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CRISI NUCLEARE. All’indomani della pubblicazione del rapporto dell’Aiea sul nucleare iraniano, uno scenario (reale) da brividi.

IRAN E ISRAELE : ALLARME ROSSO. CON LA SUA INVINCIBILE ARMADA VOLANTE, ISRAELE E’ PRONTA AD ATTACCARE TEHERAN. Un breve resoconto di U. De Giovannangeli - a c. di Federico La Sala.

Di fronte all’acuirsi della crisi tra Israele e Iran, si moltiplicano gli sforzi internazionali per una svolta diplomatica. L’Europa chiede un rafforzamento delle sanzioni. Tel Aviv le accetta solo se saranno « paralizzanti ».
dimanche 18 novembre 2012 par Federico La Sala
[...] « Se saremo attaccati risponderemo con i missili all’aggressione », avverte il generale Mohammed Ali Jafari, comandante dei Guardiani della rivoluzione. I vettori iraniani possono trasportare sia testate convenzionali che chimiche o batteriologiche e addirittura nucleari. Se venissero utilizzate armi di distruzione di massa la risposta israeliana non si farebbe attendere grazie ai missili balistici Jericho II e Jericho III. Non solo : le testate nucleari miniaturizzate a bordo dei (...)

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> IRAN E ISRAELE : ALLARME ROSSO. --- Israele e Gaza, atti di guerra.Il nuovo Egitto si schiera : cambia lo scacchiere Mediorientale

samedi 17 novembre 2012


-  Israele e Gaza, atti di guerra
-  Colpita Gerusalemme
-  Continua il lancio di missili su Tel Aviv che riapre i rifugi. Oltre 29 vittime palestinesi
-  Richiamati 75mila riservisti, minacciato l’attacco di terra ai Territori
-  Abu Mazen si schiera con Hamas

di Umberto De Giovannangeli (l’Unità, 17.11.2012)

Razzi su Gaza e Tel Aviv. Gaza bombardata. I carri armati di Tsahal ammassati ai confini con la Striscia. I miliziani di Hamas, pronti a colpire nel cuore d’Israele, che annunciano trionfanti : « Abbiamo abbattuto un caccia » con la stella di David. I rifugi che tornano a riaprirsi dopo 21 anni. Nessuna tregua. È guerra. Senza quartiere. Circa 85 missili sono esplosi ieri dì mattina a Gaza nell’arco di 45 minuti, facendo salire in aria dense nubi di fumo nero e provocando due morti secondo fonti di Hamas. È salito ad almeno 29 il bilancio delle vittime palestinesi. Tra i morti ci sono sei bambini e 12 militanti. Un bimbo di 4 anni è stato ucciso insieme a un giovane uomo quando un missile israeliano è caduto vicino alle loro case a Jabaliya. Ci sono anche centinaia di feriti. Nella notte nuovo colpo contro Hamas : l’aeronautica israeliana ha eliminato Ahmed Abu Jalal, uno dei leader del movimento di resistenza islamico in un raid aereo nella Striscia. Lo riferisce il Jerusalem Post.

Un altro ordigno ha raggiunto, invece, un edificio che ospita un generatore di corrente, situato vicino alla casa del primo ministro Ismail Haniyeh. Successivamente però è arrivata anche la risposta di Hamas. Una nuova esplosione è stata udita a Tel Aviv, a causa di un razzo che sarebbe finito in mare. Il sindaco della città ha disposto l’apertura dei rifugi pubblici. Erano 21 anni che non accadeva L’ultima volta che gli abitanti di Tel Aviv erano stati costretti a riparare nei rifugi fu nel 1991, quando la città fu colpita a più riprese da missili iracheni Scud. Il municipio di Tel Aviv consiglia agli abitanti di verificare dove sia il rifugio pubblico più vicino, in particolare a quanti non abbiano nei loro appartamenti stanze dalle pareti rafforzate.

Le sirene nel pomeriggio sono risuonate anche a Gerusalemme, dove sono state udite alcune esplosioni. Si tratta di razzi Fajr-5 di fabbricazione iraniana che hanno colpito il circondario cittadino. In particolare un razzo è caduto nei pressi dell’insediamento di Gush Etzion, alla periferia sudovest della Città Santa. Dopo il missile caduto nell’area di Gerusalemme, il sindaco della città Nir Barkat ha affermato che al momento non c’è uno stato di allerta tale da dover aprire i rifugi pubblici, come invece è stato fatto a Tel Aviv. Le istruzioni date dal primo cittadino sono di continuare la « normale routine », ma di essere « particolarmente vigili » e di seguire le notizie e gli appelli che arriveranno nelle prossime ore via tv e radio.

Il razzo lanciato dalle Brigate al Qassam, il braccio armato di Hamas, contro Gerusalemme è stato denominato M75 in ricordo di uno dei fondatori del movimento radicale, Ibrahim al Maqadma, ucciso in un raid israeliano nel 2003. « La M sta per Maqadma, 75 per la gittata, che è di 75-80 km », scrivono le Brigate.

