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ILLUMINISMO, CRISTIANESIMO, E PLATONISMO CATTOLICO. ALLA RADICE DEI SOGNI E DEI DELIRI DELLA TEOLOGIA POLITICA EUROPEA ATEA E DEVOTA

LA VIA DI KANT: USCIRE DALLA CAVERNA, E NON RICADERE NELL’ILLUSIONE DI “DIO” CONCEPITO COME “UOMO SUPREMO”. Note per una rilettura della “Storia universale della natura e teoria del cielo” - di Federico La Sala

Kant, sapeva - come e più di Nietzsche - che bisogna perdere “la fede in Dio, nella libertà e nell’immortalità [...] come si perdono i primi denti”, scendere all’Averno (come scrive Kant) o, che è lo stesso, all’inferno (...) Molti filosofi sono andati all’inferno, ma non ne sono più usciti; qualcuno è riuscito a venirne fuori, ma non sa nemmeno come e perché, e si illude e sogna ancora, alla Swedenborg (...)
giovedì 31 dicembre 2015
[...] Alla base della ricerca e del discorso di Kant, c’è la chiara consapevolezza di come e quanto sia urgente e necessario andare - con Newton - oltre Newton: egli si è “arreso troppo presto di fronte a ciò che giudicava il limite delle cause meccaniche, e troppo alla lesta” e - cosa ancor più grave - formulando un’ipotesi (tutta interna al vecchio platonismo), “era ricorso all’intervento di un Padreterno creatore di stelle e pianeti”(cfr. Giacomo Scarpelli, (...)

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> LA VIA DI KANT: USCIRE DALLA CAVERNA, E NON RICADERE NELL’ILLUSIONE DI “DIO” ---- Le due armi di Lucrezio: Raziocinio e ispirazione. Voleva liberare l’uomo da dogmi e paure (di Roberto Galaverni)

mercoledì 9 maggio 2012

Le due armi di Lucrezio

Raziocinio e ispirazione

Voleva liberare l’uomo da dogmi e paure

di Roberto Galaverni (Corriere, 09.05.2012)

È un destino davvero singolare quello di Lucrezio. Osteggiato dalla cultura latina fin dai primi anni seguiti all’apparizione del De rerum natura, oltraggiato quando non rimosso da quella cristiana, ha esercitato tuttavia su poeti e lettori di ogni tempo una fascinazione e un influsso che pochissimi altri scrittori hanno avuto.

Cosa rendeva così inviso e temuto il grande cantore del credo epicureo? Il pessimismo, l’ateismo, l’avversione verso le pratiche religiose, il convincimento della negatività della natura e del carattere non provvidenziale di tutte le cose, la volontà di liberare l’uomo dalle paure, dai dogmi, dalle superstizioni. Cosa invece ha reso irresistibile la capacità di presa e di coinvolgimento dei suoi versi? Il coraggio del poeta di seguire fino alle conseguenze più estreme la sua visione delle cose, la ricerca indefessa, ma senza compromessi della felicità (quanto lontano, in questo, dal giusto mezzo e dall’empirico senso dei fatti proprio della saggezza oraziana), l’autenticità della passione conoscitiva e didascalica che lo rende un maestro vicino e fraterno, la pienezza significante della sua poesia, e poi la forza, il dinamismo, la capacità di persuasione delle singole immagini poetiche. Ai miti negativi creati attorno alla sua figura si è contrapposta fin dall’inizio l’energia intrinseca all’attraversamento stesso del negativo, vale a dire il vigore, la natura positiva e insomma la qualità affermativa della negazione poetica. Non esiste contrapposizione tra conoscenza del male e vitalità poetica, del resto. La poesia leopardiana lo saprà ribadire in modo altrettanto eloquente.

Da questo punto di vista, le contraddizioni non appartengono soltanto alla ricezione del poema lucreziano, ma fanno parte integrante della sua stessa costituzione. Lucrezio fa professione di fede in una dottrina, quella epicurea, di per sé ostile alla poesia. Eppure, proprio per adempiere al meglio all’impegno educativo, della poesia estende al massimo portata e confini, recuperando la misura totale del modello empedocleo in cui etica, scienza e filosofia fanno tutt’uno. Ragione e percezioni, virtù speculativa e immaginazione, ma anche, come potremmo dire oggi, passione e ideologia, sotto la spinta dell’istanza salvifica raggiungono una sorta di temperatura di fusione che le rende tutto sommato indistinguibili.

Il De rerum natura è un poema antropologico e cosmico, la sua parola il medium di una rivelazione profetica. È un testo di svelamento, di conoscenza, di salvazione, che intende riconsegnare l’uomo a se stesso attraverso la padronanza della sua stessa vita. L’espressione poetica è grandiosa perché tale è il suo contenuto di verità, il valore decisivo della posta in gioco: la liberazione e la felicità dell’uomo, come detto. La piena espansione della parola poetica in Lucrezio non può essere allora distinta dalla sua funzione di servizio nei confronti dell’esistenza umana. Si può dire che in tutto il poema non si trovi un solo verso fine a se stesso. La poesia si fa capiente, prensile, onnivora e onnicomprensiva, ma solo in nome di qualcosa che la trascende, di una rivelazione che la supera e, in fondo, l’annichilisce.

Anche per questo l’intensità della rappresentazione, l’eloquenza, la sublimità degli scenari e del racconto, non dovrebbero mai nell’intenzione del poeta apparire a sé stanti, quanto invece rapportate ogni volta all’intero progetto di conoscenza delle cose. Ma è vero che, un po’ come accadrà nel Tasso, nel materialismo integrale della visione lucreziana la scoperta della realtà assume spesso un’evidenza tale che l’immagine sembra affermarsi di per se stessa, con la sua verità particolare e la sua propria luce nera. Come se si fosse spinta al di là di tutte le sue premesse e, di conseguenza, di fronte a essa non ci fosse più niente da dire, più nulla da fare.

Ideologia epicurea e progressione poetica non sempre in Lucrezio vanno d’accordo. Certe immagini non possono essere riconsegnate al progetto del libro. Non interamente almeno. Potrebbe essere proprio questo il paradosso più fecondo del De rerum natura, il poema più di tutti ostile alle «magnifiche sorti e progressive», come le chiamerà Leopardi, superate dal progresso conoscitivo della poesia. Se poi la poesia stessa si fonda sulle contraddizioni, sulla capacità di comprenderle e di sostenerle, per Lucrezio sarebbe anche il segno più certo della sua verità e grandezza di poeta.


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