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CRISI NUCLEARE. All’indomani della pubblicazione del rapporto dell’Aiea sul nucleare iraniano, uno scenario (reale) da brividi.

IRAN E ISRAELE : ALLARME ROSSO. CON LA SUA INVINCIBILE ARMADA VOLANTE, ISRAELE E’ PRONTA AD ATTACCARE TEHERAN. Un breve resoconto di U. De Giovannangeli - a c. di Federico La Sala.

Di fronte all’acuirsi della crisi tra Israele e Iran, si moltiplicano gli sforzi internazionali per una svolta diplomatica. L’Europa chiede un rafforzamento delle sanzioni. Tel Aviv le accetta solo se saranno « paralizzanti ».
dimanche 18 novembre 2012 par Federico La Sala
[...] « Se saremo attaccati risponderemo con i missili all’aggressione », avverte il generale Mohammed Ali Jafari, comandante dei Guardiani della rivoluzione. I vettori iraniani possono trasportare sia testate convenzionali che chimiche o batteriologiche e addirittura nucleari. Se venissero utilizzate armi di distruzione di massa la risposta israeliana non si farebbe attendere grazie ai missili balistici Jericho II e Jericho III. Non solo : le testate nucleari miniaturizzate a bordo dei (...)

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> IRAN E ISRAELE : ALLARME ROSSO. --- Obama agli americani : “L’alternativa all’accordo era la guerra con l’Iran”. Per gli iraniani è come il crollo del Muro di Berlino.

jeudi 16 juillet 2015

Obama agli americani : “L’alternativa all’accordo era la guerra con l’Iran”

Il presidente Usa attacca i repubblicani : se la vogliono, lo dicano

Ma il Congresso può bocciarlo, 13 senatori democratici in bilico

di Paolo Mastrolilli (La Stampa, 16.07.2015)

« L’alternativa era la guerra. Chi la vuole, abbia il coraggio di dirlo ». Non poteva essere più esplicito, il presidente Obama, nel difendere l’accordo nucleare con l’Iran. Ora però la battaglia si trasferisce al Congresso, dove la Casa Bianca ha bisogno del voto positivo di almeno 34 senatori per far sopravvivere l’intesa. Al momento, secondo i calcoli fatti dal « Washington Post », i suoi avversari contano su 54 no, e quindi devono convincere 13 rappresentanti democratici nella Camera alta a prendere posizione contro il loro presidente.

L’offensiva mediatica

Obama aveva cominciato l’offensiva per difendere l’accordo già martedì sera, con un’intervista a Tom Friedman del « New York Times », in cui aveva chiesto di valutare l’intesa sulla base della sua capacità di impedire all’Iran di ottenere la bomba atomica, non su quella di cambiare la Repubblica islamica. Ieri pomeriggio ha allargato l’operazione con una conferenza stampa alla Casa Bianca. « La nostra priorità - ha ricordato - era evitare che Teheran costruisse un’arma nucleare, e questo obiettivo è stato raggiunto. Naturalmente io spero che si possa costruire sull’accordo, e avviare una conversazione con l’Iran affinché assuma posizioni meno ostili. Non ci conto, però, e non ci scommetto su ». Questo argomento risponde ai critici che volevano un accordo capace di smantellare il programma nucleare, e nello stesso tempo pretendere un cambiamento della linea politica della Repubblica islamica.

L’altro punto contestato è che l’intesa consente a Teheran di conservare le sue capacità atomiche, e ricevere miliardi di dollari finora congelati che potrà usare per sviluppare le sue armi convenzionali, finanziare gruppi terroristici come Hezbollah, e ingerire in maniera negativa sugli equilibri mediorientali. « Non stiamo normalizzando le relazioni con l’Iran », ha risposto il Presidente, e quindi tutto il contenzioso che non riguarda il programma nucleare resta aperto. « Ai critici dell’accordo, però, io chiedo una cosa : qual è la vostra alternativa ? Finora non l’ho sentita ». La risposta, secondo Obama, è una sola : « L’alternativa era fra la soluzione diplomatica della questione attraverso il negoziato, o quella militare. Se i repubblicani o Israele ritengono che sarebbe stato meglio fare la guerra, lo dicano apertamente ».

È vero infatti che Teheran potrebbe violare l’accordo, ma il sistema di ispezioni creato dall’intesa consente di controllarlo come ora sarebbe impossibile e di reagire ad eventuali violazioni, anche se in caso di obiezioni richiederà fino a 24 giorni per poter entrare nei siti contesi. Quanto alle armi convenzionali, le preoccupazioni di Israele e degli altri critici sono legittime, ma per evitare il rischio bisogna potenziare soprattutto l’intelligence e la capacità operativa di bloccare eventuali iniziative minacciose.

L’alternativa qui era lasciare le cose come stavano, e cioè consentire all’Iran di continuare le operazioni di ingerenza e riarmo che già conduceva senza controllo. Obama non si illude che Teheran userà i circa 150 miliardi di dollari liberati per costruire asili, ma questo è un rischio che bisognava correre se si riteneva più pericoloso il programma nucleare. Il presidente si è risentito, quando gli hanno chiesto perché non ha collegato l’intesa alla liberazione dei 4 americani detenuti in Iran : « È assurdo pensare che non ci lavoriamo, ma legare questo tema al negoziato avrebbe consentito a Teheran di usarlo per ottenere concessioni ».