Successivamente le brigate Ezzeddin al Qassam di Gaza hanno affermato di aver abbattuto un caccia israeliano con un missile terra-aria. Ma la notizia non ha trovato conferma da parte del ministero della Difesa israeliano.

PAURA

Israele si prepara a proseguire lo scontro militare con i palestinesi e pensa a un’operazione di terra. Lo dimostra il fatto che ha cominciato a richiamare 16.000 dei 30.000 riservisti per i quali è stato dato il via libera alla partecipazione al conflitto con Gaza. L’ingresso dei riservisti nella campagna militare che dura da due giorni indica la necessità di un’operazione che potrebbe durare diversi giorni, anche attraverso un dispiegamento delle truppe sul terreno. Siamo alla vigilia di una campagna massiccia, molto più di quanto lo è stata quella di 4 anni fa. Israele è pronto a mobilitare fino a 75.000 riservisti per la campagna di Gaza. È quanto riporta la tv Canale 2. In serata, il capo di Stato Maggiore delle forze armate israeliane, generale Benny Gantz, arriva al confine sud con la Striscia di Gaza. « Siamo qui stasera (ieri, ndr), alla vigilia di una possibile operazione di terra » ha detto ai soldati. E ha aggiunto : « Non è la nostra prima volta a Gaza ». Lo riferisce l’esercito israeliano.

Le Brigate Givati e dei paracadutisti hanno intanto ultimato la « fase di preparazione ». Tsahal ha bloccato tutte la strade di accesso alla Striscia, considerata ormai all’interno di una zona di operazioni militari e dunque interdetta al traffico civile.

Da Ramallah prende la parola il presidente dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), Mahmud Abbas (Abu Mazen). « È il momento giusto per la riconciliazione con Hamas. Uniti contro Israele » afferma. « Andremo comunque all’Onu il 29 novembre per chiedere il passaggio come Stato non membro. Qualunque cosa succeda », aggiunge il presidente palestinese che non intende rinunciare alla sua campagna per un riconoscimento politico dell’Anp. E aggiunge che il segretario delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon « fra due o tre giorni » farà visita nei Territori palestinesi.

Parla, Abu Mazen, ma le sue parole si perdono nel clamore delle armi. Gaza si prepara al peggio. Le testimonianze sono angoscianti. Le scene viste in questi giorni negli ospedali dei Territori sono al limite della sopportazione umana. Le vittime giungono a ondate, presentano talvolta ferite orribili, patiscono sofferenze atroci. Le équipe mediche lavorano senza sosta da 72 ore, giorno e notte. Ma è evidente che medici e infermieri sono esausti, scossi : anche loro stanno probabilmente per crollare. È uno scenario apocalittico.


-  La primavera araba sceglie Hamas
-  L’isolamento è rotto
-  La diplomazia dei Paesi arabi da Egitto a Tunisia ha rotto l’isolamento politico del leader palestinese

-  di U.D.G. (l’Unità, 17.11.2012)

Una prigione infuocata. Ma non più politicamente isolata. Questa è Gaza oggi. Sul piano militare le drammatiche vicende di questi giorni riportano alla memoria l’Operazione « Piombo Fuso », scatenata da Israele quattro anni fa nella Striscia. Ma la storia non si ripete eguale a se stessa. Ciò che è cambiato, profondamente, rispetto a quattro anni fa è lo scenario mediorientale. Non sono sole le piazze arabe a sostenere la « resistenza dei fratelli palestinesi » contro la « brutalità sionista ». Il dato di novità, ed è una novità pesantissima, sta nelle nuove leadership prodotte dalle « primavere arabe ».

A cominciare dal Paese-chiave negli equilibri regionali : l’Egitto. Da Hosni Mubarak a Mohamed Morsi : dal « faraone » garante di una pace, per quanto fredda, con lo Stato ebraico al presidente emanazione dei Fratelli Musulmani. Basta questo per comprendere la portata del cambio epocale che va oltre il Paese delle Piramidi.

« A nome del popolo egiziano vi dico che l’Egitto di oggi è diverso dall’Egitto di ieri e che gli arabi di oggi sono diversi dagli arabi del passato rimarca Morsi in una breve dichiarazione rilasciata dopo la preghiera del venerdì in una moschea del Cairo e rilanciata dal’agenzia di stampa Mena Il Cairo non lascia Gaza da sola ». Da presidente di « lotta e di governo », Morsi sa il peso che la causa palestinese ha nell’orientamento dell’opinione pubblica araba. Al tempo stesso, il primo presidente del dopo-Mubarak sa bene che l’Egitto ha bisogno del sostegno economico e militare non solo dei munifici emiri del Golfo, ma anche degli Stati Uniti.

