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ARTE E NEUROSCIENZE.

ESTETICA, CREATIVITA’, E PAURA DELLA NEUROESTETICA. Alcune risposte di Semir Zeki ad Armando Massarenti - a c. di Federico La Sala

La nascita della neuroestetica, così chiamata da Semir Zeki nel 2001, ha fatto chiarezza nell’ambito di quella che un tempo era considerata filosofia dell’arte e che oggi invece si è sempre più propensi a considerare una scienza della percezione
giovedì 5 maggio 2011 di Federico La Sala
[...] La maggior parte di noi oggi è affascinata dalle scoperte astronomiche che cercano di scandagliare le origini e i limiti dell’universo; molti di noi ammirano Newton per aver individuato la legge di gravità che sta alla base del movimento dei corpi celesti. Forse questo ha diminuito il nostro entusiasmo e la nostra curiosità sull’Universo? Assolutamente no. E perché mai, allora, le conoscenze relative alla creatività, ai neurotrasmettitori dell’area della ricompensa, alla fisiologia (...)

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> ESTETICA, CREATIVITA’, E PAURA DELLA NEUROESTETICA. -- «Ma per i simboli ci vuole l’arte». Ludovica Lumer: «Allargo la visione con la neuroestetica»

domenica 20 ottobre 2013

«Ma per i simboli ci vuole l’arte» Ludovica Lumer: «Allargo la visione con la neuroestetica»

di Roberta Scorranese ( Corriere della Sera-La Lettura, 20.10.2013)

Mentre dipingeva le sue mele gialloverdi, Cézanne ripeteva spesso: «Nella pittura ci sono due cose: l’occhio e il cervello. E devono aiutarsi tra loro». Si era nella seconda metà dell’Ottocento, ma il legame profondo tra arte e materia cerebrale cominciava a prendere forma, in un’Europa sempre più attenta agli abissi psichici. A Vienna, più tardi, Freud e Arthur Schnitzler si confronteranno in accese discussioni sull’argomento, dopo aver condiviso i banchi universitari negli studi in medicina; le forme inquietanti di Klimt indagheranno sulle ferite inconsce, mentre le teorie di Darwin avevano diffuso l’idea di un essere umano come prodotto «di un’evoluzione biologica». Misurabile, dunque.

«Oggi l’anello che tiene insieme arte e cervello è declinabile in numerose discipline, prima fra tutte la neuroestetica», dice Ludovica Lumer, 42enne milanese. Ludovica ha studiato filosofia e neurobiologia, prima di specializzarsi in neuroestetica con il britannico Semir Zeki, massimo studioso di questa particolare scienza che analizza il cosiddetto «occhio del cervello». Da due mesi, Lumer è a New York per fare un passo avanti: è stata ammessa alla Psychoanalytic Society & Institute. «In sostanza - ride - unirò la psicanalisi allo scandaglio della neuroestetica». Uno sguardo completo, dunque, che abbraccia l’intero concetto di «visione», esterna e interna, quella che si ferma sull’opera d’arte e quella che ne restituisce una parte all’inconscio.

Ma in che modo l’arte ci ha aiutato a comprendere i meccanismi del cervello? «In molti modi - afferma la ricercatrice - io credo che l’estetica, oggi più che mai, sia fondamentale. Ci aiuta a dare delle risposte laddove la scienza deve necessariamente fermarsi. Un artista e medico come Cesare Pietroiusti, durante un convegno, ha detto che se improvvisamente l’arte sparisse dal mondo, il microfono che lui in quel momento aveva in mano non avrebbe mai più avuto la possibilità di essere altro che un microfono». Così come il famoso orinatoio di Marcel Duchamp cesserebbe di essere un’opera e tornerebbe a essere un accessorio scabroso. Ecco il primo «sostegno»: l’arte aiuta il cervello a costruire significati simbolici. Produce senso, come aveva intuito anche lo storico e critico Ernst Gombrich (per il quale le immagini che l’artista crea, vengono poi ricreate, a loro volta, nel nostro cervello).

Lumer cita esperimenti: «Per visualizzare le fasi dell’elaborazione dei colori nel cervello umano, Zeki ha utilizzato le opere dei Fauves». E anche alcuni dipinti di Cézanne, come «Pommes, pêches et poires». Con una vera risonanza magnetica. Il potere dei colori di Monet o delle distorsioni di Picasso va anche oltre: alcuni ricercatori parlano di «simulazione incarnata», l’inclinazione a ripetere le azioni che vediamo nell’opera.

«In un altro esperimento - continua la studiosa - è stata analizzata la “risposta” davanti al celebre “La trahison des images” di Magritte. Ebbene, detto in termini molto semplici, l’occhio interiore registra l’immagine della pipa e la parola “pipa” in modi interessanti». E ancora: perché alcune opere d’arte ci piacciono e altre no? «A questo - annota Lumer - ha cercato di rispondere una ricerca di Zeki condotta con il collega giapponese Kawabata. Hanno mostrato tele molto diverse tra loro a un centinaio di persone. Al di là del risultato dell’esperimento, quello che incuriosisce è il paradigma che ne è scaturito, il disegno della misurabilità di un’esperienza soggettiva così personale, intima». Zeki e Kawabata hanno osservato che, mentre i rappresentanti del campione scelto guardavano quadri descritti come «belli», nel cervello si attivava l’area nota per il suo coinvolgimento nei meccanismi di ricompensa. Dunque, il bello ci rende felici. Lo ha dimostrato, in Italia, il gruppo di ricerca di Enzo Grossi, che ha esaminato un campione di quasi duemila persone.

Ma vale la pena ricordare che il cervello stesso ha una sua valenza estetica: una specie di meccanismo di precisione irrorato da alchimie ancora inspiegabili in una forma emblematica, simile a una ghianda, un guscio fertile. Non è una divagazione: il neurologo americano Frank Lynn Meshberger, visitando la Cappella Sistina, ha ravvisato, nel gruppo pittorico michelangiolesco «Creazione di Adamo», l’immagine di un cervello (lo ha scritto in un famoso articolo pubblicato sul Journal of American Medical Association). Se dunque è vero, come diceva Cézanne, che «nella pittura ci sono due cose: l’occhio e il cervello», l’arte è un validissimo sguardo segreto da non lasciar appassire.


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