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KANT, ETICA ED EBRAISMO. SEGUENDO ACRITICAMENTE LEVINAS, BUBER, ROSENZWEIG, WITTGENSTEIN ....

PER RINNOVARE LA FILOSOFIA, HILARY PUTNAM INTERPRETA KANT COME EICHMANN. E PROPONE COME "UNA GUIDA DI VITA" LA SUA "FILOSOFIA EBRAICA". Una pagina dal suo libro, con note - a cura di Federico La Sala

Armando Massarenti : (...) mentre in Svezia gli viene assegnata quella sorta di Nobel per la filosofia che è il Rolf Schock Prize, in Italia esce uno dei suoi libri più sorprendenti (...)
jeudi 24 mars 2011 par Federico La Sala
[...] l’etica non deve essere ricavata da una qualche metafisica, nemmeno una metafisica "ontica" (ossia "anti-ontologica") come quella di Heidegger, ma anche che l’intera riflessione su ciò che vuol dire essere un essere umano deve iniziare con una simile etica "non fondata". Ciò non significa che Levinas vuole negare la validità, per esempio, dell’« imperativo categorico » : quel che rifiuta è ogni formula come « comportati in questo e quest’altro modo perché... ». In molti e diversi modi (...)

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> PER RINNOVARE LA FILOSOFIA .... “Realismo sì o no ? Sbagliava anche Russell”. È importante spiegare come la percezione ci dia l’accesso alla realtà (di Hilary Putnam).

mardi 4 décembre 2012

-  Nei giorni scorsi La Stampa ha ospitato su questo tema il confronto tra Vattimo e De Caro
-  Ecco cosa ne pensa il grande filosofo americano
-  È importante spiegare come la percezione ci dia l’accesso alla realtà
-  Per Russell si percepisce un oggetto rimanendo sempre all’interno della propria mente

di Hilary Putnam (La Stampa, 04.12.12)

Quel che c’è di nuovo nel realismo che difendo oggi rispetto al realismo cui aderii negli Anni Settanta è che esso riguarda un numero molto più ampio di aree filosofiche, mentre l’altro riguardava solo la scienza. Nel mio caso, tuttavia, l’aggettivo « nuovo » nel termine « nuovo realismo » non significa affatto che io non accetti più il realismo scientifico che difendevo negli Anni Settanta (per esempio nel mio libro Verità e etica, del 1978), ma che in quella versione di realismo c’erano insite varie difficoltà che, attorno al 1980 e per una decina d’anni, mi indussero ad abbandonare del tutto il realismo.

In seguito sono tornato su posizioni realiste, ma rendendomi conto che mi sarei dovuto occupare di molte altre aree della filosofia oltre a quelle di cui mi ero occupato in Verità e etica : in particolare, avrei dovuto affrontare questioni che concernono la teoria della percezione e la filosofia della mente. Per fare un esempio : se non spieghiamo come la percezione ci dia l’accesso alla realtà, qualunque forma di realismo è necessariamente incompleta. E poi ci sono problemi anche sul versante della filosofia della scienza : non sempre, infatti, la scienza autorizza una forma molto semplice di realismo, secondo cui ogni fenomeno ha una e una sola descrizione, e tutte le altre descrizioni sono ad essa equivalenti. Le cose non sono così semplici.

Ma consideriamo più da vicino la filosofia della percezione e un grande cambiamento che l’ha riguardata. Per molti anni Bertrand Russell, probabilmente il più grande filosofo analitico del secolo scorso, contestò duramente il « realismo diretto », o « realismo ingenuo », ovvero la concezione comune secondo cui noi generalmente percepiamo le cose come esse effettivamente sono (e dunque i tavoli e le sedie che percepiamo sono veramente là fuori). L’opinione di Russell era che questa concezione fosse grossolanamente erronea. A suo giudizio, infatti, quando percepiamo gli oggetti, noi rimaniamo sempre all’interno del nostro « spazio privato », nella nostra mente : e dunque l’esistenza dei veri oggetti può essere da noi soltanto inferita.

Negli ultimi tempi però c’è stata un’ampia reazione contro questa posizione di Russell e molti filosofi della percezione oggi vogliono tornare a una qualche versione del realismo diretto. Ma se questa concezione possa essere veramente ripresa, ed eventualmente come debba essere articolata, è una questione assai complessa e io stesso me ne sto sempre più attivamente (ora sto anche lavorando a un libro di filosofia della percezione).

Un altro punto che mi sembra importante notare rispetto a questi temi riguarda una tesi sostenuta dai positivisti logici, ma anche da molti altri filosofi che non si consideravano affatto positivisti logici. Si tratta della distinzione tra due tipi di giudizi : i giudizi di fatto e i giudizi di valore. I giudizi di fatto sarebbero quelli di cui fanno uso le discipline scientifiche, mentre i giudizi di valore sarebbero quelli che riguardano discipline come l’etica e l’estetica.

A mio giudizio, però, questa distinzione è completamente insostenibile, perché la stessa scienza presuppone costantemente giudizi di valore. Con ciò non intendo sostenere che la scienza presupponga costantemente valori etici o politici, ma che essa presuppone sempre valori epistemici come la coerenza o la semplicità.

Per esempio, quando la comunità scientifica fa propria una determinata teoria fisica, ciò non accade soltanto perché quella teoria offre predizioni migliori delle teorie concorrenti, ma anche perché essa perviene a quelle predizioni nel modo più semplice e coerente.

Non molte persone sono consapevoli di quanto numerose siano le teorie, potenzialmente alternative a quelle che accettiamo, che sin dall’inizio vengono respinte non perché non abbiano buone provesperimentali a proprio sostegno, ma per considerazioni di puro ordine metodologico : ovvero per considerazioni basate su giudizi di valore epistemico.

Un mio amico scienziato mi ha raccontato di una conversazione che ebbe una volta con Karl Popper. « Caro Karl - il mio amico disse a Popper tu non penseresti mai che la scienza testi veramente ogni teoria falsificabile, se ogni settimana ti ritrovassi sulla scrivania tutte le bizzarrissime teorie che arrivano sulla mia ! ».


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