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PSICOANALISI E RELIGIONE (SAPERE E ILLUSIONE). IL PROBLEMA DEL POTERE DELL’ANIMA (E DELL’ANIMA DEL POTERE), DELLA CREATIVITA’ (E LEGALITA’ E ILLEGALITA’).

FANTASIA, ATTENZIONE, IMMAGINAZIONE: L’ANIMA E LA RICERCA INTERIORE (E NON SOLO). Alcune pagine dall’ultimo saggio di James Hillman - a cura di Federico La Sala

Solo un’attenzione devota e fedele può trasformare la fantasia in immaginazione.
giovedì 7 ottobre 2010 di Federico La Sala
[...] Questa attenzione fedele al mondo immaginale, questo amore che trasforma le pure immagini in presenze, fa di esse degli esseri viventi o, per meglio dire, rivela che l’essere vivente che naturalmente contengono non è nient’altro che la «ri-mitologizzazione». I contenuti psichici diventano «poteri», «spiriti», «dèi». Sentiamo la loro presenza, come la sentivano in passato tutte le persone che avevano ancora anima. Queste presenze, questi poteri, sono i nostri equivalenti (...)

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> FANTASIA, ATTENZIONE, IMMAGINAZIONE: L’ANIMA E LA RICERCA INTERIORE (E NON SOLO). --- LE STORIE CHE CURANO. James Hillman, il peso dell’anima (di Ivan Paterlini).

lunedì 30 agosto 2021

Le storie che curano /

James Hillman, il peso dell’anima

di Ivan Paterlini (Doppiozero, 30 Agosto 2021)

In Le storie che curano, ripubblicato ora da Raffaello Cortina con una nuova Prefazione di Luigi Zoja, Hillman, in modo coerente con tutto il suo impianto filosofico e clinico, ripone la psicoterapia con le sue pratiche e ritualità dentro uno stile narrativo correlato a un’attività più estetica e poetica che scientifica.

L’efficacia terapeutica passa attraverso i fili sottili della narrazione con le storie immaginative che ci raccontiamo e riraccontiamo all’infinito. Zoja nella Prefazione scrive che “l’analisi aiuta il paziente non perché restituisca alla sua vita un ordine interpretativo, ma perché le dà un ordine narrativo”. Per Hillman leggere Jung, Freud, Adler per la loro immaginazione, dove appunto si situa il potere terapeutico delle loro cure, può portare lo scrittore a riporre fiducia nell’efficacia terapeutica delle sue narrazioni. Per guarire l’anima dalla sua condizione prosaica dobbiamo avvicinarla al fare poetico (poiesis), una condizione di fondamentale importanza non tanto per fuggire la realtà ma per poterla immaginare diversamente soprattutto attraverso vite non vissute. La terapia diventa quindi la forma massima di riscatto di quel mondo immaginale che sa risvegliare il cuore dei ricordi e delle sensibilità per volgere l’anima verso gli dei, offrendo loro scritture infinite. La mente è fondata nella sua attività narrativa, nel suo fare fantasia: questo “fare” è poiesis. L’universo narrativo diventa una biblioteca infinita e interminabile (come l’analisi) dove “la musica e la magia delle parole risuonano incessantemente, in modo sorprendente, intelligente, ironico, oscuro, sinistro...” (Ogden, Vite non vissute, Raffaello Cortina, 2016).

Psicologia del profondo e letteratura convergono per affinità e intrecci sin dall’inizio, in cui la sintassi terapeutica ha fatto ricorso a un’immaginazione mitica letteraria: la storia di Edipo penso possa bastare come esempio. La psicologia ha bisogno di strutture di tipo narrativo per potersi raccontare e sviluppare, di un’attenzione estetica che sappia leggere le immagini e ascoltare le storie come base poetica della mente. Hillman sottolinea che le storie cliniche sono spesso troppo cariche di crudi fatti per potersi liberare verso un’altra storia, quella dell’anima, interiore e simbolica.

