Poster un message

En réponse à :
EBRAISMO E DEMOCRAZIA. PER LA PACE E PER IL DIALOGO, QUELLO VERO, PER "NEGARE A HITLER LA VITTORIA POSTUMA" (Emil L. Fackenheim, "Tiqqun. Riparare il mondo")

ISRAELE E IL NODO ANCORA NON SCIOLTO DI ADOLF EICHMANN. FARE CHIAREZZA : RESTITUIRE L’ONORE A KANT E RICONCILIARSI CON FREUD. Alcune note - di Federico La Sala

A EMIL L. FACKENHEIM. (...) il merito di aver ri-proposto la domanda decisiva : “come fu possibile la hitlerizzazione dell’Imperativo Categorico di Kant ? E perché è ancora attuale oggi ?”
samedi 2 août 2014
[...] La prima volta che Eichmann mostrò di rendersi vagamente conto che il suo caso era un po’ diverso da quello del soldato che esegue ordini criminosi per natura e per intenti, fu durante l’istruttoria, quando improvvisamente dichiarò con gran foga di aver sempre vissuto secondo i principî dell’etica kantiana, e in particolare conformemente a una definizione kantiana del dovere.
L’affermazione era veramente enorme, e anche incomprensibile, poiché l’etica di Kant si fonda soprattutto (...)

En réponse à :

> ISRAELE E IL NODO ANCORA NON SCIOLTO DI ADOLF EICHMANN. --- Ebrei a Destra un labirinto. Nessi impensabili a livello ideologico ci fu chi ipotizzò un patto con Hitler (di Paolo Mieli)

mardi 17 février 2015

Ebrei a Destra un labirinto

Nessi impensabili a livello ideologico ci fu chi ipotizzò un patto con Hitler

di Paolo Mieli (Corriere della Sera, 17.02.2015)

Da qualche anno il rapporto tra il mondo ebraico e la destra politica europea è finito all’attenzione degli storici. Nei decenni successivi alla Seconda guerra mondiale, eccezion fatta per qualche studioso americano, in pochi avevano approfondito questa relazione, soprattutto perché, indagando su di essa, si sarebbe dovuto indagare su nessi che coinvolgevano il fascismo e, perfino, il nazismo. Di destra ed ebrei si era cominciato a parlare nella seconda metà degli anni Settanta, ai tempi della vittoria in Israele di Menachem Begin con il Likud.

Fu in quel momento (1977) che venne « riscoperta » la figura del leader del revisionismo sionista Vladimir Ze’ev Jabotinsky. Ed è alle personalità, peraltro tra loro assai diverse, di questa particolarissima sensibilità per la destra del mondo israelitico che è dedicato l’interessante libro di Vincenzo Pinto, In nome della Patria. Ebrei e cultura di destra nel Novecento , di imminente pubblicazione per Le Lettere. Fin qui, scrive Pinto, la cultura di sinistra ha finito per rileggere la storia degli ebrei sotto la categoria della persecuzione antisemita (« geneticamente » di destra). Le figure conservatrici del mondo ebraico « sono state relegate ai margini della storia », come ingenui rappresentanti di un’utopia, « quella di essere parte integrante del proprio Paese ospitante, di poter realizzare il sogno della diversità senza l’assimilazione ».

C’è stato, però, dell’altro. L’ebreo di destra, scrive Pinto, è culturalmente « figlio legittimo della tradizione ma figlio “adottivo” della modernità tecnologica e spirituale ». La « destra ebraica », ha osservato lo studioso israeliano Ezra Mendelsohn, è molto più difficile da definire rispetto alla sinistra ; se i partiti ebraici progressisti erano orgogliosi di affermare la loro « simpatia ideologica per la sinistra generale europea », i loro oppositori « erano alquanto restii ad ammettere qualsiasi affinità con la “destra generale europea” che, nel periodo interbellico, era spesso sinonimo di fascismo (e, naturalmente, di antisemitismo) ». Ciò nonostante, prosegue Mendelsohn, se definiamo la destra come « la formazione di un campo politico fieramente opposto al socialismo » nonché « conservatore nella sua idea di come dovrebbe organizzarsi la società ebraica », allora diventa possibile identificare una destra israelitica già nella stagione tra le due guerre mondiali.

