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ABITARE LA TERRA. In cammino verso l’Eden, il paradiso terrestre, o verso l’inferno terrestre? Il tema della casa nell’immaginario statunitense ....

AMERICAN DREAM. La crisi del sogno americano. Un saggio (con un’analisi del romanzo di Robert Marasco, "Burnt Offerings") di Mariantonietta Rasulo - a c. di Federico La Sala

“L’intero destino dell’America è contenuto nel primo puritano che sbarcò in America...” Sono queste le parole che Alexis de Tocqueville scrisse durante il suo celebre viaggio negli Stati Uniti
mercoledì 14 settembre 2011 di Federico La Sala
Il mito del Sogno Americano ha permesso la creazione di una società che aspira alla perfezione e che trova nel suburb, il quartiere residenziale, la sua realizzazione più significativa. Per questo osserveremo da vicino la cittadina di Levittown (Long Island), la prima forma di suburb costruita con l’intento di realizzare un nuovo ideale di vita familiare tale da rendere la casa un luogo sacro dal valore inestimabile. La metafora architettonica di Levittown, mutuata dal modello puritano, servirà alla nostra analisi per individuare il simbolo maggiormente tangibile dell’American Dream: la proprietà, la casa come possesso e sfoggio di benessere. (...) il romanzo Burnt Offerings, rappresenta uno dei più significativi esempi di trasposizione della Haunted House Formula come metafora dei problemi sociali ed economici dell’America degli anni Settanta

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> AMERICAN DREAM. --- «Il trionfo dell’uovo». Undici racconti di Sherwood Anderson. Il sogno americano svanisce in una gabbia di polli (di Gianni Riotta).

mercoledì 20 febbraio 2013

undici racconti

Il sogno americano svanisce in una gabbia di polli

      • Sherwood Anderson, «Il trionfo dell’uovo», Piano B, pp. 224, € 14

      • Un bambino racconta con acidità i fallimenti del padre nella grande pianura dell’Ovest: un’amara metafora della nostra infelicità umana

di Gianni Riotta (La Stampa, 19/02/2013)

Nel 1919 Annette Wynne scrisse questi versi, che ancora qualcuno recita negli asili americani, «Where we walk to school each day/ Indian children used to play» dove camminiamo verso scuola, ogni mattina, giocavano un tempo i bambini Indiani, e resta incerto se la scrittrice fosse affranta, o sollevata, dalla scomparsa dei piccoli nativi americani e dalla sicurezza che ora le strade, e le città, assicuravano ai coloni europei.

Lo storico inglese John Keegan, per primo, descrisse lo scontro di civiltà tra i poveri arrivati dal vecchio continente e gli abitanti d’America come guerra tra poveri, dove le abitudini nomadiche degli indigeni, abituati a muoversi nell’immenso e ricco continente quando avevano esaurito le risorse di una zona, collidevano con la fame degli europei, decisi a colonizzare ogni centimetro del nuovo paese.

Lo scrittore Sherwood Anderson, come molti artisti americani, provava il senso di colpa per quella occupazione che, agli occhi della gente normale, appariva come un modo per non morire di fame, ma per gli uomini di cultura diventava peccato originale che, accoppiato alla schiavitù prima e alla segregazione razziale dopo, sporcava per sempre il sogno di un nuovo paese, l’American Dream.

Anderson scrive i racconti de Il trionfo dell’uovo due anni soli dopo i versi infantili della Wynne: sono amari, agri, non ingenue filastrocche, eppure il senso di nostalgico isolamento è identico. L’autore di Winesburg, Ohio condivide la penosa sensazione che l’America abbia usurpato il suo territorio e la sua anima, sottraendoli ai primi abitanti: e che la pena per questo furto sia l’alienazione e il senso di smarrimento di ogni colono. Perfino Fitzgerald, nelle struggenti righe finali de Il Grande Gatsby, quando, ormai consumato il sacrificio del gangster romantico, il suo amico Nick Carraway medita sul passato ancestrale di Long Island, si interroga sul sogno smarrito d’America, estrema chance di emancipazione per l’uomo.

Così nel Trionfo dell’uovo, un bambino racconta con acidità il fallimento del padre, prima come allevatore di polli e poi come oste. In una pianura non ancora rosa dalla Depressione, mancano 8 anni al crollo di Wall Street del 1929, le malattie falcidiano i polli, l’esistenza è grama e infelice, i padroni sono incapaci di arricchirsi e prosperare e, proprio come gli animali, penano e stentano. Quando l’allevamento fallisce il padre prova con un ristorante, esibendo sempre la collezioni di pulcini deformi sotto alcol che ha messo insieme. Vorrebbe intrattenere un cliente solitario con i suoi giochi con le uova, prova ad attrarne l’attenzione con barattoli colmi di galletti mostruosi, ma alla fine si sporca soltanto di tuorlo, l’estraneo lo irride e lui si rifugia dai familiari, sconfitto e infelice.

Come Gogol in Russia, Sherwood Anderson usa il grottesco come chiave narrativa, qui non ci sono Nasi o Cappotti volanti, ma c’è il Pollo, metafora della nostra infelicità umana. Infelicità che, nei racconti tradotti ora da Daniele Suardi per Piano B edizioni, non è «colpa» degli individui o della storia, è il marchio del Caino americano, povero, infelice e alienato perché ha scippato il continente ai nativi. Qui il paese si divide: per il Common Man americano, il cittadino che prima e dopo la Depressione sputa sangue per sopravvivere, nessun senso di colpa è ragionevole, era impossibile lasciare a poche decine di migliaia di indiani un continente sterminato, mentre Asia e Europa pativano la fame.

Non così per gli intellettuali, confusi come i pulcini della fiaba di Sherwood Anderson e costretti nella propria condizione di assurdità, «Growing up absurd», in italiano La gioventù assurda, è il saggio di Paul Goodman che, ancora nel 1960, lamenta l’infelicità della generazione che allora era «giovane», maschera dell’infelicità esistenziale degli americani tutti. Come denuncia politica questo sentimento passerà nei film, Easy Rider, Alice’s Restaurant, Getting straight, in italiano L’impossibilità di essere normale, ma è già distillato nelle pagine di Anderson che ora appaiono in italiano.

Il lettore non le avvicini con gusto di antiquariato letterario, cercando cosa appassionasse un tempo su Anderson Cesare Pavese o Elio Vittorini, che lo incluse nella celebre antologia Americana, tradotto da Umberto Morra e Carlo Linati. Meglio leggerlo come scrittore, cercarne il gusto amaro non di critica all’America, ma alla condizione intera del genere umano. Pensate: il regime di Mussolini impose all’antologia Americana di Vittorini una prefazione ad hoc per deprecare materialismo ed egoismo degli Stati Uniti, ignorando che l’opera intera di scrittori come Anderson era già tesa a denunciare l’anima perduta del proprio paese.


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