Lo sviluppo del pensiero di Freud, di Jung e di Adler si articola in trame da romanzo, che si animano attraverso personaggi come Dora, Anna O., l’Uomo dei lupi, Miss Miller, Filemone, Sabina. Il romanzo psicoanalitico con i suoi personaggi, le sue lettere, le rivelazioni, gli incesti... anticipa le teorie, e le teorie si fondano su narrazioni mitiche. In Jung gli archetipi del Briccone, di Mercurio, del Puer, della Madre ecc. sono anche invenzioni creative di personaggi romanzeschi, biografie primordiali. Accanto ai generi eroici, picareschi, erotici, saturnini, Jung propone con i suoi casi un genere che sa interpretare “lo spontaneo immaginare della psiche, la cui materia è narrativa anche se viene definita materiale inconscio” (Le storie che curano). Il suo stile assume varie forme: dall’apocalittico allo sperimentatore comportamentista, dall’antico gnosticismo del vicino Oriente alla fisica moderna, con un’ermeneutica fuori dallo spazio e dal tempo, dove tutto per le sue ricerche psicologiche è prima materia sotto la tutela indiscussa del dio Ermes.

James Hillman potremmo definirlo senza riserve uno dei più importanti medici della cultura, un medico che ha saputo relativizzare l’importanza dell’analista in favore di una psicologia archetipica: esiste qualcosa di più grande e di molto più potente a dominare la scena, qualcosa che nell’uomo, da sempre, si ripete istintivamente, ricercando le forme adatte alle diverse culture e nei diversi luoghi per incarnarsi e autorappresentarsi. Gli archetipi compaiono ovunque, scrive Hillman (Il lamento dei morti, Bollati Boringhieri, 2014): nel cinema, nella pittura, in manicomio, nei bambini, nello studio dell’analista... Sono forme mitiche universali che lui andrà a ricercare soprattutto nella Grecia antica.

La sua fantasia ritorna in quei luoghi, in quegli spazi, per diventare metafora privilegiata di un regno immaginale che sa ospitare i principi originari sotto forma di dei. “E per scoprirlo occorre quello che Creuzer (curatore dei testi neoplatonici di Proclo e Olimpiodoro) considerava il dono ermeneutico, la capacità di immaginare in modo mitologico, un’arte simile a quella del poeta” (L’anima del mondo e il pensiero del cuore, Adelphi, 1981). Di fronte alle tante difficili prove della vita, la psiche può re-immaginarle da un diverso punto di vista. La Grecia diventa così uno specchio che riflette configurazioni “naturali” molto ampie, che sanno raggiungere la piccola vita quotidiana delle nostre personalità e della nostra civilizzata coscienza.

Hillman si situa “nel punto in cui psicologia e religione, la religione intesa come rapporto con la divinità e come rapporto con la collettività, sfumano l’una nell’altra, nel punto, dunque, dove la psicologia è indotta a prendere in considerazione la teologia e la politica” (La vana fuga degli dei, Adelphi, 1991). Il mondo infero e pagano, inferiore e istintuale, che sfugge al controllo del soggetto volitivo e all’ingenuità delle psicologie egoiche, ha da sempre i suoi rappresentanti divini, e la loro presenza o assenza può essere fattore di cura o di malattia, di crescita o di entropia nel tentativo, con le parole di William James, di adattarsi armonicamente all’ordine invisibile. Recuperare la salute significa spesso “recuperare il divino da dentro la malattia, vedere come il contenuto di essa sia autenticamente religioso”.

