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FAUST E MEFISTOFELE: CINEMA (E NON SOLO). VENDERE L’ANIMA AL DIAVOLO: COSA SIGNIFICA, OGGI?

DANTE, GOETHE, E IL "FAUST". ALEXANDER SOKUROV: “Ho visto il Diavolo è solo un usuraio”. Un’intervista di Fulvia Caprara - a c. di Federico La Sala

Il mio Mefistofele non è un diavolo, è un usuraio. Non fa nulla di sovrannaturale. Nulla che non si possa rivelare come abilità di un bravo giocoliere. Il male non è sovrannaturale. Lo si crede tale in una società moralmente degradata (...)
giovedì 13 ottobre 2011 di Federico La Sala
[...] Una volta ha dichiarato che le piacerebbe girare una versione cinematografica della Divina Commedia. E’ ancora così, e perchè?
«Ci sto pensando da anni. Per noi russi la letteratura europea ha avuto un ruolo fondamentale per la comprensione del "vecchio mondo", ci ha dato l’idea di quella profondità e delle radici del pensiero europeo. Pensare che Dante aveva affrontato temi così profondi già allora, mentre in Russia non avevamo ancora la letteratura come tale... E’ uno dei libri più (...)

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> DANTE, GOETHE, E IL "FAUST". ALEXANDER SOKUROV: “Ho visto il Diavolo è solo un usuraio”. ---Tutti i diavoli della Bibbia (di Giuseppe Barbaglio)

domenica 5 febbraio 2012

Tutti i diavoli della Bibbia

di Giuseppe Barbaglio (il manifesto, 25 settembre 1986)

Questa estate, durante le udienze del mercoledì, il papa si è soffermato a lungo sulla credenza cattolica negli angeli e nel diavolo. Ne è nata, sorprendentemente, una vivace discussione sui giornali, limitata però al motivo demoniaco, con interventi di «laici» e di credenti: si sono ascoltate voci di consenso e prese di posizione di dissenso (anche di matrice cattolica); chi si è spinto a deridere il punto di vista del papa e chi ha creduto di vedervi un dogma cattolico al pari di altri e quindi un patrimonio della chiesa, degno comunque di rispetto se non di accettazione. Non sono mancate neppure disquisizioni sottili a quale dei due fronti opposti spettasse l’onus probandi.

In realtà, il papa si era costantemente appellato alla Bibbia, fonte religiosa quanto mai autorevole agli occhi dei credenti, siano essi cristiani o ebrei. A questo punto si potrebbe essere tentati di concludere che, per i credenti, è già stata detta l’ultima parola e che la credenza negli angeli e nel diavolo appare un dato inattaccabile.

Eppure sembra necessario porre l’interrogativo: la credenza suddetta fa parte integrante del messaggio religioso della Bibbia, oppure è da annoverare tra i detriti di natura culturale che un’interpretazione rigorosamente storica dei testi sacri si lascia dietro senza rimpianti? Certo, a una lettura cosiddetta fondamentalista della Bibbia, creduto libro calato direttamente dal cielo sulla terra, questo punto di domanda apparirà addirittura blasfemo. Ma così, volenti o nolenti, saremmo risospinti al tempo delle discussioni sul famoso «Fermati, o sole!» di Giosué e della condanna ecclesiastica di Galileo.

Oggi anche per i cattolici la lettura storica dei testi biblici rappresenta un’acquisizione di pacifico possesso. Solo che la stessa cosa non si può dire dei risultati concreti del metodo astrattamente accettato.

Ebbene, sembra di poter sostenere, con cognizione di causa, che quanto la Bibbia afferma degli angeli e del diavolo ha valore funzionale, puramente funzionale. Intendo dire che non appartiene al messaggio vitale che si vuole comunicare, ma costituisce un modo simbolico, immaginario, culturalmente datato, proprio di ristretti circoli, di esprimere articoli fondamentali di fede. In concreto, se si crede in un Dio trascendente, appare logico che uomini di cultura monarchico orientale se lo rappresentino nelle vesti di un potente sovrano seduto in trono e circondato da una variopinta corte di angeli che lo esaltano e lo servono (cf. Isaia 6,1ss).