La caratteristica unificante, nel corso degli anni Venti e Trenta, era « l’enfasi tenace sull’assoluta necessità dell’unità ebraica e, di conseguenza, la profonda ostilità verso tutti i movimenti politici che predicavano l’idea di guerra di classe o persino la divisione di classe nel mondo ebraico ». Uno dei termini preferiti nel dizionario politico della destra secolare, ricorda Mendelsohn, era quello di monismo ( hadnes in ebraico ; una bandiera), « che implicava la supremazia dell’unità nazionale, valore tradizionale ebraico, sulla divisione sociale ». La sinistra definì assai pericolosa questa enfasi sull’« unicità » ebraica. Così la destra israelitica fu subito criticata per aver « importato nel mondo israelitico pericolose idee “straniere” che ponevano falsamente un ebreo contro l’altro e perciò facevano il gioco del nemico comune : l’antisemitismo ».

Pinto bolla come « discutibili » queste tesi. Ma riconosce a Mendelsohn il merito di aver impostato correttamente la questione. Rimproverandogli, però, di aver teso a « liquidare la destra ebraica moderna (non sionista) come irrilevante nella diatriba tra secolarismi e religiosi », e di aver dimenticato « che, lungo tutto il Novecento, vi furono non pochi ebrei di destra sostenitori di altre forme di nazionalismo conservatore ».

Grande protagonista di questo libro è il già citato Jabotinsky, definito da Pinto « il re senza corona ». Nato a Odessa nel 1880, giornalista, agitatore politico, scrittore, ufficiale dell’esercito, e perfino assicuratore, ha segnato « in maniera indelebile il discorso politico sionista e israeliano nei primi decenni del Novecento » ed è considerato « una delle personalità ebraiche più affascinanti ma, al contempo, contraddittorie del secolo passato ». Fu il primo a teorizzare, durante un pogrom nel 1903, l’autodifesa ebraica. Autodifesa che Jabotinsky avrebbe esportato a Gerusalemme all’inizio degli anni Venti. È stato il padre, si è detto, del « revisionismo sionista », ma morì di un attacco cardiaco a New York nell’agosto del 1940 prima di conoscere il volto atroce della Shoah, ma anche prima di aver potuto vedere realizzato il sogno di uno Stato di Israele .

Figura ben diversa è quella del banchiere ebreo torinese Ettore Ovazza, considerato da Pinto « un personaggio quasi romanzesco per la sua ingenua e fideistica adesione al fascismo » o, piuttosto, « un personaggio tragico, accecato dal proprio amor patrio a tal punto da non scorgere il nodo del destino sempre più stretto intorno al collo proprio e dei propri cari ». Ovazza - al quale si è già dedicato Alexander Stille nel libro Uno su mille (Mondadori) - rimarrà fascista fino alla fine, accettando la legislazione antiebraica, respingendo l’opportunità di emigrare e trovando una tragica morte, per mano delle SS il 9 ottobre del 1943, nei pressi del confine svizzero. Il suo amore per il fascismo mussoliniano può anche essere letto, secondo Pinto, « come un tentativo di trovare una dimensione estetica nuova e alternativa al sentimentalismo borghese, chiuso in se stesso, incapace di riunire armonicamente spirito e materia ». Anche se la visione spirituale dell’ebraismo e del fascismo di Ovazza « si è scontrata con una visione e una realtà materiali che avevano preso il sopravvento » ; dappertutto ormai in Europa « si considerava l’ebreo come il materialista per eccellenza, come il distruttore dell’idillio e di tutte le barriere, non come il difensore di un ideale di giustizia messianica o come parte integrante della civiltà occidentale » .

Un caso più complicato è quello di Isaac Kadmi-Cohen (1892-1944) , ebreo polacco, che mise radici in Francia. « Ebreo di sinistra nello scacchiere politico francese, ma di destra in quello sionista internazionale », scrive di lui Pinto, Kadmi-Cohen « ha cercato disperatamente di mutare le sorti del suo popolo e di salvarlo dalla tempesta antisemita » battendosi per la nascita di uno Stato mediorientale che fosse « la casa di tutti i popoli semiti ». Kadmi-Cohen concepisce un semitismo come modo di essere alternativo all’arianesimo, e il suo progetto pansemita è alternativo allo « spirito del ghetto ». Di più. Per lui « la vera minaccia dell’Occidente non è la barbarie comunista oppure l’Oriente vicino ed estremo... e non è nemmeno più una questione di contrapposizione interna al continente ». Il vero nemico è rappresentato dall’America (cioè gli Stati Uniti) e, più in particolare, da quel materialismo di cui è emblema una semplice banconota : il dollaro ». L’identificazione del « nemico americano » produce un ambizioso progetto di federazione degli Stati europei, la cui prima tappa dovrebbe essere nella costituzione di un asse politico tra Parigi e Berlino, « che ponga fine ai vecchi conflitti ».