Il ritorno alla Grecia tramite il dio Pan, Dioniso, Hermes, Apollo, Hestia, Afrodite, Demetra, Eros e Psiche, e tutte le altre divinità, non è estetismo romantico, ma una discesa nella caverna che ci aiuta nella ricerca individuativa attraverso le vie dell’immaginazione. Spesso le divinità che ci abitano chiedono ascolto e riconoscimento perché l’inconscio cerca di compensare le unilateralità del mondo cosciente: anche se solo in piccole dosi l’uomo può avvicinarsi alle loro cure, perché esse esprimono qualità assolute e potrebbero dominarci e inflazionarci. Il cavallo nero nel Fedro di Platone è poco dominabile e non può essere lasciato solo, ha bisogno del cavallo bianco e di una misura ragionevole al centro che sappia riconoscerli entrambi.

Anche gli stili narrativi e i generi letterari scelti per raccontare l’anima secondo Hillman si possono connettere a divinità diverse, ricordandoci che la psicologia è anzitutto politeistica e non dovrebbe mai esprimersi in modo schematico: va immaginata come prospettiva e traiettoria tra le moltitudini cromatiche e poetiche dell’anima stessa. Le storie che raccontiamo o scriviamo, veicolate dagli dei, si fanno ermetiche quando le connessioni aprono possibilità e amplificazioni, afrodisiache quando le sensazioni si posano “sul valore del sensibile”, dionisiache quando prevale il fluire inarrestabile della vita, cangianti con Mercurio e veementi con Marte. Lo stile narrativo del Senex o del Vecchio Saggio Hillman lo ritrova sia in Jung sia in Freud: per entrambi la forza persuasiva poggia sullo stesso fondamento archetipico, che proietta su noi lettori la riconfigurazione ontogenetica delle varie dinamiche primordiali presenti nei diversi personaggi della Trama. La psicoanalisi accoglie costitutivamente diversi volti e appartenenze, a partire da quello tecnico-clinico sino a raggiungere quello speculativo-teorico; per Hillman, il volto è quello di una psicoanalisi narrativa che con un procedere metaforico e poetico si avvicina di più alle arti che alla medicina occidentale.

Il sogno per Jung parla almeno due lingue, espresse bene nella duplicità ermetica, e le include entrambe contemporaneamente nella loro ambiguità. La voce della natura per Jung si esprime in questo modo, e nei sogni è lei a parlarci. Per capire la struttura del sogno non possiamo che ricollegarci al dramma, all’invenzione poetica nel teatro della psiche. E come i sogni, anche le fantasie interiori hanno la logica avvincente del teatro, riportandoci alla Grecia antica e al teatro di Dioniso (signore delle anime), che con le sue maschere sa vedere oltre, in trasparenza, lungo i processi di guarigione. Del resto, se pensiamo che la psicoanalisi nasce come “cura attraverso la parola” - espressione coniata dalla paziente di Freud Anna O. -, il suo primato diventa senza alcun dubbio letterario e narrativo. L’analista si fa scrittore della storia narrata dai suoi pazienti, trasformando la psicologia in un romanzo. Una scoperta di Freud è che la storia attraverso la memoria spesso si separa dai fatti effettivamente accaduti: “Il trauma non è ciò che è accaduto, ma il modo in cui vediamo ciò che è accaduto”. La storia “dei fatti” viene dimenticata, negata, rimossa, la memoria può essere “non storica”: i ricordi di copertura e le invenzioni di precoci traumi sessuali non si legherebbero dunque necessariamente ad avvenimenti accaduti letteralmente. Se sappiamo liberarci dal bisogno che il ricordo richiami un fatto accaduto realmente, i ricordi possono evocare immagini archetipiche e gli eventi richiamati dal cassetto della memoria diventare primordiali e mitici, nel senso platonico di non esser mai accaduti e tuttavia di essere sempre. Potremmo quindi dire con Hillman che “il padre della terapia può essere Freud, ma la madre è Mnemosine, memoria, madre delle muse”. Mnemosine significa vedere gli eventi della storia come immagini. E a cosa serve tutto questo? Penso serva anzitutto a trovare una giusta distanza rispetto agli eventi della vita, sul confine tra i due mondi, e nello stesso tempo a riconfigurare e revisionare chi siamo e la narrativa dei nostri vissuti.

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