Se si è particolarmente sensibili alla trascendenza e spiritualità di Dio, con ogni cura si eviterà di metterlo a immediato contatto con il mondo e gli uomini, introducendovi quali mediatori gli angeli. Questi, intatti, sono per definizione messaggeri di annunci divini. Al contrario, la corrente cosiddetta javistica, per esempio, non tradisce alcuno scrupolo nell’umanizzare Dio e quindi non ha bisogno di ricorrere agli angeli per confessare ed esprimere la sua fede in Dio che si comunica agli uomini. Soprattutto, è fuori dubbio che le Sacre Scritture ebraiche conoscono, come mediatori paradigmatici tra Dio e il suo popolo, Mosé e i profeti, dunque degli uomini.

Procedendo sempre per esemplificazioni, se nei vangeli di Marco, Matteo e Luca è un angelo che annuncia alle donne stupefatte di fronte al sepolcro vuoto di Gesù: «Il crocifisso è risorto!»; da parte sua, Paolo, teologo avvertito e raffinato, afferma con forza di aver ricevuto l’annuncio della risurrezione di Gesù per diretta rivelazione divina, mentre arriva all’umanità attraverso la parola degli apostoli. In ogni modo le Scritture cristiane stanno uniformemente ad attestare che Gesù di Nazaret è l’unico mediatore tra Dio e l’uomo (cf. prima lettera a Timoteo 2,5) e il messaggero, dunque l’«angelo», della parola definitiva del Padre al mondo (cf. il vangelo di Giovanni).

Per questo forse non è casuale che nelle tradizioni evangeliche più antiche, delle quali non fanno parte i racconti del natale e dell’epifania di Gesù, sia assente qualsiasi «svolazzo» angelico. Quanto al diavolo o a Satana, le stesse testimonianze bibliche mostrano uno sviluppo culturale di approccio al problema, assai avvertito, della sollecitazione al male. Nel libro della Genesi il linguaggio appare di timbro decisamente mitologico: è il serpente, «il più astuto animale dellacampagna», che induce i progenitori alla ribellione contro Dio (cf. cap. 3).

Molti secoli dopo, secondo il libro della Sapienza, scritto originariamente in greco e nato nell’illuminata diaspora ebraica di Alessandria d’Egitto, il peccato originale di Adamo ed Eva fu consumato «per invidia del diavolo» (cf. 2,24). Scrivendo ai cristiani dl Roma, Paolo di Tarso spiegherà la tragedia originaria dell’umanità facendo appello a un meccanismo perverso interno all’uomo, a una specie di Superio schiavizzante la persona, da lui chiamato teologicamente «il Peccato» (cf. 5,12ss). In sintesi, tre modi diversi per spiegare la medesima realtà: un male oscuro è presente nell’esistenza e nella storia umana fin dalle origini.

Il prologo del libro di Giobbe mette in campo, come tentatore del pio protagonista di questo dramma religioso, un essere celeste appartenente alla corte di Dio, appunto Satana, vale a dire il tentatore. Più tardi, ormai pienamente «demonizzato», Satana ha fatto la sua apparizione nella vita di Gesù: così i racconti evangelici delle sue tentazioni. Ma il vangelo di Matteo ci ha conservato la seguente invettiva del Maestro a Pietro: «Vattene via da me, Satana!» (16,23). E’ stato dunque l’apostolo a rivestire storicamente il ruolo del grande tentatore di Cristo. E la lettera di Giacomo chiarisce, in linea di principio, da dove viene l’istigazione al male: dall’interno dell’uomo, esattamente dalla sua cupidigia (cf.1,14).

Perciò non sembra un azzardo ipotizzare che il diavolo o Satana sia una proiezione all’esterno di un dinamismo interno che spinge la persona al male. In ogni modo, al di là delle differenze culturali che li separano, i testi biblici concordano nel respingere ogni banalizzazione delle forze del male presenti e operanti nell’esistenza umana e nella storia. Esse hanno appunto un volto «demoniaco», terribile; sono l’adeguato contraltare alla potenza della grazia liberatrice, che ogni pagina biblica proclama quale vangelo, lieto annuncio.


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