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ABITARE LA TERRA. In cammino verso l’Eden, il paradiso terrestre, o verso l’inferno terrestre ? Il tema della casa nell’immaginario statunitense ....

AMERICAN DREAM. La crisi del sogno americano. Un saggio (con un’analisi del romanzo di Robert Marasco, "Burnt Offerings") di Mariantonietta Rasulo - a c. di Federico La Sala

“L’intero destino dell’America è contenuto nel primo puritano che sbarcò in America...” Sono queste le parole che Alexis de Tocqueville scrisse durante il suo celebre viaggio negli Stati Uniti
mercredi 14 septembre 2011 par Federico La Sala
Il mito del Sogno Americano ha permesso la creazione di una società che aspira alla perfezione e che trova nel suburb, il quartiere residenziale, la sua realizzazione più significativa. Per questo osserveremo da vicino la cittadina di Levittown (Long Island), la prima forma di suburb costruita con l’intento di realizzare un nuovo ideale di vita familiare tale da rendere la casa un luogo sacro dal valore inestimabile. La metafora architettonica di Levittown, mutuata dal modello puritano, servirà alla nostra analisi per individuare il simbolo maggiormente tangibile dell’American Dream : la proprietà, la casa come possesso e sfoggio di benessere. (...) il romanzo Burnt Offerings, rappresenta uno dei più significativi esempi di trasposizione della Haunted House Formula come metafora dei problemi sociali ed economici dell’America degli anni Settanta

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> AMERICAN DREAM. La crisi del sogno americano. -- Il discorso di insediamento di Donald Trump. Un nuovo millenarismo (di Francesca Rigotti).

lundi 23 janvier 2017

Il discorso di insediamento di Donald Trump

di Francesca Rigotti *

Questa è una breve analisi retorico-tematica del discorso di insediamento alla presidenza degli Stati Uniti di Donald John Trump, che intenzionalmente non entra nel merito della critica politica se non quando l’autrice proprio non ce la fa a stare zitta.

Un discorso popolar-populista

Il discorso inaugurale di Trump tenuto a Washington il 20 gennaio 2017 è popolare nell’impianto, in quanto semplice, comprensibile e composto da frasi molto brevi disposte paratatticamente, con un impiego minimo di proposizioni subordinate. È comunque anche un discorso populista in quanto esalta il primato del popolo quale unico detentore e gestore della sovranità. Ma limitiamoci agli aspetti retorici e tematici. Visto e sentito pronunciare sullo schermo, il discorso del neopresidente era ricco di pathos, di impegno e di passione ; apparentemente non letto, pronunciato eroicamente sotto la pioggia, è stato tenuto con vivace movimento delle mani e con voce da melodramma (forse il figlio adolescente è stato attento almeno al discorso paterno, dopo che per tutto il tempo della cerimonia non aveva fatto che sbadigliare e ciondolare e muoversi se era in piedi, o presumibilmente guardare qualche apparecchietto elettronico che aveva in mano quando stava seduto, l’unica cosa che evidentemente riusciva a tenerlo fermo e buono nonostante i continui rimbrotti materni).

Continuità e discontinuità

Il discorso presenta continuità e discontinuità coi discorsi inaugurali dei presidenti degli Stati Uniti in genere, e in particolare con quelli degli ultimi decenni. La continuità è rilevabile in diversi elementi : la linea sempre e comunque ottimistica ; il richiamo alla benedizione divina rivolta agli Stati Uniti d’America - l’« America » - nonché l’appello al destino assegnato da Dio a questo paese (American destiny) di essere una nazione benedetta, anzi eletta da Dio, per scopi particolarmente nobili e di guida di altri popoli e paesi. La continuità si legge anche in alcune delle (scarse) metafore, in particolare nell’impianto metaforico bellico-militare, quello della nascita e quello dell’edilizia, che guarderemo più avanti.

Si registra invece discontinuità nella forte contrapposizione noi-voi/loro che si riflette anche nella dimensione di chiusura/apertura cui si accennerà nelle ultime considerazioni.

La forma di pensiero oppositiva

Proprio la contrapposizione noi/loro è particolarmente vivace e ampiamente sottolineata nel testo, anzi è di su di essa che si costruisce tutto il discorso, articolato, in questa prospettiva, in tre parti. Essa si basa sulla forma di pensiero oppositiva di tipo binario che dipinge il mondo in termini di voi-noi/loro. Voi, il popolo americano, forte, sano, fiero, sicuro (o meglio, che una volta lo era), protagonista della prima parte ; e noi che vi salveremo e faremo l’America grande etc. Ma chi sono i noi ? Lo si capisce quando si incontra in mezzo, in una breve parte centrale che fa da cerniera tra la prima e la seconda parte, l’io-Trump. Io, afferma in prima persona il presidente, lotterò per voi strenuamente fino all’ultimo respiro e mai vi lascerò cadere. L’io salvatore, fondatore di una nuova nazione grande e vincente, si inserisce dunque a metà discorso, dopo che nella prima parte Trump aveva parlato soltanto di voi (you, American people) e del vostro paese (e del vostro lavoro, controllo, governo etc.). Dopo il passaggio dal voi all’io il pronome personale diventa noi, we, voi e io insieme, il popolo e il suo leader, contro... contro chi ? Contro chi si indirizza la visione separatista che opponendo noi (voi+io) a loro va a coibentare la coesione sociale del proprio gruppo ?

