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EREDI. Tema della rassegna di Bologna. Un ciclo di lezioni e letture classiche, sui legami tra le epoche e le generazioni.

L’EREDE: IL PESO DEI PADRI (ATEI E DEVOTI). UN’EREDITA’ ANCORA PENSATA ALL’OMBRA DELL’"UOMO SUPREMO" E DEL "MAGGIORASCATO". Una riflessione di Massimo Cacciari su "cosa significa ereditare il passato" - a c. di Federico La Sala

(...) Siamo eredi che ignorano l’essenza più nobile della nostra eredità: il linguaggio - e lo massacriamo come fosse un mero strumento a nostra disposizione. Siamo, sotto questo aspetto, eredi che non sanno parlare (...)
lunedì 9 maggio 2011
[...] Erede è nome di una relazione massimamente pericolosa, il cui senso è oggi soffocato tra impotenti nostalgie conservatrici, quasi a voler fare del figlio l’automatico erede, e idee sradicanti, se non deliranti, di libertà, e cioè di un essere liberi in quanto assolutamente non destinati alla ricerca di essere eredi, di un necessario rapporto con l’altro da sé. Non solo non cerchiamo di essere eredi, ma accogliamo soltanto eredità che non impegnino, che non obblighino, che ci (...)

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> L’EREDE: ALL’OMBRA DELL’"UOMO SUPREMO" E DEL "MAGGIORASCATO". --- La Messa della vita. La “Messa sul mondo” di Teilhard de Chardin (di Edmondo Cesarini)

lunedì 14 novembre 2016

THEILARD DE CHARDIN. La “Messa sul mondo” e la suggestione di un’Eucarestia cosmica ...:

      • KANT E SAN PAOLO. COME IL BUON GIUDIZIO ("SECUNDA PETRI") VIENE (E VENNE) RIDOTTO IN STATO DI MINORITA’ DAL GIUDIZIO FALSO E BUGIARDO ("SECUNDA PAULI").


CHIESA

Dimensione eucaristica

La Messa della vita

di EDMONDO CESARINI*

Nell’Ultima Cena, Cristo ai discepoli offrì il pane (che può essere preso a simbolo della materialità e miseria umana), esortandoli a parteciparne, perché “quello era il Suo Corpo”. Poi offrì loro il vino (che può essere preso a simbolo della sofferenza e vitalità umana) invitandoli ad accettarlo, perché “quello era il Suo Sangue” .

La nostra vita è spesso tessuta di materia e miseria, sofferenza ed impegno, e spesso ci allontana dalla dimensione religiosa. Ma la partecipazione all’eucarestia sull’altare deve insegnarci ed indurci invece a fare della nostra stessa vita una “Messa”, in cui la nostra umanità - “frutto della natura e delle esperienze dell’uomo” - diviene corpo di Cristo. (1Cor 12,27), formando così la pienezza del Corpo di Lui (Ef, 1,23) che cresce appunto mediante l’attività di ognuno nella carità (Ef 4,16).

Questo è il nostro compito di cristiani: sotto l’azione dello Spirito, attuare la pienezza del corpo. Oserei dire che tutta la materialità, la sofferenza, l’impegno della vita umana è la materia - il pane ed il vino - del sacramento cosmico con cui l’umanità è chiamata a divenire corpo di Cristo.

La “Messa sul mondo” di Teilhard de Chardin continua ad affascinare generazioni di cristiani, con la sua suggestione di un’Eucarestia cosmica; ma si potrebbe riflettere anche sull’espressione “Messa del mondo” o meglio ancora “Messa della vita”.

L’unica riflessione seria sull’essere o non essere cristiani è quella sulla “dimensione eucaristica”, che è sempre meno nel rito e sempre più nella vita.

In effetti noi siamo sacerdoti chiamati ed impegnati a transustanziare la realtà d’ogni giorno nella realtà metastorica del Corpo di Cristo.

Ma affinché sia parte di una celebrazione eucaristica, ogni nostro momento di vita va anzitutto “offerto”. Offerto al Padre, alla sua Volontà, al suo Progetto di amore su di noi, anche se spesso non ne abbiamo coscienza, o addirittura lo rifiutiamo.

Quest’offerta non è facile, perché la dinamica dell’offerta implica saper accettare e poi saper rinunciare all’oggetto della nostra offerta. Accettare la vita, i suoi problemi, le sofferenze, le limitazioni, la malattia, i fallimenti, ecc. è difficile, a volte sembra impossibile. Per questo ci arrabbiamo, ci deprimiamo, ci disperiamo, evadiamo con varie “droghe”, rifiutiamo la nostra vita, noi stessi, ci ribelliamo, non la “accettiamo”.

