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MESSAGGIO EVANGELICO E ILLUMINISMO, OGGI: "SAPERE AUDE! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza" (I. Kant).

LA PAURA DI PENSARE E LA PARABOLA DEI TALENTI. Perché chiudere la nostra vita in una scatola? Una riflessione di Angelo Casati - a cura di Federico La Sala

(...) sbenda la tua intelligenza! Sbendala, secondo l’ammonimento poco ricordato, quasi cancellato, di Gesù che invitava pressantemente a mettere in gioco tutta la nostra intelligenza, la capacità di ragionare con la propria testa (...)
mercoledì 24 novembre 2010
[...] Qualcuno di noi forse ricorda che don Primo Mazzolari era solito dire che rimettersi totalmente,
ciecamente a un uomo, per autorevole che fosse, era come dimettersi da uomo. E agli uomini della
sua parrocchia puntualmente ricordava: "Quando entrate in chiesa vi togliete il cappello, non la
testa".
Togliersi la testa, o per paura di pensare o per fatica di pensare, non è fare opera gradita a Dio, che
ha fatto dono dell’intelligenza ai suoi figli [...]
AL DI LA’ DELLA LEZIONE DI (...)

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> LA PAURA DI PENSARE E LA PARABOLA DEI TALENTI. -- Il rapporto tra padre e figlio. La domanda che conta.

sabato 18 novembre 2017

Un uomo che non ha avuto una vita.

La domanda che conta: dov’è adesso Riina?

di Ferdinando Camon (Avvenire, sabato 18 novembre 2017)

Nessun giornale che si faccia la domanda ovvia, inevitabile, l’unica che abbia un senso in questo momento: e adesso dov’è Salvatore Riina? Che ne è di lui? Ha giocato a fare l’invincibile con la giustizia terrena, nei colloqui che credeva segreti diceva alla moglie: «Non mi piegheranno mai, possono anche darmi tremila anni di ergastolo, non mi piegherò».

Voleva uscire dalla vita come un vincitore. Lo diceva sempre nei colloqui segreti (che invece eran registrati), a un figlio: «Tu hai un padre invincibile». Invincibile vuol dire due cose: 1) che ha vinto, 2) che nessuno gli strapperà la vittoria.

Ma la vita che aveva vissuto fino all’arresto era una vittoria? S’era sposato, ma di nascosto. Che matrimonio è? Viveva, ma sotto falso nome. Che vita è? Con i figli parlava di sciocchezze, anche quando la tv mostrava le sue stragi. È parlare, questo? Se la città o la regione è scossa da una tragedia, parlare a tavola con moglie e figli di sciocchezzuole vuol dire portare moglie e figli fuori dal mondo, in un altro mondo, che non è quello dell’umanità, vivere in un mondo che non c’è, chiudersi in un delirio. È vita, questa? È una famiglia, questa? È un padre, questo?

L’ultima domanda la pongo perché il figlio Salvo dichiara a voce e scrive su Facebook: «Per me non sei niente di quel che dicono, per me sei soltanto mio padre». Salvo ha vissuto nella mia città, era molto discreto e nascosto, ha scritto anche un libro, l’ho letto, e m’ha inquietato. Perché parla di tutto, tranne che della realtà. È come se la realtà non esistesse. Ha reazioni che nessuno di noi avrebbe.

Chi di noi, se avesse il padre che vien portato via dalla polizia e finisce in un carcere duro, andandolo a trovare e vedendolo di là dal vetro, non gli chiederebbe: «Papà, perché sei qui? Cos’hai combinato?». Questa domanda il figlio, i figli di Salvatore Riina al padre non la pongono mai. Gli esperti di mafia spiegano che questa è la mafia, questo è lo spirito mafioso.
-  Ma se questo è il rapporto tra padre e figlio, il padre che impone questo rapporto non è un padre. Un padre è per definizione colui che consegna il mondo al figlio e il figlio al mondo. In questo modo, crea nel figlio il proprio continuatore. Quando morirà, la sua opera continuerà, e questo è bene per l’umanità, è per questo che la nascita di un figlio è considerata un lieto evento.

Ma un padre mafioso, che continua a essere mafioso anche in carcere, anche nel carcere duro, anche nelle malattie più gravi, anche prima di un intervento chirurgico rischioso, anche quando riemerge dall’incoscienza dell’anestesia, un padre che è mafioso sempre e comunque, anzi il capo dei capi della mafia, non consegna ma nega il mondo ai figli, gli dà un anti-mondo, senza scuola, senza libere amicizie, senza cognome e quindi senza identità, un mondo costruito a parte, un para-mondo, una paranoia.

C’è vita, nella paranoia? C’è potere? Sappiamo di un altro boss mafioso che ordinava malaffari, aveva i suoi scagnozzi che obbedivano, ma lui viveva alla macchia in un casolare diroccato e disperso, da solo, su una branda con una coperta, ma senza lenzuola, e mangiava formaggi che un pastore gli buttava su una ciotola accanto alla porta. I poliziotti che osservavano il casolare da lontano col binocolo una mattina videro spuntare dalla porta una mano e afferrare dalla ciotola una mozzarella. Era la mano del boss. Era straricco e manovrava milioni, ma viveva come un animale selvaggio. È potere, questo? È il potere dell’altro mondo, dell’anti-mondo, del mondo del male.

Chiuso nel suo antimondo, Riina si teneva dentro un sacco di segreti. Lui sapeva, delle stragi, tante cose che noi non sappiamo. Sapere quelle cose ci aiuterebbe a fare giustizia e migliorerebbe la nostra vita. Non rivelandole Riina ha peggiorato la propria morte. C’è un tempo che non conosciamo della sua morte, ed è il tempo della sua noncomunicazione con noi, alla riemersione dai pesanti interventi chirurgici. Anche se avesse voluto, non avrebbe più potuto dirci nulla. Ma spero che abbia voluto. Non per noi, ma per lui. La vita è questa coscienza. Riina è nato ed è morto, ma non ha avuto una vita.


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