentemente, molti psicoanalisti sostengono che tra le formulazione dell’inconscio e quelle dell’Es non c’è praticamente differenza, perché le parole impiegate sarebbero più o meno le stesse: una lettura rapida, questa, dunque falsante. Infatti, bisognerebbe intanto notare che Freud non riprende più il concetto di rappresentazione, lo lascia cadere, non lo fa rientrare nelle sue definizioni dell’Es. La psicoanalisi era cominciata con l’interpretazione dei sogni, che è appunto un sistema di rappresentazioni, ma poi, - mentre avanza nelle sue teorizzazioni - Freud critica i postulati più antichi, e si ritrova obbligato a accordare agli affetti un ruolo molto più importante di quello che aveva previsto. Già nel 1914, in un articolo titolato «Ricordare, ripetere e rielaborare», aveva sottolineato elementi che la sua prima organizzazione dell’apparato psichico - quella in cui aveva distinto l’inconscio, il preconscio e il conscio - non era stata in grado di abbordare. Ora, quando descrive ciò che si svolge nel setting analitico, dice che il paziente «ripete invece di ricordare». Ossia, piuttosto che fare riaffiorare alla memoria quanto aveva dimenticato o rimosso, lo traduce in azione: e questo passaggio all’atto a sua volta mostra «le sue inibizioni, i suoi atteggiamenti inservibili, i tratti patologici del suo carattere». È questo il cambiamento a partire dal quale Freud esprime le sue critiche verso l’inconscio, rendendosi conto di avere accordato troppa attenzione alle percezioni e alle rappresentazioni, e non abbastanza agli affetti e alle emozioni.

-  Lei ha riconosciuto a Lacan il merito di avere riportato all’attenzione degli psicoanalisti, che lo avevano dimenticato, il ruolo del desiderio, recuperandolo dalla tradizione filosofica...

L’ho scritto sì, ma in un contesto in cui la psicoanalisi ufficiale mostrava la sua decadenza e dunque Lacan sembrava avere il ruolo di chi raddrizza la rotta. Ma c’è un Green degli esordi, uno di mezzo, e uno della fine. Perciò, più tardi dirò che né la psicosi né tutte le patologie che esorbitano le nevrosi hanno a che vedere con problemi che investono la sfera del desiderio. Lacan non ha mai voluto sentire parlare di questo, tutto ciò che lui non aveva teorizzato semplicemente non esisteva: era un uomo molto intellegente ma disonesto. Una o due volte ha citato Winnicott ma non ha mai riflettuto sulle articolazioni dei suoi concetti, né ha mai preso in considerazione Bion, analisti che per me - invece - hanno avuto una importanza capitale. Lacan parlava davanti a un pubblico acquisito, che prendeva appunti ai suoi seminari senza capirne nulla, lo dico perché ne ho avuto alcune testimonianze.

-  Come interpreta la diffusione così capillare della depressione nella società contemporanea?

È vero che la si incontra più spesso, ma bisogna prestare attenzione a alcune distinzioni necessarie: la depressione è una dimensione dell’esistenza prima ancora di essere una malattia. Non è corretto parlare di depressione, per esempio, quando si tratta della perdita di una persona cara, perché il lutto fa parte della vita. Da una parte gli psichiatri hanno fatto progressi, ma dall’altra si è arrivati a mio avviso a una dissoluzione del concetto di depressione, nella quale va a finire di tutto, dal surmenage alle questioni genetiche, che di certo non spiegano nulla. La depressione resta un enigma, un immenso problema sul quale bisogna ancora molto lavorare.

-  Lei ha scritto che la parola psicoanalitica scioglie dal lutto il linguaggio. Cosa intendeva dire?

Quando il linguaggio normale, quello della comunicazione, procede verso un movimento luttuoso, ossia si impoverisce affettivamente, la parola psicoanalitica finisce per ritrovare una certa vitalità che permette agli affetti più antichi di recuperare la loro carica spenta. E così anche il linguaggio esce dal lutto.


