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giovedì 19 settembre 2019

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> GUARIRE LA NOSTRA TERRA: VERITÀ E RICONCILIAZIONE. -- Emergere dalla Lunga Notte. «Nanorazzismo. Il corpo notturno della democrazia» un saggio del filosofo camerunense Achille Mbembe.

sabato 31 agosto 2019

La società dell’inimicizia può essere decostruita a partire dalla relazione

SCAFFALE. «Nanorazzismo. Il corpo notturno della democrazia» un saggio del filosofo camerunense Achille Mbembe

di Francesco Marchi (il manifesto, 31.8.2019)

«Il ventunesimo secolo si apre con un’ammissione, quella dell’estrema fragilità di tutti». Fragilità politica ed esistenziale, legata a doppio filo alla vulnerabilità del soggetto nel mondo globale. Da queste considerazioni finali si articola l’ultimo libro del filosofo camerunense Achille Mbembe, Nanorazzismo. Il corpo notturno della democrazia (Laterza, pp. 171, euro 18, traduzione di Guido Lagomarsino), volume che parzialmente riprende tematiche e concetti sviluppati precedentemente nell’importante saggio Necropolitica (Ombre Corte) e in Emergere dalla Lunga Notte (Meltemi). L’asse portante dell’analisi di Mbembe ruota attorno alla critica del tempo globale, tramite un procedimento che mette in costante dialogo il presente con la modernità, quel tempo mai veramente terminato che ha sancito il «farsi mondo» del soggetto europeo.

E SE IL NOSTRO è «il tempo del ripopolamento e della globalizzazione del mondo sotto l’egida del militarismo e del capitale e, come ultima conseguenza, dell’uscita dalla democrazia», è proprio a partire dalla modernità che dobbiamo scovare le differenti tracce nascoste che sono alla base della crisi, apparentemente senza uscita, delle democrazie contemporanee. Muri, elogio delle frontiere, derive securitarie, paranoie manichee, sistematica violazione del diritto alimentano uno stato di guerra globale permanente al terrore portando a quella che Mbembe definisce la società dell’inimicizia. Società che vive e si riproduce perpetuando gli assunti mitici del suolo e del sangue, grazie al razzismo che si è fatto molecolare, permeando trasversalmente istituzioni, discorsi, convinzioni e immaginari.

LA VIOLENZA in nome della razza sarebbe dunque una delle cifre centrali del nostro tempo. Violenza fisica, ma anche culturale, militare ed economica: in altre parole la violenza del capitale contemporaneo che, ci dice Mbembe, si articola mischiando forme nuove di sfruttamento e dominio, quali le macchine digitali e la computazione della vita, con vecchie pulsioni di stampo tribale, portando a un dominio senza responsabilità. Le democrazie liberali, o l’immagine sbiadita che ne rimane, si ribaltano così nel loro opposto.

L’errore da non commettere è considerare il proliferare del nanorazzismo e dell’insicurezza sociale uno novità assoluta all’interno dello sviluppo della democrazia moderna. Al contrario, «il mondo coloniale, progenie della democrazia, non era l’antitesi dell’ordine democratico. È sempre stato il suo doppio o il suo volto notturno. La democrazia non esiste senza il suo doppio, la sua colonia, comunque si chiami o sia strutturata». E se nella modernità la democrazia esternava nelle colonie la sua violenza originaria e costitutiva, nel mondo globale risulta oramai impossibile distinguere il qui e l’altrove, il dentro e il fuori, cosi che gli scheletri nell’armadio dimenticati dal progetto occidentale infestano inesorabilmente i nostri spazi e le nostre vite. Lo schiavo e la donna negra sono quelle figure paradigmatiche che in maniera diversa sono state rimosse dai nostri archivi, sulle quali la democrazia ha potuto costruirsi e proclamarsi universale. Il migrante, il rifugiato, la donna «negra» rappresentano oggi quell’umanità di scarto che mette in scacco ogni possibile riaffermarsi dell’umanesimo occidentale.

DA DOVE RIPARTIRE? Non dall’uomo, ma dalla relazione, questo sembra suggerire Mbembe. «Nelle antiche tradizioni africane, il punto di partenza dell’interrogativo sull’esistenza umana non è la questione dell’essere, ma quella della relazione, della reciproca implicazione». E se il tempo odierno sembra negare con virulenza questa relazionalità costitutiva, è solo attraverso la relazione e la reciprocità che ci potrà essere una riparazione della fragilità che ci caratterizza. Una riparazione non in nome dell’universale, ma del condiviso. Mentre il primo termine implica «inclusione in un’entità già costituita, il secondo presuppone un rapporto di co-appartenenza, di avere qualcosa in comune, l’idea di un mondo che è il solo che abbiamo e che per durare deve essere condiviso da tutti quelli che ne hanno diritto». Una democrazia della specie, nelle parole dell’autore, da svilupparsi a partire da nuove tradizioni e diversi paradigmi.

L’afrofuturismo, corrente artistica e politica, si fa così portatore di alcune istanze di cambiamento radicale. Non per rivivere un passato mitico, violento ed escludente, ma per costruire comunità politiche in divenire, capaci di superare quei limiti moderni che hanno fatto dell’altro e della natura semplici oggetti di sfruttamento e dominio.


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