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FINANZIARIA E LINGUA ITALIANA.Appello di "IoDonna", il settimanale del Corriere, contro i tagli con l’accetta alla società Dante Alighieri e all’Accademia della Crusca

"SOS PER L’ITALIANO": SALVARE "DANTE ALIGHIERI". Contro la stangata della Finanziaria, la colletta fra gli immigrati per salvare la società dell’italiano. Una nota di Gian Antonio Stella - a cura di Federico La Sala

Lanciato l’appello, il sito di Io Donna è stato sommerso di lettere di sdegno, di protesta, di solidarietà. Molte delle quali firmate da stranieri. Altre da italiani con un nome straniero (...)
domenica 28 novembre 2010 di Federico La Sala
[...] Più italiano di tanti italiani, Khawatmi ha lanciato un appello ai 41 mila iscritti del suo movimento e a tutti gli immigrati «che rappresentano il 7% della popolazione, producono l’11,2% del nostro Pil pari a 130 miliardi di euro, consentono all’Inps di pagare le pensioni versando ogni mese 752 milioni di contributi, continuano a fondare nuove imprese (250 mila negli ultimi tre anni) in netta controtendenza sulla crisi».
Dice l’appello: «La lingua italiana è quel meraviglioso (...)

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> "SOS PER L’ITALIANO": SALVARE "DANTE ALIGHIERI". ---- Test per immigrati e italiani somari Più che giusto che i «foresti» conoscano la nostra lingua, però... (di Gian A. Stella).

mercoledì 1 dicembre 2010

Test per immigrati e italiani somari Più che giusto che i «foresti» conoscano la nostra lingua, però...

di Gian Antonio Stella (Corriere della Sera, 01.12.2010)

«Test italiano per gli immigrati», esulta la Padania. E sotto il titolone che domina la prima pagina spiega: «Al via dal 9 dicembre il decreto firmato dai ministri Maroni Gelmini: permesso di soggiorno solo a chi dimostra di conoscere la nostra lingua. Il principio è lo stesso che è contenuto nel pacchetto sicurezza».

Obiezioni? No. Certo, questo tipo di test fu usato in America e altrove «contro» i nostri nonni. Al punto che lo «scienziato» Arthur Sweeny, nel saggio Immigrati mentalmente inferiori - Test mentali per immigrati pubblicato da North American Revue nel numero di maggio 1922, se ne servì per teorizzare l’incapacità degli italiani di stare al passo con gli altri stranieri arrivati negli States: «Non abbiamo spazio in questo Paese per "l’uomo con la zappa", sporco della terra che scava e guidato da una mente minimamente superiore a quella del bue, di cui è fratello». Nonostante il rischio che qualcuno se ne serva per prepotenze razziste, però, l’obbligo per chi viene a vivere in Italia di conoscere l’italiano non è affatto sbagliato. Anzi, al di là della questione di principio (chi viene qua deve integrarsi: per il bene nostro, suo e dei suoi figli) perfino i più accaniti nemici di ogni regolamentazione del fenomeno immigratorio devono riconoscere che un filtro come questo può aiutare ad esempio a spezzare il cerchio infame con cui certi mariti riducono l e mogli i n schiavitù domestica o certi padroni cinesi riducono in schiavitù gli immigrati più poveri in tanti laboratori clandestini. Conoscere la lingua del Paese in cui si vive è essenziale per uscire e rompere l’isolamento. Detto questo, una domanda: chi li preparerà, quei test per valutare l’italiano degli immigrati? Qualche burocrate di quelli che scrivono «obliterare» invece che timbrare o sostengono che «il treno non "disimpegna" servizio di prima classe»? Ne rideva già 45 anni fa Italo Calvino spiegando che il cittadino dichiarava «stamattina presto andavo in cantina ad accendere la stufa...» e il brigadiere verbalizzava: «Il sottoscritto, essendosi recato nelle prime ore antimeridiane nei locali dello scantinato per eseguire l’avviamento dell’impianto termico...».

Li preparerà qualche funzionario locale? Di quelli come il segretario comunale di Ariano Irpino che usa parole come «meridianamente epifanica» o «devozione al culto del formalismo idealizzato come un rifugio onirico»? Scelga bene, il ministro Maroni. L’importante è che non affidi il compito di valutare se gli immigrati sanno l’italiano a certi amici di partito. Come il sindaco leghista di Montegrotto, Luca Claudio, che tempo fa fece scrivere polemicamente sui cartelli stradali luminosi della cittadina le seguenti parole: «Cittadini, emigrate! Vivrete meglio da immigrati in un’altro paese». Dove «un’altro» aveva l’apostrofo. Prova provata che i somari, in ortografia e grammatica, non son solo «foresti».


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