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PAROLE, REALTA’, E NARRAZIONI NELL’EPOCA DEL BERLUSCONISMO GALOPPANTE (1994-2011)

IMMIGRAZIONE, NARRAZIONE, E FUTURO: LE PAROLE SONO IMPORTANTI, MA "L’ESPRESSO" NON LO SA PIU’. Una nota di Igiaba Scego - a c. di Federico La Sala

Assalto (...) è questa parola che campeggia sulla copertina dell’ultimo numero dell’ Espresso: Assalto all’Europa. Questa copertina mi ha sconcertato non poco. Sembrava l’annuncio di una guerra (...)
mercoledì 9 marzo 2011 di Federico La Sala
[...] Ho notato con mio sommo
rammarico che a sinistra la narrazione dell’immigrazione è spesso speculare a quello dei giornali
della Lega e del centrodestra. C’è poca riflessione su questi temi. Certo c’è la Carta di Roma, Il
Protocollo deontologico concernente richiedenti asilo, rifugiati, vittime della tratta e migranti, ma
quanti la applicano? Un’altra narrazione dell’immigrazione è non solo possibile, ma necessaria per
una sinistra che si proclama europea e democratica [...]
POLITICA E (...)

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> IMMIGRAZIONE, NARRAZIONE, E FUTURO .... --- «Clandestini invasori». Quando le stesse parole diventano razzismo (di Iglaba Sciego).

domenica 10 aprile 2011


-  «Clandestini invasori»

-  Quando le stesse parole diventano razzismo

-  Il linguaggio usato dai media per raccontare l’esodo dei migranti trasuda di stereotipi.
-  La prospettiva della narrazione è sempre dalla parte del paese d’arrivo. Mai di partenza

di Iglaba Sciego (l’Unità, 10.04.2011)

Emergenza, orda, valanga, invasione, assalto, paura. Queste alcune delle parole usate nei media questi giorni per descrivere la situazione nell’isola siciliana di Lampedusa. Tutta la vicenda è stata raccontata sempre da una sola prospettiva quella del paese di arrivo. Ho notato infatti che nella narrazione è sempre assente la voce dei migranti o dei media non ufficiali.

Il discorso mediatico è sempre diretto da un “Noi” che racconta un “Loro”. Il “Loro” è considerato dal “Noi” un problema da eliminare ad ogni costo. Conosciamo questo “Loro” attraverso immagini sempre uguali a se stesse: li vediamo sui barconi, in fila sotto lo sguardo vigile di un poliziotto con la mascherina (mascherina che ci rimanda a possibili malattie) o mentre manifestano per un tozzo di pane e un po’ di acqua. Siamo abituati ormai ai primi piani stretti che deformano questi volti stanchi e frustrati. I migranti sono equiparati nei servizi Tv ad animali: puzzano, ringhiano, si agitano. I giovani tunisini si trasformano davanti a nostri occhi in non persone. Non hanno un nome, una età o un sentimento.

Questa disumanizzazione che parte dalle immagini culmina nell’uso della parola “clandestino”. Questa parola disumanizza, non ci fa tener conto delle mille storie individuali, della situazione di partenza da cui il migrante arriva. Cancella tutto e ci fa venire il dubbio che questo qualcuno che arriva forse è un delinquente. Il clandestino è un non essere, non ha emozioni, non ha voce, non pensa e in definitiva anche se respira non vive. È diverso dal “Noi” e deve essere relegato dove non può fare danni. La figura del clandestino ricorda molto da vicino la categoria degli atavici di Lombrosiana memoria, ossia quelle persone che il determinismo scientifico (e razzista) del XIX secolo considerava assassini nati.

I media inoltre hanno creato ad arte la distinzione tra migranti buoni e migranti cattivi, da una parte queste non persone, i clandestini e dall’altra i poveri cristi dei rifugiati che scappano dalle guerre. Purtroppo molta sinistra è caduta nella trappola di questa cattiva pratica ideata dal centrodestra e quasi tutti, in buona fede, hanno cominciato a dividere i buoni dai cattivi, i clandestini dai rifugiati. Certi i somali, gli eritrei, gli etiopi sono profughi, provengono da un Corno D’Africa infiammato dai conflitti e hanno davvero bisogno di aiuto.

Ma anche i tunisini hanno davvero bisogno d’aiuto. Dobbiamo ricordare che il Nord Africa sta vivendo un momento molto delicato della sua storia e che le dittature che hanno esasperato queste popolazioni sono state appoggiate (e rimpinguate) dall’Occidente intero. Non è un caso che Bettino Craxi sia sepolto proprio in Tunisia. Ben Alì ha purtroppo potuto soffocare la sua gente per anni anche con il nostro aiuto. Servirebbe un piano Marshall per creare lavoro in Tunisia dare una spinta al turismo e trovare una soluzione comune. Questo fermerebbe la fuga dei giovani. Ma nessuno per ora ci sta pensando. Ma queste colpe “europee” (e italiane in particolare) non sono illuminate a sufficienza dai media né tantomeno dalla politica. Non creano opinione. Non portano a provvedimenti.

Inoltre, a mio parere, i media non hanno messo in luce nemmeno il parallelismo che c’è tra i giovani tunisini e i giovani italiani. Mi è capitato di pensarci rileggendo giorni fa Vivo Altrove di Claudia Cucchiarato, giovane giornalista italiana residente in Spagna Claudia ha raccolto le storie di alcuni tra le decine di migliaia di giovani che negli ultimi anni hanno deciso di abbandonare l’Italia. Giovani stanchi del precariato, stanchi di non trovare lavoro, stanchi di non vedersi valorizzati. Noretta, Angela, Marco, Roberto, Claudia Cucchiarato stessa hanno trovato altrove la loro vita e ora sono felici di aver riacchiappato il proprio futuro all’estero.

Ora questo succede se si ha un passaporto europeo o del cosiddetto primo mondo. Se disgraziatamente non si hanno questi requisiti le cose vanno diversamente. Mi sono chiesta in questi giorni quale sia la differenza tra un Marco, cittadino italiano, e un Ahmed, cittadino tunisino, per esempio. Entrambi hanno 20 anni, entrambi hanno sudato sui libri, entrambi amano il rap e Eminem. Perché per alcuni, la gente di Marco, il diritto al viaggio è un diritto acquisito che non si discute e per altri questo diritto non è contemplato? Perché Marco può prendere un aereo, viaggiare pulito e tranquillo, mentre Ahmed deve prendere un barcone fatiscente e rischiare la vita? Hanno la stessa età, gli stessi sogni, la stessa voglia di futuro. Purtroppo hanno geografie diverse.

Dobbiamo a sinistra riflettere anche su questo... perché qui si decide che paese vogliamo costruire nel futuro, se uno basato sui diritti umani o uno basato sui privilegi per pochi noti.


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