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PER LA COSTITUZIONE E PER LA DEMOCRAZIA "REALE", CONTRO OGNI LOGICA E PEDAGOGIA POLITICA DI "MAMMASANTISSIMA". “Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni" (don Milani).

CALABRIA - ANNI ’70 : MEMORIA DI "AFRICO". Dal libro di Corrado Stajano, alcuni passaggi sulla realtà calabrese dell’epoca, con un commento di Giorgio Amendola sul lavoro di Staiano - a c. di Federico La Sala

(...) Nel 1968 la contestazione arriva ad Africo. Un gruppo di giovani lascia la Federazione Giovanile Comunista Italiana e si organizza in un collettivo. Il figlio di un fornaio di Africo, emigrato nel Nord, Rocco Palamara, torna al paese (...)
mercredi 15 juin 2011 par Federico La Sala
[...] Il 2 giugno 1946 la Repubblica raccolse ad Africo pochi voti. Il parroco don Stilo riuscì a convogliare tutti i voti a favore della monarchia. Ma si era costituita la Camera del Lavoro, la sezione del PCI e poi quella del PSI. Cominciò la lotta tra le sinistre unite PCI e PSI, e la DC, tra il vecchio anarchico Salvatore Maviglia, diventato comunista e segretario della Camera del Lavoro, e don Stilo, il parroco intraprendente e faccendiero.
Stajano illustra le fasi di questa (...)

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> CALABRIA - ANNI ’70 : MEMORIA DI "AFRICO". --- "Non ti riconosco". Un viaggio eretico : Marco Revelli racconta l’Italia sfigurata dai morsi della cris (di Corrado Stajano)

jeudi 12 mai 2016

itinerari

Marco Revelli racconta l’Italia

sfigurata dai morsi della crisi

Nel libro Non ti riconosco (Einaudi) il politologo piemontese descrive le conseguenze della recessione su diverse realtà : Torino, la Brianza, Taranto, la Calabria e Lampedusa

di Corrado Stajano (Corriere della Sera, 12.05.2016)

Si sa, la conoscenza che la classe dirigente politica nostrana ha della società è relativa. Ministri, senatori, deputati affidano ai loro portaborse e ai loro galoppini l’incarico di riferire le notizie che vogliono. L’ottimismo di maniera è la regola, oggi più che mai.

Questo libro di Marco Revelli, Non ti riconosco. Un viaggio eretico nell’Italia che cambia (Einaudi), può far tremare le vene e i polsi con il suo spirito di verità. Revelli conosce bene la società italiana, ha le carte in regola per parlarne, professore di Scienza della politica, autore di libri come Oltre il Novecento, La politica perduta, Poveri noi, Finale di partito, Dentro e contro (quando il populismo è di governo). Il nuovo libro, 5-6 anni di lavoro, è un viaggio in Italia, ma il Grand Tour, gli stranieri più o meno illustri alla ricerca, dal Settecento al Novecento, della bellezza e del mitologico splendore, soprattutto del Sud, non è il modello. Anche se il titolo si rifà a un Lied di Goethe, gran viaggiatore nell’Italia amata.

Marco Revelli non riconosce più il Bel Paese. Confessa di essere spaesato, tradito, disorientato, sradicato : « L’io », scrive, « non si sente più “a casa” in nessun luogo del mondo perché ”il mondo” non ha più nulla ormai di famigliare, di “domestico”. In una parola : di riconoscibile ». Ma non si rassegna Revelli, va a vedere. « Un viaggio si fa o per fuggire da qualcosa, o per cercare qualcosa », come ha detto Diego Osorno, grande reporter-narratore messicano. E anche per ritornare : Claudio Magris.

Non ti riconosco è un libro duro, crudo, sofferente. In viaggio, da Torino a Lampedusa. Pessimista ? Realista, piuttosto. Un libro di grande bellezza, il suo, se si potesse usare il codice estetico. I luoghi, le persone, le loro storie, gli incontri, il passato-presente sono i protagonisti. Revelli osserva, interroga, è un ispettore generale, uno scrittore senza modelli, un narratore, un professore che studia, al di là degli scheletri dei documenti. Parla con il prossimo, parla anche con se stesso, spiega, vuol capire, per far capire e per capirsi. Il libro è una mescolanza di racconto, saggio, inchiesta, verifica dei poteri, analisi ossessiva, un continuo fare i conti - perché è potuto accadere ? - è anche la ricerca di un’uscita di sicurezza, il tempo per farlo è breve in una società che sembra rassegnata, passiva, chiusa in se stessa. Una società che ha smarrito i fervori di certe generazioni passate e non può affidarsi a una classe dirigente politica incolta e arrogante che fa di tutto per cancellare il valore sommo della democrazia. Non c’è bisogno di scomodare il V secolo a. C. di Pericle, basta non tradire i momenti di dignità della neonata Repubblica, la Resistenza, la Costituzione.

