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’NDRANGHETA ("ANDRAGATHIA") : FILOLOGIA E POLITICA. " Forse non sarà mai possibile imporre a tutti "il dovere del coraggio", ma almeno sarà possibile (...) chiamare le cose con il loro vero nome : ’ndrangheta".

ALLA REGIONE CALABRIA UNO SPIRITO NUOVO, A PARTIRE DALLA PAROLA : DARE ALLE COSE IL LORO NOME !!! Un "editoriale" sul giornale dei Vescovi di Domenico Delle Foglie - a cura di Federico La Sala

Una piccola rivoluzione linguistica che la giunta spiega così : « È una precisa presa di coscienza che si esprime nel dare alle cose, appunto il loro nome ».
vendredi 28 janvier 2011 par Federico La Sala
[...] quello che sta accadendo può apparire non solo come un atto di coraggio intellettuale, ma anche come una piccola ma significativa svolta nei rapporti fra i Palazzi della politica e la società civile. Infatti, per affrontare un nemico insidioso, feroce e potente come la ’ndrangheta, non basta il coraggio. Occorrono una serie di circostanze favorevoli : la maturazione diffusa, nella popolazione, di una profonda consapevolezza del fenomeno nella sua effettiva drammaticità ; la formazione (...)

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> ALLA REGIONE CALABRIA UNO SPIRITO NUOVO -- RACCONTARSI DIVERSAMENTE. « Querelare il “Corsera” non aiuterà la Calabria » (di Emiliano Morrone).

mercredi 24 janvier 2018

« Querelare il “Corsera” non aiuterà la Calabria »

di Emiliano Morrone*

Querelare il “Corriere della Sera” non risolve, a mio parere, il problema dell’immagine della Calabria nel resto dell’Italia e del mondo. Lo dico intanto ai 51 sindaci calabresi che procederanno per un recente articolo dell’inviato Goffredo Buccini in materia di scioglimenti da infiltrazioni (qui l’articolo sull’annuncio dei sindaci).

Nel complesso la regione non è identificabile con la mafia, le faide, le minacce, il sangue e il dolore perpetrati dalle consorterie criminali. Ma è pur vero che la cronaca ne registra la ricorrenza davanti alla distrazione o al silenzio cieco nei partiti, nei quali manca oltremodo l’animo di allontanare personaggi ambigui e sospetti, se non dopo arresti clamorosi, e di manifestare ripugnanza davanti a pratiche e comportamenti illegali.

Va trovato un equilibrio nel giudizio individuale e collettivo, auspicando una narrazione interna della Calabria diversa da quella di vari governi locali, incline a celebrare l’effimero per coprire incapacità e opportunismo di eletti, dirigenti e funzionari. Giova un appello alla politica perché colga e promuova l’utilità del racconto delle potenzialità e delle risorse, soprattutto creative e sociali, dell’intero territorio, ancora periferico e gravato dal pregiudizio della mafiosità genetica, ontologica, del calabrese in quanto tale.

Su “Sette” del “Corriere della Sera”, Cesare Fiumi scrisse nell’ottobre 2012 un bellissimo reportage sulla Calabria, cui collaborai, intitolato « Indagine su una regione al di sotto di ogni sospetto ». La celebre firma partì dalla geografia e antropologia del luogo, segnato dall’onnipresenza del cemento, dalle frane e dall’incuria, pervaso dalla fascinazione del brutto e dalla “didattica” dell’arrendevolezza. Intervistò figure di una resistenza civile che non suscita curiosità, scalpore, emozioni : utopisti intramontabili come Nino De Masi o Francesco Minervino, ostinati nel credere, malgrado il sistema, alla vittoria futura delle regole, delle istituzioni, del popolo sano di Calabria.
-  In ben otto pagine di approfondimento, compendiate dalle fotografie emblematiche - di Enrico De Santis - della doppiezza nella modernità calabrese, Fiumi riportò ombre e luci della regione, superando stereotipi e credenze comuni per cui saremmo marci e spacciati quale gente. Dal suo sguardo di “forestiero” uscì un quadro descrittivo e indirettamente prescrittivo, che varrebbe riprendere per un discorso serio, prospettico, su come la Calabria si possa presentare fuori confine.

Negare la penetrazione della ’ndrangheta sarebbe sciocco, prima che ridicolo. E sarebbe disonesto ignorare l’impegno quotidiano di educatori, imprenditori, operai, religiosi, intellettuali, cronisti, magistrati, tutori dell’ordine, volontari e coscienze libere, volto a costruire una Calabria produttiva e solidale, nemica della violenza e foriera di speranza.

La politica deve e può imboccare la via della saggezza e della lungimiranza, rinunciando alla chiusura che la caratterizza ; all’ossessione di marchiare battaglie e iniziative di progresso ; al vizio di “oscurare” pensieri, parole e opere di figure non allineate o perfino neutrali ; alla vecchia malattia di controllare e blindare gli spazi e il farsi della vita democratica ; all’idea che la sede penale determini di per sé il riscatto collettivo dopo decenni di pesante emigrazione dalla Calabria, dopo lustri attraversati dalla nostra inattitudine - di residenti - a cooperare sulle priorità, a divulgare per bene l’importanza storica, il patrimonio disponibile e le eccellenze del luogo.

Tanti amministratori pubblici hanno sollevato nel tempo un problema che merita attenzione, correlato al ragionamento finora sviluppato. Va riformata la disciplina sugli scioglimenti e sulle interdittive. Questo non significa che bisogna rammollirsi nella lotta all’inquinamento mafioso. Occorre invece un confronto politico di profondità per articolare norme in grado di evitare il discredito istintivo e l’impulsiva catalogazione di popolazioni, aziende e origini personali, ma sempre a difesa dell’imparzialità dei settori pubblici e della libertà economica.

Per il resto, prendersela con le testate nazionali non modifica la realtà, che tocca a noi riconoscere e rappresentare. Nel bene e nel male.

*giornalista

* Corriere della Calabria, Mercoledì, 24 Gennaio 2018


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