IL CAMBIO DI SCENARIO

La guerra di Gaza è il primo, severo, test per quell’Islam politico che è uscito vincitore dalle elezioni, a partire da Egitto e Tunisia. Non è un caso che nel giro di 24 ore Gaza ha visto la presenza del premier egiziano, Hisham Qandil, ieri ed oggi il ministro degli Esteri tunisino Rafiq Abdessalem. Un po’ per convinzione e molto perché la causa palestinese può servire ancora come collante interno, efficace strumento di propaganda : una lezione del passato che i nuovi leader arabi sembrano aver assimilato in fretta.

La visita a Gaza di Abdessalem è stata ufficialmente annunciata con un comunicato dalla presidenza della repubblica a Tunisi. Nella nota si sottolinea il « sostegno indefettibile alla causa palestinese ». La delegazione tunisina, sarà composta dal rappresentanti del Ministero degli Esteri e della stessa Presidenza della repubblica, come espressamente deciso dal capo dello Stato, Moncef Marzouki. Quella di Israele nei confronti di Gaza, si legge nella nota della presidenza, « è un’aggressione barbarica ». La nota spiega che il capo dello Stato tunisino ha parlato al telefono con il premier palestinese di Hamas, Ismail Hanyeh, e gli ha espresso « solidarietà con la lotta del popolo palestinese ». Il governo tunisino ha chiesto la convocazione di una riunione urgente del Consiglio di sicurezza e « sanzioni contro Israele ».

Il premier egiziano accompagnato da dirigenti di Hamas. Il presidente tunisino che telefona ad Hanyeh, « dimenticandosi » che i palestinesi hanno un presidente : Mahmud Abbas (Abu Mazen). Il fatto che a Gaza qualche settimana fa ha fatto visita l’emiro del Qatar, Hamad bin Khalifa al Thani, portando con sé un assegno di 400milioni di dollari. Tutto questo c’entra poco con la solidarietà umana. Quello che sta ad indicare è che è in atto un riconoscimento politico di Hamas, fatto in tempi di guerra. L’isolamento fisico rimane, ma quello politico è rotto. Per Hamas è certamente una vittoria.


Il nuovo Egitto si schiera : cambia lo scacchiere Mediorientale

di Antonio Ferrari (Corriere della Sera, 17.11.2012)

La guerra di Gaza ha un terzo protagonista politico, influente, e soprattutto esterno : il nuovo Egitto. Nuovo perché il presidente Mohammed Morsi si è affrettato a spiegare che il suo Paese « non è più quello di ieri » e che anche « gli arabi di oggi non sono più quelli di ieri ». Un messaggio sibillino che ne ha accompagnato uno esplicito : « L’Egitto non lascerà sola Gaza », che è vittima « di un’eclatante aggressione contro l’umanità ».

Linguaggio inusuale per il capo del più importante Paese arabo, che per decenni aveva accuratamente evitato ogni eccesso pur di proteggere il trattato di pace di Camp David. Ma allora Hosni Mubarak, ergendosi a bastione della stabilità, faceva quel che voleva e non doveva rispondere a nessuno. Adesso il presidente Morsi, eletto democraticamente, deve rispondere a chi gli ha dato il voto, e rendere conto di ogni passo compiuto.

C’è però una seria complicazione, Mohammed Morsi non è un capo di Stato neutrale. Avrà di sicuro carisma e volontà da statista, come sostengono i suoi collaboratori, ma appartiene alla Fratellanza musulmana. E se da una parte può essere più spregiudicato del suo predecessore Mubarak, dall’altra deve tener conto che la base dei suoi elettori è sicuramente più vicina ad Hamas che ai gruppi palestinesi laici, come il Fatah. Infatti, Hamas è sicura espressione della Fratellanza, e oggi si trova nell’ambigua posizione d’essere blandito sia dagli sciiti sia dai sunniti. I legami dei padroni della Striscia con l’Iran sono noti e hanno una lunga storia. Ma ora, oltre alle interessate carezze (e promesse) egiziane vi sono i soldi, tanti, 400 milioni di dollari, portati a Gaza dall’emiro del piccolo e multimiliardario Qatar, alleato di ferro dei sauditi. Un solido sostegno sunnita quindi, cui potrebbe accostarsi anche la Turchia di Erdogan.

Ecco perché questa guerra di Gaza è molto più insidiosa delle precedenti. Per i popoli coinvolti (israeliani e palestinesi) e per gli influenti attori esterni. Fa impressione che il presidente egiziano Morsi abbia deciso di richiamare immediatamente il suo ambasciatore a Tel Aviv, e di inviare subito il primo ministro per offrire concreta solidarietà agli abitanti della Striscia e ai loro leader. Pensare al Cairo come mediatore, a questo punto, è davvero arduo, anche se il premier israeliano Netanyahu finge di crederci e l’Amministrazione Obama fa capire di volerlo credere.


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