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ILLUMINISMO, CRISTIANESIMO, E PLATONISMO CATTOLICO. ALLA RADICE DEI SOGNI E DEI DELIRI DELLA TEOLOGIA POLITICA EUROPEA ATEA E DEVOTA

LA VIA DI KANT: USCIRE DALLA CAVERNA, E NON RICADERE NELL’ILLUSIONE DI “DIO” CONCEPITO COME “UOMO SUPREMO”. Note per una rilettura della “Storia universale della natura e teoria del cielo” - di Federico La Sala

Kant, sapeva - come e più di Nietzsche - che bisogna perdere “la fede in Dio, nella libertà e nell’immortalità [...] come si perdono i primi denti”, scendere all’Averno (come scrive Kant) o, che è lo stesso, all’inferno (...) Molti filosofi sono andati all’inferno, ma non ne sono più usciti; qualcuno è riuscito a venirne fuori, ma non sa nemmeno come e perché, e si illude e sogna ancora, alla Swedenborg (...)
giovedì 31 dicembre 2015
[...] Alla base della ricerca e del discorso di Kant, c’è la chiara consapevolezza di come e quanto sia urgente e necessario andare - con Newton - oltre Newton: egli si è “arreso troppo presto di fronte a ciò che giudicava il limite delle cause meccaniche, e troppo alla lesta” e - cosa ancor più grave - formulando un’ipotesi (tutta interna al vecchio platonismo), “era ricorso all’intervento di un Padreterno creatore di stelle e pianeti”(cfr. Giacomo Scarpelli, (...)

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> LA VIA DI KANT: USCIRE DALLA CAVERNA, E NON RICADERE NELL’ILLUSIONE ---- Epicuro, filosofo della serenità (di Stefano Gattei)

sabato 10 marzo 2012

Epicuro, filosofo della serenità

Insegnava il piacere di esistere come assenza di affanni Accoglieva nella sua scuola anche le donne e gli schiavi

di Stefano Gattei (Corriere della Sera, 09.03.2012)

«N on esiti il giovane a filosofare, né il vecchio se ne stanchi. Nessuno, infatti, è mai troppo giovane o troppo vecchio per ricercare la salute dell’anima»: si apre così la Lettera a Meneceo, forse la più famosa di Epicuro. L’esercizio fondamentale cui egli invita i suoi seguaci consiste nel cercare distensione e serenità, nello sviluppare l’arte di godere dei piaceri, dell’anima e del corpo. Piacere della discussione, dell’amicizia, di una vita in comune anche con donne e schiavi (una vera rivoluzione, questa, rispetto alla scuola di Platone). Ma prima di tutto piacere della conoscenza, dell’esercizio della saggezza. La ricerca della salute dell’anima coincide con la presa di coscienza di ciò che di straordinario c’è in un’esistenza frutto del caso, che deve essere vissuta come una meraviglia che si realizza una volta sola, e va dunque accolta e festeggiata per quello che ha di unico e di insostituibile.

Non si trova, in Epicuro, l’esaltazione del piacere sfrenato, fine a se stesso, che volgarmente gli si attribuisce. Tutt’altro: proprio perché il piacere è principio e fine del vivere felice, non dobbiamo ricercare qualunque tipo di piacere, ma valutare ciascuno in base alle sue conseguenze, positive o negative. Il piacere, scrive il filosofo di Samo, «è quel sobrio modo di ragionare che esamina le cause di ogni scelta e di ogni rifiuto, e che scaccia le false opinioni per effetto delle quali le anime sono attanagliate dal più grande turbamento». Ma il travisamento è deliberato, e ha radici profonde.

La filosofia epicurea, infatti, stride con la religione che si va affermando negli ultimi secoli dell’Impero romano, e va pertanto disinnescata: Lattanzio racconta di un Epicuro dedito al vizio e all’eccesso, e Girolamo accusa Lucrezio, suo principale discepolo nel mondo romano, di pazzia. Se Platone e Aristotele, pagani che credevano nell’immortalità dell’anima, possono essere «corretti» e accomodati dal cristianesimo trionfante, non così l’epicureismo. I suoi sostenitori non negano l’esistenza degli dèi, ma affermano la loro distanza dal mondo, condizione anzi della loro perfezione. Epicuro non rappresenta la divinità come potere creatore, dominatore, impositore della propria volontà sugli uomini, ma piuttosto come perfezione dell’essere supremo, felicità, incorruttibilità, bellezza, tranquillità. Il filosofo, ai suoi occhi, contempla gli dèi perché vi trova il piacere che si prova ammirando la bellezza, e il conforto che suscita la visione di un modello di saggezza.

Per Epicuro, a differenza che per Platone, la scelta socratica dell’amore e del bene è un’illusione: in realtà, l’uomo ricerca soltanto il proprio piacere e il proprio interesse. Da qui il ruolo della filosofia, che consiste nel saper ricercare il piacere in modo ragionevole, ovvero nel ricercare l’unico vero piacere, quello di esistere. L’uomo è infelice perché si affanna a cercare ciò che non ha o desidera ciò che è al di là della sua portata. O perché rovina il piacere di cui gode con il timore di perderlo. La filosofia ha una missione terapeutica: curare la malattia dell’anima e insegnare all’uomo il piacere di vivere.

