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> GUARIRE LA NOSTRA TERRA : VERITÀ E RICONCILIAZIONE. -- ABU DHABI, IL DOCUMENTO SULLA FRATELLANZA, E GLI IMPEGNI ASSUNTI DALL’IMAM DI AL AZHAR.

jeudi 7 février 2019

Gli impegni assunti dall’imam di Al Azhar.

Per l’islam il dovere della responsabilità

di Stefania Falasca (Avvenire, giovedì 7 febbraio 2019)

E adesso la parola passa ai musulmani. Sulla firma del leader sunnita di Al Azhar congiunta a quella del Papa nel documento sulla fratellanza umana si è infranto anche l’ultimo tabù : quello di un islam impermeabile in quanto tale alle riforme. Ad Abu Dhabi il grande imam Al-Tayeb ha fatto precedere il gesto irrevocabile da un appello dai toni accorati rivolgendosi ai fratelli musulmani in Oriente : « Appartengo a una generazione che può essere definita come la generazione delle guerre... Lavorerò con mio fratello il Papa, per gli anni che ci rimangono, con tutti i leader religiosi per proteggere le nostre società ».

E ancora : « Vi dico : accogliete a braccia aperte i vostri fratelli cristiani, perché sono i nostri partner nella patria, sono i nostri fratelli che, ci dice il Corano, sono i più vicini ». E poi, diretto alle nuove generazioni : « Vi prego, insegnate questa barriera contro l’odio ai vostri figli, questo documento, perché è un’estensione della costituzione dell’islam, è un’estensione delle Beatitudini del Vangelo ». Se la Chiesa, dal Vaticano II in qua, aveva cercato figure rappresentative tra i musulmani faticando a trovarle, nei confronti di Al-Tayeb certamente si è stabilito un dialogo non formale con l’islam, o almeno parte di esso.

Lo storico passo compiuto in terra d’Arabia, preceduto da una gestazione lunga un anno - come ha informato lo stesso papa Francesco - non solo lo ha siglato ma ne ha rafforzato il ruolo ’universale’. Tuttavia se da decenni Al Azhar è il centro accademico d’irradiazione dell’interpretazione dell’islam tollerante e aperto - seguito, senza far notizia, dalla maggioranza dei quasi due miliardi di musulmani nel mondo -, l’antitesi del settarismo e dell’estremismo wahhabita, del quale l’Isis è una patologia, abita nei regni del Golfo.

Dunque ancora più forte appare ora la responsabilità assunta davanti ai leader e ai governanti islamici da parte di Ahmad Al-Tayeb, che già nell’incontro con il Papa al Cairo nel 2017 aveva messo a tema il ruolo dei leader religiosi nel contrasto al terrorismo e nell’opera di consolidamento dei princìpi di cittadinanza e integrazione.

Ed è proprio su alcuni punti del documento, altamente sensibili e nevralgici, che i governi e i leader religiosi sono stati messi davanti al fatto compiuto, e sui quali ora la responsabilità di uno sviluppo concreto è maggiore. In primis pensiamo all’impegno per stabilire in Medio Oriente il concetto della piena cittadinanza e rinunciare all’uso discriminatorio del termine ’minoranze’ sofferto dai cristiani nativi della regione, che hanno subìto pressioni sociali e politiche e vengono trattati come cittadini di serie B. Quindi, « il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi », la protezione dei luoghi di culto, e non da ultimo il dovere di riconoscere alla donna il diritto all’istruzione, al lavoro, all’esercizio dei propri diritti politici interrompendo « tutte le pratiche disumane e i costumi volgari che ne umiliano la dignità », lavorando « per modificare le leggi che impediscono alle donne di godere pienamente dei propri diritti ».

Per quanto riguarda il terrorismo si afferma definitivamente che non è dovuto alla religione, anche se chi pratica violenza la strumentalizza, ma è dovuto a una lunga sequenza di interpretazioni errate dei testi religiosi, come anche alle politiche che alimentano fame, povertà, ingiustizia, oppressione, arroganza. Nel documento viene richiesto esplicitamente di « interrompere il sostegno ai movimenti terroristici attraverso il rifornimento di denaro, di armi, di piani o giustificazioni e anche la copertura mediatica, e considerare tutto ciò come crimini internazionali che minacciano la sicurezza e la pace mondiale ».

Sull’assunzione di queste responsabilità siglate si gioca ora la partita decisiva. Per una vera cultura della cittadinanza e dell’uguaglianza che sembra ancora essere un sogno, davanti non solo agli al-Malik di oggi a cui serve quella credibilità di cui Francesco, come il suo omonimo santo ottocento anni fa, si è reso testimone disarmato, come cifra di una fraternità possibile fra cristiani e musulmani in terra d’islam, chiedendo pace e conoscenza dell’altro.


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