La sfida in Congresso

La sfida ora si trasferisce in Congresso, dove i repubblicani sono compatti contro l’accordo. Per fermarlo, però, hanno bisogno della maggioranza di due terzi, necessaria a superare il veto promesso da Obama contro qualunque legge che deragli l’intesa. Le lobby sensibili alle critiche venute in particolare da Israele sono già al lavoro, per premere sui 13 democratici incerti come Bennet, Cardin, Casey, Donnelly, Kaine, Nelson, Warner, Menendez, Wyden, Schumer, affinché voltino le spalle al loro presidente. Hillary Clinton però ha difeso l’accordo e così ha serrato i ranghi del partito, chiarendo che non si può puntare sulla sua vittoria alle presidenziali del 2016 per annullarlo.


Per gli iraniani è come il crollo del Muro di Berlino

Il futuro. In queste ore i giovani sperano di viaggiare, partecipare e tornare a essere cittadini del mondo

di Azadeh Moaveni (la Repubblica, 16.07.2015)

SE DOVESSI scegliere una parola per provare a raccontare quello che pensano le persone normali in Iran, senza dubbio sceglierei speranza. In queste ore ci sono così tante persone che sperano nel mio Paese di origine : sperano di poter comprare cibo migliore per la loro famiglia perché i prezzi dei beni alimentari scenderanno con la fine delle sanzioni, sperano di poter lavorare appieno avendo accesso a tutte le tecnologie disponibili, sperano di viaggiare, partecipare e tornare ad essere cittadini del mondo.

Penso ai giovani soprattutto : a tutti quelli che sognano di studiare all’estero, ma non hanno mai potuto farlo, che volevano prendere un diploma universitario online ma non hanno mai potuto iscriversi ai corsi, a quelli che meritano di avere le stesse possibilità che hanno i loro coetanei che studiano nel resto del mondo. E penso a chi sogna di andare in vacanza in Turchia o a Dubai. In Iran c’è la classe media più istruita della regione, che ha sempre amato viaggiare, una classe media moderata e desiderosa di confrontarsi con il resto del mondo, ma che per anni ha perso la possibilità di essere cosmopolita e si è ridotta a chiudersi su se stessa : come è successo alla classe media irachena negli anni di Saddam Hussein.
-  Fino a oggi potevano viaggiare solo i molto ricchi : oggi 18 milioni di persone sperano di potersi aprire di nuovo al mondo, di leggere i giornali che tutti leggono, accedere agli stessi siti Internet, scaricare libri da Amazon e partecipare alla conversazione globale.

Per questo fra gli iraniani più liberali c’è chi parla di questo accordo come dell’equivalente della caduta del Muro. Poi c’è l’economia : l’Iran è un paese ricco di risorse naturali e pieno di potenzialità. Se venissero sfruttate, come non è stato possibile finora, sono pronta a scommettere che in 10 anni questa si trasformerà in una delle 10 economie più ricche del mondo, superando la Turchia, come era una volta. Penso alla speranza degli imprenditori, che non dovranno più rivolgersi al mercato nero per avere i pezzi di ricambio necessari per i loro macchinari e potranno finalmente pagarli il giusto e non tre volte il prezzo reale come è accaduto finora.

Per questo oggi mi sento ottimista.

Tante persone dicono che non ci si può fidare dell’Iran, ma credo che questo accordo sia ricco di clausole di controllo e che il controllo ci sarà. Penso anche che quando l’ayatollah Khamenei mette tutto il suo peso dietro a un’intesa, quell’intesa sarà rispettata.

Qual era del resto l’alternativa ? Attacchi militari su Isfahan e sulle altre centrali, nuova tensione, possibili reazioni. Sedersi a un tavolo e cercare una soluzione negoziale come questi sei Paesi hanno fatto con l’Iran era la cosa più giusta. A chi dice che l’Iran non rispetterà i patti, rispondo che per anni ha detto “no” a ogni accordo : se ora è arrivato un “sì” significa che c’è la volontà di mettere da parte o almeno interrompere la tensione. Ci saranno, certo, quelli che sono contrari : sono una minoranza di persone, molte delle quali corrotte, che dalle sanzioni hanno guadagnato molto, creando un’economia sotterranea.

Tutti gli altri staranno ad ascoltare Khamenei.

Del resto, anche in America la strada dell’accordo non è semplice : ma da cittadina americana penso che chi si oppone a questo accordo si oppone principalmente alle politiche di Obama, qualunque esse siano. A queste persone chiedo che alternativa ci sarebbe oggi per far scendere la tensione in Medio Oriente e arginare il dilagare dell’Is. Riguardo al pubblico americano, posso sperare che la retorica del confronto con Teheran venga presto archiviata e che una nuova, giovane, classe di diplomatici aiuti a far capire al mondo che il tempo dello scontro aperto è finito.

Quanto a me, spero di poter tornare a Teheran : manco dal 2009 e da lontano ho visto nascere nuove mode, nuovi esperimenti tecnologici, nuovi movimenti sociali, come quello degli ambientalisti. Mi piacerebbe andare a guardare tutto questo con i miei occhi e davvero capire se il Muro è crollato anche per l’Iran.
-  (testo raccolto da Francesca Caferri)

*

-  L’AUTRICE Azadeh Moaveni è una giornalista e scrittrice irano-americana
-  Fra i suoi libri pubblicati in Italia “Lipstick Jihad” e “Viaggio di nozze a Teheran” (ed. Newton Compton)


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