-  L’inconscio ALLO SPECCHIO
-  QUANDO I NOSTRI PENSIERI DIVENTANO CORPI E AZIONI

-  di Fernando Riolo *

Anticipiamo lo stralcio introduttivo di una tra le relazioni principali del XV congresso nazionale, che riunirà la Società psicoanalitica italiana da oggi a Taormina. Tra gli obiettivi degli eredi di Freud, quello di leggere e interpretare le forme più recenti con cui si manifesta il disagio psichico *

Una teoria scientifica, diceva Karl Popper, funziona come un faro: mette in luce le cose che descrive e che senza di essa non avremmo mai visto; ovvero ci consente di vedere quelle dimensioni sottostanti alle cose, che pur essendo determinanti per la loro realtà, non sono osservabili perché non possono essere viste. L’inconscio è un esempio di una realtà che essendo all’origine della coscienza non può essere cosciente: lo vediamo solo dai suoi effetti sulla coscienza e attraverso il filtro della teoria. La teoria è dunque strumento essenziale per l’osservazione. Non avanziamo di un passo se una teoria non ci conduce.

L’indagine sulla genesi inconscia dei contenuti della coscienza fu resa possibile dalla teoria di Freud e questa sta a fondamento del nostro metodo clinico. La legittimità di questo metodo si basa sul presupposto che l’inconscio, in sé irrappresentabile e ineffabile (a-phané), continuamente irrompe nel territorio della rappresentazione con le sue manifestazioni, le sue fanìe ; e attraverso queste diviene suscettibile di essere indagato e di pervenire alla «effabilità». Ne consegue che l’inconscio che possiamo indagare è prevalentemente, anche se non esclusivamente, un inconscio rappresentazionale, le cui forme sono - nei termini di Freud - Vorstellungen, Darstellungen, Entstellungen: idee, figurazioni, de-formazioni.

Ma il limite fin dove queste espressioni ci assistono è continuamente travalicato dal confronto con i fenomeni drammatici e incomprensibili con i quali ci cimentano i nostri pazienti di oggi e la cultura del nostro tempo; fenomeni che sconfinano in un territorio che è al di là della rappresentazione. Io penso che i modi in cui questo territorio si declina nel suo rapporto con lo psichico, costituiscano per la psicoanalisi una sfida cui siamo chiamati a rispondere: l’ho chiamata la sfida della rappresentabilità. Cercherò di inoltrarmi oggi nell’esplorazione di quel territorio, tramite una storiella da me inventata.

Sir Wilfred si avvicinò alla finestra e aprì la busta. Ne estrasse un rullino fotografico. Iniziò a srotolarlo: strano, l’immagine impressa era sempre la stessa. Osservando meglio vide che i fotogrammi rappresentavano la traiettoria di un proiettile; la traiettoria lo colpì, perché la curva si impennava rapidamente in un’iperbole, quasi a voler uscire dalla pellicola. Questa osservazione gli suscitò una certa inquietudine: che significa? È un messaggio cifrato? Una minaccia? Si rammentò che in alcuni paesi del Sud la malavita usava inviare alla vittima predestinata un proiettile come avvertimento. Ma qui non siamo nel Sud pensò; e poi la fotografia di un proiettile non è un proiettile. La distinzione gli era familiare per via dei suoi studi di logica; sapeva bene la differenza che c’è tra una cosa e la rappresentazione di una cosa. Dopo tutto non c’era proprio lì davanti a lui, sulla parete, quella famosa riproduzione di una pipa con su scritto «Cette pipe n’est pas une pipe»? Sorrise della propria ingenuità: un’immagine alla fine non ha mai ucciso nessuno. Ma non potè completare quel pensiero, perché nello stesso momento srotolò l’ultimo fotogramma e si accasciò fulminato sul pavimento con un forellino rosso sulla tempia. Il proiettile aveva bucato la rappresentazione. «L’inconscio si rivela dallo scontro - dice una paziente - come le particelle della materia: le vediamo solo facendole scontrare; sono gli urti che le fanno essere.»

