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ABITARE LA TERRA. In cammino verso l’Eden, il paradiso terrestre, o verso l’inferno terrestre? Il tema della casa nell’immaginario statunitense ....

AMERICAN DREAM. La crisi del sogno americano. Un saggio (con un’analisi del romanzo di Robert Marasco, "Burnt Offerings") di Mariantonietta Rasulo - a c. di Federico La Sala

“L’intero destino dell’America è contenuto nel primo puritano che sbarcò in America...” Sono queste le parole che Alexis de Tocqueville scrisse durante il suo celebre viaggio negli Stati Uniti
mercoledì 14 settembre 2011 di Federico La Sala
Il mito del Sogno Americano ha permesso la creazione di una società che aspira alla perfezione e che trova nel suburb, il quartiere residenziale, la sua realizzazione più significativa. Per questo osserveremo da vicino la cittadina di Levittown (Long Island), la prima forma di suburb costruita con l’intento di realizzare un nuovo ideale di vita familiare tale da rendere la casa un luogo sacro dal valore inestimabile. La metafora architettonica di Levittown, mutuata dal modello puritano, servirà alla nostra analisi per individuare il simbolo maggiormente tangibile dell’American Dream: la proprietà, la casa come possesso e sfoggio di benessere. (...) il romanzo Burnt Offerings, rappresenta uno dei più significativi esempi di trasposizione della Haunted House Formula come metafora dei problemi sociali ed economici dell’America degli anni Settanta

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> AMERICAN DREAM. La crisi del sogno americano. --- "C’era una volta in America". Il cinema (d’autore) di Sergio Leone (di Davide Parpinel).

martedì 2 luglio 2019

C’ERA UNA VOLTA IN AMERICA: IL SOGNO INFRANTO. Il cinema (d’autore) di Sergio Leone .... *

      • Karl Rossmann (cfr. Franz Kafka, America - Il fochista) aveva visto giusto: la Statua della Libertà di N.-Y. non ha in mano la fiaccola della libertà (appunto!) e della conoscenza vera ma la spada - la spada di Brenno ("guai ai vinti!") - e l’America non è (se mai lo è stata) più l’America, ma l’Egitto, l’Egitto dei Faraoni.... e il presidente che la guida non è il Mosè del Dio del roveto ardente (= bush, in inglese e nella bibbia americana) che non brucia e porta parole di vita e verità, ma il Faraone che porta la sua volontà di menzogna, di morte e distruzione su tutta la terra - anche nel deserto! (cfr. GELBISON, GIBSON... Due parole, un ’rivelativo’ segno dei tempi)

      • Antonio Rainone, Kafka e la logica delle istituzioni" come "processo", Nuova Rivista Storica, Anno LXIII - Fasc. III-IV - 1979, Società Editrice Dante alighieri, pp. 463-475.

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Il cinema (d’autore) di Sergio Leone

A 30 anni dalla morte di Sergio Leone Mimesis, editore sempre attento a spiegare le meccaniche del cinema, pubblica un libricino scritto da Antonio Rainone, docente de L’Orientale di Napoli, sul cinema del grande cineasta. Con pochi elementi e parole chiare l’autore definisce il profilo di un regista che ha ’semplicemente’ creato cinema

di Davide Parpinel (LINKinMOVIES, 26 Giugno 2019)

La domanda a cui sembra rispondere Antonio Rainone, autore del volumetto Sergio Leone. Dal cinema popolare al cinema d’autore, edito da Mimesis Cinema, per la collana Minima (8€, 85 pagine, 2019) è: "Nel 2019 il cinema di Sergio Leone può essere ancora oggetto di studio?". La risposta fornita è: "Certo. Anzi seppur il regista romano abbia girato solo sette lungometraggi, e su questi film è stato detto di tutto e di più, ancor’oggi è possibile rintracciare un filo d’analisi comune". Questo fil rouge è appunto svelato nel sottotitolo, ossia capire come il cinema di Leone, la sua poetica, la sua idea di cinema, il suo mestiere si è evoluto in una così breve carriera. In sette capitoli, più prefazione, conclusione, indice dei nomi e riferimenti bibliografici (strumenti necessari per elevare il libro da saggio critico a saggio scientifico) Rainone articola la sua dissertazione la quale si svolge in poche tappe e utilizzando semplici strumenti argomentativi.

L’autore nella prefazione particolareggia il quesito iniziale, domandandosi: "Perché, oggi, un’apologia di Sergio Leone?". La risposta è affidata alla voce dello stesso Leone che Rainone sembra restituire al lettore, discutendo dei suoi film. Utilizzando, inoltre, le voci della critica (contrarie o a supporto), i pareri degli addetti al settore o dei registi che hanno collaborato con Leone, confrontando il suo cinema con quello dei suoi contemporanei come Federico Fellini o Sam Peckinpah, riferendosi al contesto culturale dell’epoca, con particolare attenzione a quello italiano, oltre che a quello politico e sociale e poi menzionando e trovando spunti di relazione in altri film, Sergio Leone. Dal cinema popolare al cinema d’autore riflette sul cinema, sulle tematiche e sullo stile di un regista che film dopo film si è imposto autorialmente.

