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EVANGELO E TEOLOGIA POLITICA DEL "MENTITORE". PER IL "RISCHIARAMENTO" ("AUFKLARUNG") NECESSARIO, CHE GIA’ DANTE SOLLECITAVA ...

KANT E SAN PAOLO. COME IL BUON GIUDIZIO ("SECUNDA PETRI") VIENE (E VENNE) RIDOTTO IN STATO DI MINORITA’ DAL GIUDIZIO FALSO E BUGIARDO ("SECUNDA PAULI"). Una pagina di Kant e una nota di Federico La Sala

sabato 18 gennaio 2014
Foto. Frontespizio dell’opera di Thomas Hobbes Leviatano.
[...] un medico, un giudice, o un uomo politico, può avere in capo molte belle regole patologiche, giuridiche o politiche, al punto da poter diventare egli stesso un profondo insegnante in proposito, e tuttavia cade facilmente in errore nell’applicazione di esse, o perché manca di capacità naturale di giudizio (...) o anche per il fatto che egli non è stato sufficientemente addestrato per questo giudizio, mediante esempi e pratica (...)

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> KANT E SAN PAOLO. --- E LA BARZELLETTA DELLE "CHIAVI" DI SAN PIETRO (di Piero Stefani - La porta e la chiave).

martedì 28 maggio 2013


La porta e la chiave

di Piero Stefani

in “Il pensiero della settimana”
-  (http://pierostefani.myblog.it/) n.434 del 25 maggio 2013

Se si consulta un dizionario dei simboli a proposito del termine «porta» si leggeranno, più o meno, queste parole: essa rappresenta il luogo di passaggio fra due stati, fra due mondi, fra il conosciuto e l’ignoto, tra la luce e le tenebre. La porta è un varco aperto sul mistero. Essa ha un valore dinamico e psicologico, in quanto non solo indica un passaggio ma si trasforma in invito a superarlo. Per questo può facilmente alludere anche a un viaggio verso l’aldilà. La porta è anche un simbolo ambivalente; è connessa a un entrare ma anche a un uscire, è aperta o è chiusa.

Quando la porta è intesa in modo dinamico si pensa all’atto di aprire o di chiudere. Allora pare spontaneo immaginare che essa si incontri con un altro simbolo, quello della chiave.

All’interno degli scritti neotestamentari si assiste, però, a una specie di dissociazione tra l’immagine della porta e quella della chiave; nella massima parte dei casi quando c’è l’una non vi è, almeno in modo esplicito, l’altra.

Avviene così, per esempio, nell’Apocalisse. Nella prima visione, colui che è «simile a un Figlio dell’uomo» (Ap 1,13) si presenta dicendo: «Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo, e il Vivente. Ero morto, ma ora vivo per sempre e ho le chiavi della morte e degli inferi» (Ap. 1,18; cf. Ap 9,1; 20,1). La porta resta sottintesa.

Nella successiva sessione delle sette lettere indirizzata alle sette Chiese, nel caso della missiva inviata all’angelo della Chiesa di Filadelfia, si legge: «Così parla il Santo, il Veritiero, colui che ha la chiave di Davide; quando egli apre nessuno chiude e quando chiude nessuno apre» (Ap 3,7). Il sottotesto biblico qui coinvolto (Is 22,22) chiarisce che la chiave è simbolo dell’autorità dell’amministratore che regola l’accesso al re.

La chiave, lo si sa, è al centro anche di uno dei passi più celebri e più contesi dell’intera Bibbia cristiana, quello del «primato di Pietro»: «A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato anche nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto anche nei cieli» (Mt 16,19; cf. Lc 11,52). Per quanto la radice ebraica ptch , «aprire», da cui deriva anche il termine ebraico per chiave (maftteach), possa indicare anche l’atto di sciogliere, val la pena di sottolineare che, in riferimento a Pietro, non si opta per un aprire e un chiudere. Almeno ai nostri orecchi, si evocano più dei nodi che delle porte. In ogni caso rimane fondamentale porre in rilievo il fatto che la potestas di legare e sciogliere è riferita alla terra, mentre, per quanto concerne il cielo, l’azione è espressa attraverso un «passivo divino» in cui il complemento d’agente sottointeso è riferibile a Dio e non già a Pietro. In ogni caso, il rilievo più importante sta nel ribadire che in tutto il passo non c’è alcun nesso tra chiave e porta. Infatti quando compare quest’ultimo termine (pylē) esso è usato per scongiurare la minaccia di vedersi inghiottiti nelle profondità dell’abisso «e le porte (pylai ) dell’Ade non prevarranno» (Mt 16,18; secondo una traduzione letterale). La porta, lungi dall’essere figura di salvezza, evoca esattamente l’opposto; essa diviene un modo per richiamare l’antica bocca dello Sheol spalancatasi per inghiottire gli empi (Nm 16,33).

Cosa dedurre da questa divaricazione tra chiavi e porta? La conclusione più stringente è che la porta la si trova aperta o chiusa, nessuno, però, è stato investito del potere di aprirla o di chiuderla. Questa decisiva differenziazione non è stata valorizzata dal linguaggio ecclesiale, il quale, anzi, fin da epoche antiche, rese equivalente il legare e lo sciogliere a un chiudere e a un aprire.

Bonifacio I nel 422, scrivendo a Rufo e ad altri vescovi della Macedonia per ribadire il primato della sede romana, affermò, per esempio, che, secondo le parole del «nostro Cristo», chiunque insorga a oltraggiare il successore di Pietro non potrà abitare nel regno dei cieli: « “A te” dice “darò le chiavi del regno dei cieli” e in esso nessuno entrerà senza il favore del portinaio». Eppure noi avvertiamo ben più vera, specie in relazione al «regno dei cieli», la separazione biblica tra «porta» e «chiave».

L’aprire e chiudere la porta è atto di Dio e non del portinaio. Pietro con il suo mazzo di chiavi posto sulla soglia del Paradiso è meglio che resti là dove compare con maggior frequenza, vale a dire nelle storielle e nelle barzellette.


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