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ARTE E NEUROSCIENZE.

ESTETICA, CREATIVITA’, E PAURA DELLA NEUROESTETICA. Alcune risposte di Semir Zeki ad Armando Massarenti - a c. di Federico La Sala

La nascita della neuroestetica, così chiamata da Semir Zeki nel 2001, ha fatto chiarezza nell’ambito di quella che un tempo era considerata filosofia dell’arte e che oggi invece si è sempre più propensi a considerare una scienza della percezione
jeudi 5 mai 2011 par Federico La Sala
[...] La maggior parte di noi oggi è affascinata dalle scoperte astronomiche che cercano di scandagliare le origini e i limiti dell’universo ; molti di noi ammirano Newton per aver individuato la legge di gravità che sta alla base del movimento dei corpi celesti. Forse questo ha diminuito il nostro entusiasmo e la nostra curiosità sull’Universo ? Assolutamente no. E perché mai, allora, le conoscenze relative alla creatività, ai neurotrasmettitori dell’area della ricompensa, alla fisiologia (...)

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> ESTETICA, CREATIVITA’, E PAURA DELLA NEUROESTETICA. ---- NEUROTEOLOGIA (di Alberto Melloni - .Cercando il « neurone di Dio »)

mardi 14 juin 2011

Cercando il « neurone di Dio »

di Alberto Melloni (Corriere della Sera, 13 giugno 2011) *

L’interesse per il rapporto fra cervello ed esperienza religiosa non nasce con la scienza moderna o la filosofia della mente. L’ermeneutica biblica dell’uomo imago Dei, le tradizioni d’Oriente, la teologia del logos, la dottrina dei « sensi » spirituali delle teologie cristiane, la pretesa di « razionalità » della rivelazione coranica costituiscono un patrimonio immenso di figure e interessi. Un patrimonio che spiega perché Cartesio cercasse di localizzare l’anima in una ghiandola del cervello e perché il rapporto della religiosità con la mente e il cervello susciti tanto interesse nel secolo XX.

Sarebbe sbagliato rappresentare questa ricerca come un banale conflitto fede/scienza. Perché per alcuni - non sempre, non tutti - la scienza non è un metodo, ma un giudice al quale si deve chiedere di « dimostrare » vuoi la illusorietà vuoi la solidità dell’atto religioso. Sia chi crede di provare che l’idea Dio è una mera funzione interna al pensare sia chi pensa che proprio l’esistenza di funzionalità « spirituali » nel cervello dovrebbe convincere tutti che un disegno superiore presiede all’evoluzione della nostra razionalità - gli uni e gli altri condividono un terreno che spesso viene chiamato « neuroteologia » (una espressione dello scrittore di fantascienza Aldous Huxley).

Per gli uni e per gli altri l’esperienza religiosa viene identificata con uno stato di appagamento, di felicità quieta, di acquisizione di « senso » come rassicurazione del sé, una « sensazione » pacificata : una visione che la letteratura ben conosce - come spiegava già la descrizione del paradisiaco istante che precede l’attacco epilettico ne L’idiota di Dostoevskij - e che viene assolutizzata.

È una storia che inizia già con William James (1842-191o). Lo psicologo di Harvard, di fede calvinista, affronta il tema in modo apodittico e pragmatista : la mente sana pensa Dio in positivo come un aiuto, mentre la mente malata vive la fede come espressione di angoscia. Più tardi James H. Leuba (1867-1946), rigido « naturalista », trova nella religione, intesa come esperienza estatica, una espressione primitiva e ripetibile anche grazie a sostanze stupefacenti. Queste teorie della psicologia della religione e le loro evoluzioni diventeranno negli anni Cinquanta oggetto di esperimenti, coerenti però con l’idea che la « sensazione » sia la semantica del religioso. E quando Wilder Penfield (1891-1975) scopre che una stimolazione elettrica del lobo temporale destro produce stati estatici, si apre un nuovo filone che si concentra su questa patologia e sulle sue analogie con la meditazione mistica.

* La voce "neuroteologia" scritta da Alberto Melloni per il dizionario « la Mente » dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani .

In parte questa ricerca si muove in una direzione dichiaratamente antireligiosa. Ancora nel 1994 Laurence O. McKinney scrive che il sentimento religioso, pur nella varietà delle forme che prende, è « universale » solo perché lo sviluppo cerebrale impedisce di recuperare informazioni sufficienti sull’infanzia e questo « vuoto » genera la domanda sul « da dove veniamo », alla quale il fatto religioso s’incarica di rispondere.

Da tempo, comunque, un medico canadese - Michael Persinger, che si presenta come un liberatore dalla mistificazione religiosa e viene contestato da manifestazioni di evangelicali inferociti - ricorre a uno « strumento » per dimostrare sperimentalmente la stessa tesi. Inventa un « casco » che produce disturbi magnetici, durante i quali il lobo temporale farebbe « esperienza » di un Dio : finalmente smascherato come effetto elettrico... Perfettamente funzionante con molti suoi studenti, il « casco » dà solo serie emicranie a volontari di maggior rango e di sicuro ateismo come Richard Dawkins... Tramite la tomografia a emissione di fotone singolo, Andrew Newberg, Eugene D’Aquili e Vince Rause monitorano il cervello di religiosi in meditazione.

La scoperta dei centri attivati dalla pratica religiosa dimostra una attività della corteccia prefrontale : il fatto che la meditazione funzioni come una iperquiescenza basta, secondo loro, a dimostrare che « il cervello ha una capacità innata (built-in) di trascendere la percezione di un sé individuale » e che dunque ciò che si chiama usualmen te religiosità è una sua funzione. Il sarcasmo anticartesiano di Spinoza avrebbe senz’altro definito questa scoperta una « qualità più occulta » di quella che si voleva scoprire. Ciò che invece accade è che molti scienziati percorrono la stessa via in senso apologetico : i nomi di Harold Koenig e Esther M. Sternberg sono molto citati dachi, a partire dagli studi sul nesso fra cervello e sistema immunitario, sostiene che la minor incidenza di malattie nella popolazione « religiosa » sarebbe la riprova di una empirica « salutarità » della fede.

E James H. Austin, con il suo Zen and the Brain, dimostra gli effetti benefici della meditazione su mente e cervello : cosa che entusiasma i sostenitori di una apologetica del religioso su base scientifica. Perché - è la tesi di Wentzel van Huyssten - l’idea dell’imago Dei sarebbe il codice cifrato di queste scoperte : la religiosità come attitudine essenziale all’essere uomo sarebbe dimostrata dalla neuroteologia, perché direbbe che mente e cervello hanno i codici per comprendere l’amore di Dio.

A questo upgrade della ricerca neurologica a criterio di decostruzione dell’esperienza religiosa, tipica delle spiritualità fondamentaliste, s’è opposto l’appello di teologi e scienziati ad una certa « neuroumiltà ». Strumenti di indagine assai raffinati dimostrano soltanto di saper individuare i correlati neuronali degli stati mentali propri dell’esperienza religiosa : né più né meno. Il tentativo di ridurre Dio a movimenti di neuroni e quello di usare i neuroni per dimostrarne l’esistenza si muovono in un vicolo cieco da ambo i lati. Se c’è una zona del cervello attivata dalla meditazione religiosa, ciò non significa che neurologia e teologia hanno cessato di avere compiti diversi e metodi ai quali ciascuna si deve attenere. Dove il teologo difende la libertà dell’individuo, lo scienziato scopre che credenza, agnosticismo e incertezza pongono alla sua ricerca una unica e identica domanda.

* La voce "neuroteologia" scritta da Alberto Melloni per il dizionario « la Mente » dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani .


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