Tale progetto va in frantumi tra il 1939 e il 1940 con l’invasione nazista della Polonia e lo scoppio della Seconda guerra mondiale. E, quando le croci uncinate invadono la Francia, Kadmi-Cohen punta addirittura ad una trattativa con il governo di Vichy per una « espulsione di massa » che favorisca la creazione di uno Stato ebraico e che salvi gli ebrei dal genocidio hitleriano. Ai suoi occhi il nazismo non rappresentava una maledizione politica o religiosa, bensì « una possibilità per porre fine all’apolidismo diasporico ». Teorie che non gli eviteranno una morte atroce nel campo di sterminio di Gleiwitz. Ma che gli varranno l’imbarazzante stima di antisemiti come il visconte Léon de Poncins o di negazionisti come Paul Rassinier. Ma la sua storia in un certo senso non finisce con la morte a Gleiwitz.

Suo figlio Jean-François Steiner (dal cognome del patrigno, anche lui ebreo) pubblica nel 1966 un romanzo a tesi intitolato Treblinka (pubblicato in Italia da Mondadori). Treblinka narra la storia della rivolta ebraica nel Lager nazista « cercando da un lato di mettere in evidenza i meccanismi psicologici, tecnologici e morali utilizzati dai carnefici (i “tecnici”) per piegare la volontà delle vittime e dall’altro lato mostrando le profonde contraddizioni insite nel popolo ebraico e, in particolare, il dilemma tra salvezza fisica e salvezza morale ». Secondo Pinto, all’autore premeva « dimostrare che la retorica martirologica della resistenza non rappresentava che una prosecuzione del vecchio “spirito del ghetto” tanto criticato dal padre ». Voleva altresì porre domande assai scomode sulla « scarsa resistenza ebraica alla deportazione » e persino sulla « collaborazione delle classi dirigenti » israelitiche con i persecutori del loro popolo.

 Una storia a sé è quella del lituano Joseph G. Klausner (1874-1958), prozio di Amos Oz, che di lui ha scritto in Una storia di amore e di tenebra (Feltrinelli). La sua opera « ha rappresentato la realizzazione di una particolare sintesi fra la cultura umanistica occidentale e la tradizione ebraica orientale », là dove Klausner provò a recuperare « le migliori aspirazioni libertarie dei suoi correligionari illuministi occidentali (tedeschi, in particolar modo) », per innestarle sull’albero « sano » della tradizione religiosa orientale.

Più imbarazzante il caso di Abba Achimeir o Gaissinovic (1897-1962), « lettore e interprete » di Oswald Spengler, ammiratore di Benito Mussolini che definì come l’autentico erede di Mazzini e di Garibaldi, oltreché estimatore del generale polacco Józef Pilsudski. Restano celebri le sue « cronache di un fascista » scritte nel 1928 sul giornale revisionista « Doar Hayom ». Nel ’29 fonda, con il poeta Uri Zvi Greenberg e lo scrittore Yehoshua Yevin, l’associazione segreta « Brit Ha’Birionim » (Patto dei briganti), ispirata agli zeloti d’epoca romana nell’intento di combattere gli inglesi, gli arabi, ma anche gli « ebrei moderati o disfattisti ». Nel 1933 Achimeir fu arrestato con l’accusa di istigazione all’assassinio di Chaim Arlosoroff, esponente di punta del sionismo in Palestina, ritenuto uno dei principali artefici di un accordo commerciale con la Germania nazista.

Ancora più complicato il caso del tedesco Hans-Joachim Schoeps (1909-1980), che nel 1930, in uno scritto dal titolo « Gioventù e nazionalsocialismo », fu in grado di prefigurare la vittoria nazista e nel 1932 venne all’attenzione - in parte benevola - del celeberrimo studioso di misticismo ebraico Gershom Scholem. Negli anni tra il 1933 e il 1934, Schoeps diede vita ad un bollettino, « Der Vortrupp », sorretto da un’omonima casa editrice, vagheggiò un incontro tra ebraismo e nazismo e cercò di costituire un fronte ebraico in grado di ottenere il riconoscimento da parte del governo hitleriano. Tutto era basato su un progetto di « epurazione » interna dell’ebraismo tedesco. Tale progetto, ricorda Pinto, « fu espresso in un memoriale che conteneva l’idea di creare una corporazione ebraica che separasse gli elementi ebraici insani (i sionisti e gli ebrei orientali) da quelli sani (gli ebrei coscienziosamente tedeschi) ».