Prima data: 1960. L’analisi di Rainone comincia dal 1960, quando dopo una lunga gavetta a Cinecittà iniziata vicino al padre Vincenzo, regista del muto, e collaborando sui set di De Sica e Comencini, Sergio Leone dirige un peplum movie, cavalcando così quel filone storico-mitologico che piaceva più ai produttori e al pubblico che al regista. Il Colosso di Rodi fu il suo primo film e non riscosse molti riconoscimenti. È in questo contesto, come sottolineato dall’autore, che Leone subito dopo dirige Per un pugno di dollari. In un momento cinematografico in cui in Italia i film sui centurioni incontravamo il gusto anche dei giovanissimi spettatori, il regista romano diresse un western con uno stile innovativo in cui contava la mano e l’occhio del regista sopra l’interpretazione. Rainone illustra una geografia delle motivazioni che portano questo primo film di Leone ad avere quel quid in più rispetto al cinema in circolazione, considerando che al contrario dei western americani non aveva una storia d’amore e si appoggiava ai tratti del genere noir.

L’analisi del libro quindi prosegue, passando a Per qualche dollaro in più, film considerato poco riuscito, più spinto da interessi commerciali, che piacque solo a Carlo Verdone, come ricorda l’autore del libro, per arrivare a Il buono, il brutto e il cattivo che rappresenta, sempre nelle parole di Rainone, la prima vera svolta autoriale del regista. 182 minuti di western uscito a Natale 1966, curato nei minimi dettagli. Per questo la lente di ingrandimento dell’autore è precisa nel considerare tutti gli elementi linguistici che rendono grande questa pellicola: la fotografia di Tonino Delli Colli, il montaggio rapido e incisivo, l’organizzazione narrativa ricca di eventi e sottostorie. Ad avvalorare questa tesi nel libro sono riportati i pareri della critica, oltre alla voce di uno dei figli artistici di Sergio Leone, Bernando Bertolucci.

Con C’era una volta il West Leone diviene così un autore. Rainone afferma che il 21 dicembre 1968, qualche giorno dopo l’arrivo nei cinema italiani di 2001: Odissea nello spazio, uscì "il più straordinario, spettacolare, visionario ed epico western che si sia mai visto". Nonostante non sia in sintonia con la società che richiedeva al cinema messaggi e analisi di temi, e nonostante l’accoglienza fredda della critica (il libro riporta le parole di Tullio Kezich che riconobbe a Leone una grande immaginazione e gusto per l’effetto sonoro, ma troppa lentezza nella narrazione) e lo scarso successo commerciale con C’era una volta il West, Leone conferisce una dimensione mitica ed epica agli stereotipi del cinema western. L’esempio di tutto ciò: la morte fuori campo di Cheyenne.

Il capitolo 5 prende in esame la relazione tra Giù la testa e il messaggio politico, sempre nel prosieguo dell’analisi cronologica del cinema leoniano; mentre il capitolo successivo racconta la produzione di Leone di Il mio nome è Nessuno di Tonino Valerii, parentesi farsesca che testimonia la sua duttilità autoriale. Il lettore quindi giunge a C’era una volta in America. Qui il regista intreccia il noir, tanto caro, e il gangster movie nella storia tragica di un uomo, Noodles (Robert De Niro) inadatto al mondo che lo circonda e figlio di un’epoca passata. Tecnicamente con questo film Leone, nella tesi del libro, si avvicina a Orson Welles e così descrivendo filologicamente alcune scene, Rainone avvalora la sua idea e conclude il libro.

La conclusione è l’eredità. La vera chiusura con il cinema di Leone, afferma l’autore del libro, è la sua eredità. In quest’ultimo capitolo Rainone problematizza e sviscera in che modo i temi e la maniera di fare cinema del regista abbiano lasciato un modus operandi che è stato d’esempio per molti e che travalica i generi cinematografici. Al netto delle opinioni dell’autore i suoi più vicini eredi appaiono Quentin Tarantino come anche David Cronenbergh e Michael Cimino.

All’ultima pagina anche il lettore meno appassionato di cinema, apprezza Leone. Il motivo sta nella scelta del focus di analisi di Rainone, esaustivo, comprensivo e totale, e nella sua semplice capacità di argomentare. L’autore rimane sempre molto oggettivo, portando testi e opinioni a favore della sua tesi e anche quando queste confutano, alimentano comunque l’idea dell’evoluzione autoriale del cinema leoniano. Questo avviene perché Sergio Leone non è stato solo un regista: Leone ha fatto il cinema, come si legge nel libro.


Federico La Sala


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