Il viaggio comincia nella città che Revelli ben conosce, Torino. Lo scrittore non ha nostalgie, affetti piuttosto. Che cos’era Mirafiori ! Un posto ciclopico, infernale, mostruoso in tutti i sensi, con un perimetro di 11 chilometri, 32 porte, 60 mila operai, un sordo rumore ininterrotto che, brontolante, veniva su dalle viscere. Oggi ? « Quel cratere si è spento. Materia fredda. E silenziosa. Non si sentono più vibrazioni, ronzii di macchine al lavoro, men che meno grida di rivolta. Né il tonfo cadenzato delle Grandi Presse ». Gli operai sopravvissuti sono 5.321, dalle linee di produzione escono un centinaio di auto al giorno, ne uscivano 5.000. La Fiat si chiama Fca, la sede legale del gruppo, dopo la fusione con la Chrysler, è ad Amsterdam, la sede fiscale a Londra. Tutto frantumato, sminuzzato, rimpicciolito, ridotto a rottame. La grande distribuzione ha vinto sulla grande produzione. A Torino, dove non c’è soltanto la Fca, la vita continua, nonostante tutto, e stanno nascendo laboratori : Arduino, per esempio, che non è un uomo, ma « una scheda » che crea gli oggetti più disparati ; i Traders, fornitori di servizi, e non pochi inventori di nuovi lavori, il contrario della produzione fordista. Le iniziative esistono ma, se manca una politica sana e intelligente, com’è possibile collegare tra loro tutte quelle energie positive ?

Da Torino alla Brianza, la Silicon Valley italiana degli anni Ottanta, dove prosperavano l’Alcatel, la Micron, la Celestica, e con loro 800 imprese nell’ambito delle telecomunicazioni. Il dimagrimento cominciò nel 2008, poi la caduta a cascata, i tagli, le mobilità, le bancarotte, l’esplosione, l’implosione. Marco Revelli prova anche qui un senso di irrealtà. Racconta di quando, nella placida Brianza, gli ingegneri, l’aristocrazia di quel settore di lavoro, accolsero nel 2014, a Vimercate, il presidente del Consiglio Renzi « in visita pastorale all’impresa simbolo della velocità e della rottamazione », l’Alcatel appunto, con cartelli beffardi : « Se Renzi è di sinistra, Berlusconi è femminista ».

E poi il tragico Nordest. Gian Antonio Stella, nel suo Schei (1996), raccontò l’incredibile boom del Veneto diventato « la locomotiva d’Italia », il « Giappone d’Europa » : le scarpe nel Veronese, la concia ad Arzignano, gli occhiali a Belluno, i mobili a Bassano, lo Sportsystem a Montebelluna, l’oro nel Vicentino.

Revelli è andato a vedere. A Rossano Veneto, piccola capitale del boom, 6.532 abitanti, 900 imprese : con la crisi globale è arrivata la depressione, la « malaombra ». Sono caduti i capannoni, le villette a schiera, i fienili diventati officine, i posti di lavoro. In quegli anni, nel Nordest, si calcola che ci siano stati 500 suicidi, tra imprenditori e dipendenti. Le cause ? « In questo Nordest euforico trasformato in un Far West triste si assiste al paradosso per cui si fallisce per troppi crediti ». (I mancati incassi del committente insolvente, della pubblica amministrazione inadempiente hanno creato debiti incolpevoli con tragiche conseguenze).

Il viaggio alla Taranto dell’Ilva ha il colore del piombo fuso. E pensare che la nuvola portatrice di morte aleggiante sullo stabilimento di colore rossastro, non pareva nemica. Il IV Centro siderurgico, nato nel 1964, doveva rappresentare il riscatto delle plebi meridionali, con i suoi due milioni di tonnellate d’acciaio all’anno. È diventato soltanto una fabbrica di morte, portatrice di una catena di tumori, anche nei quartieri vicini, il Tamburi, il Paolo VI. Fu un professore di storia, Alessandro Marescotti che, sospettoso, fece analizzare da un chimico un pezzo di formaggio e rese pubblica la notizia sulla mostruosa concentrazione di diossina che pesava sull’Ilva e su Taranto. Revelli registra la tragedia, studia i documenti, parla con gli operai, « gli occhi bassi dei vinti ».

Poi la Calabria. Al porto di Gioia Tauro la ’ndrangheta è padrona, d’accordo con i cartelli messicani della droga, armi e cocaina. Lo scrittore, in questo paesaggio di struggente bellezza, incontra chi non si è arreso, un giornalista sotto scorta, Michele Albanese, e un imprenditore che ha detto no al pizzo, Nino De Masi, mitragliato, minacciato, anche lui sotto scorta. Che cosa sanno i governanti della questione meridionale e della questione criminale che ne è parte integrante ?

Il libro finisce a Lampedusa dove la sindaca Giusi Nicolini fa fronte con coraggio. Lei e papa Francesco. Marco Revelli visita con angoscia un cimitero dove le croci sono state costruite con il legno delle barche affondate. Su uno sperone di roccia di Punta Maluk, un artista, Mimmo Paladino, ha costruito, con materiali difformi, la Porta d’Europa, un simbolo imponente, sacrale. Chissà che i Paesi del Continente si rendano conto una buona volta di questa nuova strage degli innocenti. La Shoah dei migranti.


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