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UOMO, NATURA, E FESTIVAL FILOSOFIA. Come la filosofia (e la teologia) senza grazia (gr.: "charis") e senza grazie (gr.: "charites") perde la testa e ricade nel sacco o, che è lo stesso, è incapace di salvare non solo capra cavolo lupo ma anche se stessa

NATURA E INTELLIGENZA ASTUTA: UN’UMANITA’ SENZA GRAZIA. Una sollecitazione a pensare (non dal Festival di Filosofia ma) dal mondo di Esopo e di Fedro - a c. di Federico La Sala

Il contadino oramai disperava di dissuadere il lupo dal mangiarlo e quindi di salvarsi quando, d’improvviso, vide arrivare una volpe e, confidando nella sua astuzia, le fece un cenno (...)
giovedì 15 settembre 2011 di Federico La Sala
FIABA, COSTITUZIONE, E SOCIETA’.
L’ASTUZIA DEL LUPO E I SETTE CAPRETTI. "APRITE, APRITE": SONO IL VOSTRO "PAPI"!!!

Il lupo e il contadino [che con l’aiuto della volpe ridiventa un animale cacciatore, come il lupo e peggio del lupo]*
Un lupo supplicò un contadino di nasconderlo ma, quando il pericolo fu passato, saltò fuori e volle mangiarsi il suo salvatore. «Non è giusto che tu mangi chi ti ha aiutato!» esclamò il contadino, ma (...)

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> NATURA E INTELLIGENZA ASTUTA: UN’UMANITA’ SENZA GRAZIA. Una sollecitazione a pensare -- Beneficenza e ingratitudine verso gli dèi: il mito di Issione - la rivisitazione di Pavese (di Alba Subrizio)

domenica 9 dicembre 2018

Beneficenza e ingratitudine verso gli dèi: il mito di Issione

«Faranno di te come un’ombra, ma un’ombra che rivuole la vita e non muore mai»

di Alba Subrizio (il Mattino di Foggia, 09.12.2018)

“Fai del bene e scordalo” recita un famoso proverbio, nato dal fatto che sempre più spesso i beneficiati non mostrano riconoscenza verso i benefattori. Lo sapeva bene il filosofo Seneca (I sec. d.C.) che nel trattato “Sui benefici” spiegava come il beneficio sia un’azione degna per sé, che prescinde da ogni convenienza e utilitarismo, ed è fonte di arricchimento sia per chi dona che per chi riceve; ciò che invece mina l’equilibrio del beneficio è l’ingratitudine che spesso si annida negli animi degli avidi.

Prima di Seneca, tuttavia, il mito è ricco di episodi di benefattori traditi e ingrati ma, tra di tutti, l’ingratus per antonomasia è Issione. Figlio del re dei Lapiti, sposò Dia, figlia dell’eroe Deioneo che Issione, da bravo genero qual era, gettò nei carboni ardenti; a quanto pare per non pagare al suocero il “prezzo della sposa”, ovvero la compensazione matrimoniale versata dallo sposo all’atto del matrimonio come pattuito. Orbene, Issione aveva violato un foedus (un patto) e si narra che fu il primo a portare tra i mortali l’assassinio di congiunti, eppure Zeus lo perdonò.

Difatti, dopo l’azione scellerata Issione fu perseguitato dalla totalità dei mortali, tanto che fu preso da follia; solo Zeus si mosse a pietà e dopo averlo purificato del delitto commesso, gli permise addirittura di partecipare alla sua mensa. Qui il beneficiato tentò di circuire Era (dea tra le dee e moglie del re dell’Olimpo); Zeus se ne accorse e allora, per cogliere Issione in flagranza di reato, creò un simulacro della consorte Era, in tutto identica a lei ma fatta da una nuvola e, pertanto, chiamata Nefele. Poi la inviò presso il re lapita. Issione non si fece problemi e, irriverente persino nei confronti del Padre degli dèi, fu sorpreso in palese amplesso con Nefele/Era.

Ecco che allora Zeus, pentitosi di averlo salvato e aiutato una volta, lo condannò a girare perennemente nella volta celeste, legato ad una ruota infuocata e flagellato senza pietà, dovendo ripetere in eterno «I benefattori devono essere onorati». Per secoli Issione è stato l’emblema dell’‘ingrato’, come anzidetto, ma anche dell’immemor (colui che dimentica il bene ricevuto) e dell’infidus (colui che infrange un patto di lealtà), e soprattutto del superbo che pecca di tracotanza ed empietà, perché crede di poter ingannare persino gli dèi, di poter fare ciò che vuole impunemente.

Con Cesare Pavese, nell’opera intitolata “Dialoghi con Leucò”, abbiamo una interessante rivisitazione del mito (cfr. il dialogo “La Nube”):

«LA NUBE. Non sfidare la mano, Issione. È la sorte. Ne ho veduti di audaci più di loro e di te precipitare dalla rupe e non morire. Capiscimi, Issione. La morte, ch’era il vostro coraggio, può esservi tolta come un bene. Lo sai questo?

ISSIONE. Me l’hai detto altre volte. Che importa? Vivremo di più.

LA NUBE. Tu giochi e non conosci gli immortali.

ISSIONE. Vorrei conoscerli, Nefele.

LA NUBE. Issione, tu credi che sian presenze come noi, come la Notte, la Terra o il vecchio Pan. Tu sei giovane, Issione, ma sei nato sotto il vecchio destino. Per te non esistono mostri ma soltanto compagni. Per te la morte è una cosa che accade, come il giorno e la notte. Tu sei uno di noi, Issione. Tu sei tutto nel gesto che fai. Ma per loro, gli immortali, i tuoi gesti hanno un senso che si prolunga. Essi tastano tutto da lontano con gli occhi, le narici, le labbra. Sono immortali e non san vivere da soli. Quello che tu compi o non compi, quel che dici, che cerchi - tutto a loro contenta o dispiace. E se tu li disgusti - se per errore li disturbi nel loro Olimpo - ti piombano addosso, e ti danno la morte - quella morte che loro conoscono, ch’è un amaro sapore che dura e si sente.

ISSIONE. Dunque si può ancora morire.

LA NUBE. No, Issione. Faranno di te come un’ombra, ma un’ombra che rivuole la vita e non muore mai più.

ISSIONE. Tu li hai veduti questi dei?

LA NUBE. Li ho veduti ... O Issione, non sai quel che chiedi.

ISSIONE. Anch’io ne ho veduti, Nefele. Non sono terribili.

LA NUBE. Lo sapevo. La tua sorte è segnata...».


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