Occorre distinguere - e qui sta il nocciolo dell’etica epicurea, in cui si avverte l’eco delle discussioni in seno all’Accademia platonica - tra i piaceri «in movimento», violenti ed effimeri, la cui ricerca porta solo insoddisfazione e dolore, e il piacere stabile, inteso come «stato di equilibrio», annientamento della sofferenza. Questo è per Epicuro un bene assoluto, che non può accrescersi né sommarsi a un altro piacere, «come un cielo sereno non può dare una luce più viva» (Seneca). Tale piacere si oppone agli altri come l’essere al divenire, il determinato all’indeterminato e all’infinito, il riposo al movimento; e corrisponde a uno stato di tranquillità dell’anima.

La minaccia maggiore alla felicità dell’uomo è un duplice timore - della morte, innanzitutto, ma anche delle decisioni divine. Per guarire l’uomo da questi terrori Epicuro elabora la propria teoria fisica, che non si propone dunque di rispondere a interrogativi oggettivi e disinteressati, ma costituisce il fondamento dell’etica.

Riprendendo le idee dei Presocratici e in particolare di Democrito, Epicuro concepisce il mondo come un Tutto che non ha bisogno di essere creato, essendo infatti eterno, e che è costituito da infiniti atomi in moto in uno spazio vuoto. Nuovi corpi e nuovi mondi nascono dall’aggregazione accidentale degli atomi che, cadendo in linea retta per effetto del loro peso, deviano casualmente scontrandosi fra loro. E per lo stesso motivo continuamente si disgregano: nel vuoto e nel tempo, infiniti mondi appaiono e scompaiono, e il nostro universo non è che uno di questi. La deviazione dal moto rettilineo - che Lucrezio avrebbe chiamato clinamen - è introdotta al fine di spiegare la formazione dei corpi e di introdurre il caso nella necessità, fornendo così la base per la libertà umana.

La comprensione della natura consente all’uomo di liberarsi dal timore della morte, poiché l’anima, composta di atomi, al momento della morte si disgrega proprio come il corpo, perdendo ogni sensibilità: «La morte non è dunque nulla per noi, poiché quando noi ci siamo, la morte non c’è, e quando essa arriva, noi non siamo più». È la stessa teoria fisica ad annullare il timore degli dèi: essi non agiscono in alcun modo sul mondo, governato dal caso e in perpetuo divenire. La ragione conduce così alla pace dell’anima e alla gioia di essere associati agli dèi, che nella loro capacità di godere senza turbamento della propria perfezione realizzano l’ideale di vita epicureo. In questo modo, ha osservato il grande storico del pensiero antico Pierre Hadot, «il saggio, come gli dèi, affonda lo sguardo nell’infinità dei mondi innumerevoli; l’universo chiuso si dilata all’infinito».

-  Per lui l’universo era composto di infiniti atomi
-  Corriere della sera 9.3.12

Il quarto volume della collana «I classici del pensiero libero. Greci e latini», dedicata ai testi fondamentali del mondo antico, sarà in edicola con il «Corriere della Sera» il 10 marzo (al costo di un euro più il prezzo del quotidiano) e proporrà le Lettere sulla fisica, sul cielo e sulla felicità del filosofo ellenistico Epicuro (341-271 a.C.), con l’introduzione inedita dell’epistemologo Giulio Giorello. Proprio Giorello spiega il valore rappresentato dall’epicureismo per la scienza, a partire dalla constatazione che il filosofo «non è tanto un metafisico quanto un fisico». Erede della tradizione democritea, che interpreta però con fondamentale originalità, nelle sue Lettere Epicuro espone il proprio sistema di pensiero: la realtà è composta da atomi, gli dèi esistono ma sono indifferenti alle vicende umane, il mondo così come lo conosciamo è solo uno degli infiniti mondi possibili, e infine «bene è il piacere, ma non tutti i piaceri si devono scegliere», mentre il piacere supremo sta nell’atarassia, cioè l’assenza di turbamento, quel làthe biòsas, il «vivi nascosto» che è una delle massime più celebri del filosofo. Maestro per gli antichi, ispiratore del poeta latino Lucrezio, fu eclissato dalla cultura occidentale finché tornò a ottenere fortuna a partire da Spinoza.

Una fortuna che continua ancor oggi, per la modernità e la sottigliezza di alcuni aspetti della sua teoria: ad esempio, come ricorda Giorello, nella originale tesi del cosiddetto clinamen, ripresa da Lucrezio (cioè la «deviazione» degli atomi che consente l’aggregarsi di differenti composti come criterio di combinazione del mondo), «qualche entusiasta ha letto un’anticipazione della interpretazione quantistica». Epicuro è un filosofo fondamentale per comprendere la tradizione del pensiero materialista e razionalista, ma è anche, più in generale, un campione antico dell’osservazione scientifica della realtà. Il prossimo volume in edicola sarà L’amicizia di Cicerone, giovedì 15 marzo, con prefazione inedita di Giorgio Montefoschi. (i.b.)


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