I nazisti non lo seguirono su questa strada, già nel ’35 esclusero gli ebrei dall’esercito e dalla marina e sciolsero tutte le associazioni ebraiche. Nel ’38 Schoeps riparò in Svezia, i suoi morirono nei campi di concentramento e lui poté tornare solo nel 1946 in Germania, dove insegnò all’università e approfondì il nesso tra ebraismo e prussianesimo che gli stava a cuore fin dai tempi della gioventù. Schoeps, scrive Pinto, non rinnegò mai il proprio passato politico (le proprie simpatie per la « rivoluzione conservatrice »), tanto da pubblicare nel 1970 la raccolta di scritti Bereit für Deutschland (Pronti per la Germania) come risposta alle accuse di esser stato un « nazista ebreo ». Tenne sempre a distinguere, prosegue Pinto, il suo particolare conservatorismo prussiano dal nazismo, esito di una « rivoluzione popolare » e razziale dettata dall’ hybris umana moderna. Il legame fra prussianesimo ed ebraismo « aveva radici storico-religiose, non razziali, l’eroica ostinazione prussiana contro l’auto-disgregazione aveva sconfitto l’infinità del paesaggio pianeggiante (a differenza della melanconia russa), come gli ebrei avevano fatto verso il deserto attraverso la parola del loro Signore sovrano ».

Jabotinsky è stato il leader della destra sionista negli anni che precedettero la costituzione dello Stato di Israele. Ovazza è stato uno dei maggiori rappresentanti della destra ebraica antisionista nell’Italia fascista. Kadmi-Cohen è stato il paladino di un semitismo ultra-rivoluzionario nella Francia della Seconda Repubblica. Klausner ha alimentato una visione organicistica della nazione ebraica tra la Russia tardo-zarista e la Palestina mandataria. Gaissinovic ha sostenuto una visione rivoluzionaria del sionismo. Schoeps ha pensato fosse possibile una rifondazione dialettica dell’ebreo tedesco durante il nazismo. Tutti questi personaggi, scrive Pinto, hanno creduto in una visione militante della cultura : lo spirito non deve « emancipare » gli ebrei dal giogo del capitalismo, ma renderli « partecipi consapevoli della modernità » .

Il loro comune avversario avrebbe dovuto essere l’Illuminismo, l’idea che l’ebraismo fosse semplicemente una « morale » universalizzabile e non più una religione nazionale, che gli ebrei fossero uomini come tutti gli altri. Liberalismo e comunismo erano ritenuti due facce della stessa medaglia : la distruzione dei legami spirituali e comunitari degli individui e la loro sottomissione ad una presunta etica universalistica e utilitaristica. L’antisemitismo era visto come l’altra faccia della modernità, come l’esito di logiche puramente materiali e della (fallita) assimilazione degli ebrei ai popoli ospitanti. Le loro furono esperienze tra loro molto diverse, ma che testimoniano una complessità di nessi in qualche caso imprevedibili. Addirittura insospettabili.


Quei personaggi che lottarono per il risveglio del loro popolo *

Esce domani in libreria il volume di Vincenzo Pinto In nome della Patria. Ebrei e cultura di destra nel Novecento , edito da Le Lettere (pagine 200, e 16,50) nella collana Biblioteca di « Nuova Storia Contemporanea » diretta da Francesco Perfetti. Uno su mille (Mondadori, 1991) è il titolo del saggio in cui Alexander Stille si è occupato anche del banchiere ebreo italiano Ettore Ovazza, un fervente fascista che venne ucciso dalle SS nell’ottobre del 1943. S’intitola Treblinka (traduzione di Luisa d’Alessandro e Giovanni Mariotti, Mondadori, 1967) il libro dedicato da Jean-François Steiner alla rivolta avvenuta nell’omonimo campo di sterminio. Lo scrittore israeliano Amos Oz parla del suo prozio Joseph G. Klausner, esponente della destra ebraica, nel romanzo Una storia di amore e di tenebra (traduzione di Elena Loewenthal, Feltrinelli, 2003)

* Corriere della Sera, 17.02.2015


Ce forum est modéré à priori : votre contribution n'apparaîtra qu'après avoir été validée par un administrateur du site.

Titre :

Texte de votre message :
(Pour créer des paragraphes, laissez simplement des lignes vides.)

Lien hypertexte (optionnel)
(Si votre message se réfère à un article publié sur le Web, ou à une page fournissant plus d'informations, veuillez indiquer ci-après le titre de la page et son adresse URL.)
Titre :

URL :

Qui êtes-vous ? (optionnel)
Votre nom (ou pseudonyme) :

Votre adresse email :