Un’analisi è continuamente colpita da particelle che attraversano il tessuto della rappresentazione rischiando di lacerarlo. Ciò che sembrano essere parole, immagini, o sogni, possono rivelarsi proiettili e, a dispetto della loro apparente appartenenza al campo del pensiero, possedere la qualità di «cose».

Di correre questo rischio non possiamo d’altronde fare a meno, poiché alla fine una rappresentazione ci serve perché rinvia alla cosa; e questa deve essere in qualche modo presente se deve essere analizzata. Come sappiamo da Freud, niente può essere trasformato in absentia o in effigie. Ma nemmeno, direi, in absentia di effigie: poiché è la rappresentazione che possiede il significato della cosa per noi; e grazie a questo consente la contemporanea trasformazione di entrambe. Dovremmo perciò riuscire a mettere insieme le rappresentazioni e le cose.

Non si tratta di un problema nuovo. Già Freud, negli Studi sull’isteria, aveva parlato di esperienze e affetti che non sono mai stati formulati in pensieri e per i quali si dà una possibilità d’esistenza solo virtuale; sicché per essi «la terapia consisterebbe nel completamento di un atto psichico precedentemente incompiuto». Freud anticipava qui quello che sarà per l’analisi un nuovo compito: non solo il recupero dei pensieri rimossi, ma il recupero di quegli atti psichici che non sono mai divenuti pensieri: impulsi emotivi, esperienze e affetti non riconosciuti e non rappresentati; e tuttavia psichicamente influenti. E poiché non si esprimono in forma di pensieri, si ripresentano in forma di sensazioni e azioni.

Un ruolo cruciale svolge in questo processo il meccanismo del «rigetto» (Verwerfung), che Freud distinse nettamente dal meccanismo della rimozione: «Esiste una forma di difesa, più energica ed efficace (della rimozione), che consiste nel fatto che l’Io rigetta l’idea incompatibile unitamente al suo affetto e si comporta come se all’Io non fosse mai pervenuta». Per cui il soggetto giunge a un completo rimodellamento del proprio mondo interno e esterno: da un lato il mondo interiore è svuotato dei suoi contenuti, affetti e significati; dall’altro viene creato un nuovo mondo esteriore esente dal conflitto e costruito unicamente in base ai moti di desiderio che la precedente realtà impediva.

Un esempio di questo processo è la realizzazione, nell’anoressia, di un corpo superiore, perfetto, espressione del rigetto della propria effettiva realtà e della contemporanea creazione allucinatoria di un presunto mondo ideale, di cui il corpo superiore è l’incarnazione e l’immagine. La semplice corrispondenza di questa immagine a modelli estetici e culturali diffusi non dovrebbe perciò trarci in inganno. Pure se, a ben vedere, anche quei modelli estetici condividono il medesimo carattere di realizzazioni allucinatorie collettive. In questo senso, il meccanismo del rigetto sarebbe l’operatore privilegiato di una Kultur caratterizzata dalla produzione normalizzata di realtà illusionali e dalla ricerca esasperata di esperienze emozionali e sensoriali, quali modi d’azione finalizzati all’evitamento del riconoscimento di sé e dei limiti di sé.

La portata e le conseguenze del rigetto sono pertanto molto diverse da quelle della rimozione. Qui non si tratta del mancato avvento di determinati contenuti psichici alla coscienza; bensì della loro «abolizione» quali contenuti psichici e della loro sostituzione con oggetti reali: i pensieri diventano corpi, azioni, «cose». In altre parole, in quanto comporta l’evacuazione della realtà interna in quella esterna, il rigetto sfocia in un collasso del mentale nel reale - un processo che è destinato comunque a fallire il suo scopo: poiché, come diceva Freud, ciò che è stato abolito dentro di noi, continuamente a noi dal di fuori ritorna. (...)

* il manifesto, 27.05.2010


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