Ma anche per i momenti vissuti come “belli”, quelli di godimento, soddisfazione, successo, ecc. è difficile “l’accettazione”, cioè il sentirli “come un dono” dal Padre, dalle vicende della vita, dalle relazioni col prossimo; piuttosto crediamo che siano “cosa nostra”, il nostro tesoro geloso, guai a chi ce lo tocca... Insomma, in genere, gli eventi della vita cerchiamo o di rifiutarli o di appropriarcene. Raramente di accettarli: ma non si può offrire se non quello che si è accettato.

Solo sulla parte della nostra vita che sappiamo “offrire” possiamo pronunciare l’epiclesi, e può verificarsi la discesa dello Spirito. Lo Spirito è l’amore, lo Spirito è il vero, e opera negli eventi della nostra vita spingendoci ad agire la carità nella verità (e non c’è comunque l’una senza l’altra).

Ogni nostro evento di vita ha una sua Verità (cioè il progetto esistenziale di crescita cui è destinato) e questa va attuata con la carità.

Celebrare la Messa della vita implica l’attribuzione di sacralità e progettualità ad ogni momento dell’esistenza, affinché vivendolo nella carità possa partecipare alla costituzione di quella realtà metastorica che è la Chiesa, il Corpo di Cristo.

È naturalmente la ricerca costante della gioia nel crescere umanamente (“affinché la vostra gioia sia piena”) piuttosto che del piacere nel godimento momentaneo, un impegno costante ad utilizzare le opere ed i giorni per costruire, un’attenzione costante a vincere il tempo che passa, radicando gli atti vitali in una dimensione “su cui la morte non ha vittoria”.

Celebrare l’Eucarestia della vita “cambia la sostanza stessa della realtà”, diceva s. Giovanni Crisostomo: la “transustanzia”...

Occorre fare della propria vita una celebrazione eucaristica, per cui la nostra umanità si rende disponibile ad esprimere l’amore, diventando così corpo di Cristo.

Per fare questo, siamo nati. Ogni atto relazionale, ogni rapporto tra esseri umani può essere una “celebrazione eucaristica”. In ogni incontro “di due o tre in Suo nome” è presente Cristo e da ogni incontro può venire l’impegno ad un reciproco miglioramento, che è lo scopo del suo corpo, la Chiesa.

Si può cioè agire la consacrazione e la comunione. Noi riusciamo - in genere - a partecipare una volta a settimana all’eucarestia sull’altare, fondamento di tutte le relazioni umane, ma siamo ancora molto lontani dal partecipare all’eucarestia in ognuna delle relazioni umane, che pure ne sono l’effettiva sostanza. Dovremmo sempre ricordare “la larghezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità” insite in ogni rapporto umano.

Celebrare l’eucaristia nella vita è agire il perdono e l’amore. Con il perdono, il male che è stato non è stato più, cambia sostanza, diventa bene, come nella consacrazione in cui il pane diventa corpo. Con l’amore si costruisce il bene futuro. Come nella comunione, per cui la nostra partecipazione al corpo ci impegna alla relazionalità creativa, che è fonte di bene.

Ma amare non è “vogliamoci bene” e perdonare non è “scordiamoci il passato”: perdono e amore sono una modalità dell’agire umano molto più esistenzialmente significativa, costruttiva, produttiva, difficile anche.

Perdonare significa annullare il male che è stato; amare significa costruire il bene che ancora non c’è. Annichilire quello che è stato/creare quello che non c’è: operazioni divine per eccellenza. «Io faccio nuove tutte le cose», dice l’Agnello nell’Apocalisse.

La Messa della vita non è una pratica devozionale, un pio esercizio di spiritualità, come era una volta “la messa secca” di buona memoria (l’imitazione della messa fatta dai fedeli colti non consacrati). L’eucaristia della vita è la reale, concreta, ontologicamente vera, attuazione del corpo di Cristo in questa dimensione esistenziale terrena.

Come in un corpo vivente ogni cellula ha il Dna che definisce tutto l’organismo, così ogni essere umano- cellula del corpo, come diceva s. Paolo - può realizzare con la sua vita la dimensione esistenziale di Cristo, essere Cristo. Questa è la sconvolgente grandezza del messaggio cristiano, del buon messaggio, dell’ev-angelo: possiamo essere sacerdoti che attuano con la loro vita la Chiesa, Corpo di Cristo.

* coordinatore della sezione romana dell’Associazione nazionale Teilhard de Chardin

* Adista - Segni Nuovi, 19 NOVEMBRE 2016 • N. 40


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