Contro la casta e contro il resto del mondo

In primo luogo l’avversario individuato è la casta politica che detiene il potere a Washington, contro la quale Trump manifesta un forte risentimento (vedi il testo di Belpoliti su doppiozero). Il piccolo gruppo dei politici di Washington, pur limitandosi a parlare ma non agendo, ha incassato i premi del governo, si è arricchito, ha fiorito e prosperato a spese del popolo ; adesso è invece quest’ultimo che passa a controllare le politiche di governo. In secondo luogo l’avversario è formato da tutti coloro che non sono Americani ma entrano in questo paese a derubarlo, a strappare la ricchezza dalle case americane per ridistribuirsela a casa loro, o che non essendo Americani in qualche modo hanno goduto e godono della ricchezza e della protezione americana.

Un nuovo millenarismo

Il mettersi in moto del nuovo noi composto da voi (cittadini Americani) e da me (Trump) è il segnale della nascita del nuovo millennio che inizia hic et nunc, qui e ora , here and now - parole ripetute a indicare un momento storico aurorale - a partire dal momento dell’insediamento del nuovo presidente. A confermare la nascita di una nuova era il neopresidente ha sottoscritto la proclamazione della ricorrenza, ogni 20 gennaio, della « Giornata nazionale del patriottismo ». Da questo momento, dopo l’apocalisse americana in cui, nella descrizione dell’oratore, « donne e bambini giacciono intrappolati dalla povertà, le fabbriche si ergono nel paesaggio come pietre tombali, il sistema educativo priva di conoscenza i nostri studenti giovani e belli, e criminalità, bande rivali e droga hanno rubato tante vite e tanto potenziale umano », inizia la nuova epoca auspicata dal millenarismo di Trump, ovvero la ricostruzione del paese in maniera autoctona, con mani e lavoro americano. Ora, come sia possibile conciliare il protezionismo dell’ideologia che proclama « America first » con un altro valore decantato nel mondo neoliberista di qua e di là dell’oceano quale la meritocrazia, è un mistero totale, cosa che vale per tutti i paesi protezionisti dei loro cittadini, dalla Gran Bretagna alla Svizzera. Ma abbandono subito la critica politica per passare alle metafore del discorso inaugurale.

Le metafore di Trump

Una caratteristica del linguaggio politico di Trump è di essere generalmente povero di metafore ; qualcuna di più compare nell’orazione del 20 gennaio, ma la quantità è, rispetto ai discorsi di altri presidenti, assai modesta. Vediamo all’opera metafore del viaggio (we will determine the course of America) ; metafore bellico-militari, le più frequenti ma anche le più logore dato il loro uso frequente nelle campagne (appunto) elettorali, presenti in espressioni come victory, winning, fight ; vediamo forme di personificazione, allorché l’oratore istituisce paragoni tra il potere, lo stato o la nazione e condizioni umane quali il fiorire, prosperare, soffrire, sognare, essere derubati o distrutti, come se i corpi sociali fossero corpi fisici di persone. Ma nell’insieme, il linguaggio di Trump è letterale e aderente alla realtà : del resto la struttura delle sue frasi corte, formate da soggetto, predicato, apposizione o complemento (e proprio se si vuol essere complessi, avverbio) non permette proprio, nella sua banalità e semplicità estrema, l’impiego articolato di paragoni. Insomma è come se Trump avesse trasferito anche nella forma retorica dell’orazione le modalità comunicative del Twitter, del quale si considera campione.

Chiusura e apertura

Riprendendo, per concludere, la tematica delle continuità e discontinuità con precedenti discorsi inaugurali di presidenti degli U.S.A., si nota che il discorso di Trump introduce una cesura per quanto riguarda la posizione degli Stati Uniti d’America nel mondo. Che l’oratore di turno fosse democratico o repubblicano, costante era il riferimento all’America quale faro delle nazioni, protettrice e distributrice al mondo di quella libertà di cui era fiera garante, terra di immigrazione, crogiuolo di culture, madre generosa che apriva le sue braccia agli oppressi di tutto il mondo mostrando loro il fulgore e i benefici della libertà. Ora quella immagine, per quanto filistea, è completamente scomparsa e di quella luce non rimane neppure un barlume : resta, drammatica nel suo isolamento, l’immagine di una terra oscura ritirata in se stessa e protetta dalle sue coste, nonché aggrappata disperatamente a un sogno visionario riassunto nello slogan « America First ». Sogno visionario America first ? Due parole che fanno accapponare la pelle a chi ricorda il ruolo del sogno nel discorso di Martin Luther King, e a tutti coloro che credono e sanno che prima degli interessi economici dei cittadini di uno stato vengono quelli che Angela Merkel ha ricordato a Donald J. Trump essere « i valori universali » : la giustizia e la libertà, il rispetto e l’eguaglianza, i diritti e la solidarietà.

* DOPPIOZERO, 21.01.2017 (ripresa parziale).


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